C’è chi ha trovato la sua passione nella pasta fresca e nel pane fatto in casa. E sogna il proprio ristorante una volta fuori dal carcere. Chi durante la detenzione ha trovato l’orgoglio di saper fare un mestiere perché prima, in 53 anni, era stata “solo una casalinga” e adesso dice di aver avuto “un’occasione per imparare a lavorare e la speranza di continuare il mestiere della cucina una volta fuori”. Se ben organizzato il carcere può davvero diventare un luogo di recupero. In questo senso l’esperienza delle allieve del Nuovo Complesso Penitenziario di Perugia si può dire riuscita. Le detenute che stanno frequentando il corso per “Addetto alla cucina” promosso da Frontiera Lavoro, previsto nell’ambito del progetto “Argo: percorsi formativi per il reinserimento dei detenuti finanziato dalla Regione Umbria attraverso il Fondo Sociale Europeo, sono soddisfatte della loro nuova o migliorata capacità ai fornelli. E al termine delle 120 ore di lezione coordinate dai “Moschettieri del Gusto”, gli chef Catia Ciofo, Andrea Mastriforti, Antonella Pagoni e Ada Stifani, daranno un saggio delle competenze acquisite durante la cena di gala “Golose Evasioni”, giunta alla sua sesta edizione, che si svolgerà, per un pubblico pagante, giovedì 5 marzo proprio all’interno della struttura penitenziaria. L’incasso servirà a finanziare un percorso di reinserimento socio lavorativo a favore della migliore allieva presso un’azienda del territorio perugino.

Il corso di cucina è non solo un’occasione professionalizzante, ma anche motivo di incontro e integrazione tra culture. Nell’istituto penitenziario di Perugia sono infatti presenti molte detenute straniere che adesso stanno diventando in un certo senso portavoce della cucina mediterranea e dei piatti della tradizione umbra.

Come Elena, 32 anni romena. “Sto imparando tante cose nuove, racconta, specialmente riguardo gli ingredienti base della cucina italiana e modi di cottura che prima non conoscevo”. O come la sua compagna 26enne toscana Veronica, che però preferisce dedicarsi al servizio ai tavoli e dice: “Ora voglio riprendere la mia vita e continuare a fare la cameriera”. Le corsiste che stanno partecipando alla formazione in cucina sono quindici, coordinate da prestigiosi e rinomati docenti.

“Le allieve, spiega la chef Catia Ciofo, stanno imparando le basi della cucina mediterranea. Dalla pasta fatta in casa ai piatti tradizionali rivisitati. Alcune non avevano idea della cucina, mentre altre avevano già lavorato nel settore. Tutte affrontano il corso con piacere e stanno dando ottimi risultati. Divise in piccoli gruppi le partecipanti lavorano in cucina con materiali e prodotti di qualità e al termine di ogni lezione monotematica, la carne, il pesce, l’orto, la pasticceria, i piatti preparati vengono consumati insieme. Il cibo è un linguaggio comune e un argomento che tocca trasversalmente tutte le culture e le nazionalità, da qui la scelta di metterlo al centro di un progetto che ha un duplice obiettivo: da un lato, creare le condizioni per una migliore integrazione delle donne detenute e migliorare la loro capacità comunicativa, dall’altro acquisire nuove abilità e competenze tecniche che possano costituire il punto di partenza per modificare il proprio percorso di vita”.

Il corso per “Addetto alla cucina” è inserito nel più articolato progetto “Argo” che prevede altri quattro percorsi formativi (“Addetto alle pulizie”, “Impiantista elettricista”, “Addetto alla cucina” e “Addetto alle colture arboree e vegetali”) che si svolgeranno presso la sezione maschile dell’istituto perugino con il coinvolgimento di 57 detenuti del reparto penale e di quello circondariale. I progetti di inclusione sociale, come quello promosso dalla Regione Umbria, sono utili per persone maggiormente vulnerabili, a rischio di discriminazione, per le quali il progetto “Argo” prevede percorsi di accompagnamento al lavoro, attraverso lo strumento del tirocinio, presso aziende del territorio al fine del loro reinserimento nel mercato del lavoro.

“Il progetto “Argo” proposto, dichiara il coordinatore Luca Verdolini, ha l’obiettivo principale di fornire le competenze di base sulle diverse professionalità che possono operare in un contesto lavorativo  oltre agli insegnamenti fondamentali, propedeutici ad un successivo reinserimento sociale della persona detenuta. Negare ad una persona detenuta il diritto al lavoro non equivale infatti a sanzionarlo per il delitto che ha commesso ma privarlo uno degli aspetti salienti della vita: la relazione con le persone e con la realtà. L’esperienza lavorativa, infatti, aumenta il grado di stima dei detenuti consentendo una riscoperta della loro dignità, permette il recupero dei legami familiari favorendo una rinnovata socialità e, infine, incide sulla recidiva migliorando i comportamenti individuali e le abitudini sociali. Solo così riusciranno a ricominciare a vivere con dignità.”