Chi ha detto che per fare incontri e imparare nuove cose bisogna necessariamente macinare chilometri o recarsi dall’altra parte del pianeta?

Forse l’ha detto chi non ha mai sentito parlare di social eating, un fenomeno molto interessante che da qualche anno sta ingranando e recuperando terreno sulla pista dei nuovi paradigmi culturali sostenuti dalla tecnologia.

Ancora una volta si tratta di un’opportunità che il web offre, a chi è in grado di coglierla, di migliorarsi e ampliare il proprio bagaglio di esperienze. In che modo? Semplicemente sedendo a tavola in compagnia di commensali mai visti prima per trascorrere insieme a loro qualche ora all’insegna della socialità e della buona cucina.

Ad onor del vero, sto parlando di un’abitudine offline già nota agli inglesi, e forse ai francesi, come lascia intendere un passo de L’immortalità di Kundera, in cui la protagonista del romanzo attende il ritorno dell’amante per recarsi insieme a lui ad un dìner en ville.

Anzi, a dirla tutta, i veri pionieri del social eating sono i master della pizza napoletana che da sempre, mossi dalla necessità di rendere il servizio più efficiente, spesso fanno accomodare allo stesso tavolo coppie o gruppi di persone tra loro sconosciute.

Ce lo conferma Francesco Condurro, nipote del famoso Michele fondatore di Antica Pizzeria da Michele, in una simpatica video intervista che puoi vedere qui.

Innovatori inconsapevoli, insomma.

Sharing economy? Flag!

I modelli di consumo sono cambiati e ciò principalmente a causa della persistente crisi economica che ha indotto un po’ tutti noi a rivedere le modalità di allocazione delle risorse di cui disponiamo.

Ma non tutto il male vien per nuocere.

La necessità di risparmiare ha fornito un nuovo spunto alla cultura del consumo, abbinando al basso costo l’alta esperenzialità, e tentando di ripristinare le primordiali modalità di interazione che l’avvento della tecnologia, e dei social in particolare, aveva in qualche modo minacciato.

E’ ciò che fanno le piattaforme come Airbnb, BlaBlaCar, Uber, per citare le più note, in ognuna delle quali chi offre il servizio non è il venditore tradizionale e spesso non possiede le caratteristiche di professionalità ed esperienza che solitamente contraddistinguono questa figura. Si tratta invece di persone dal profilo comune che ospitano e condividono con altri, principalmente allo scopo di ammortizzare i costi. Esperienze di consumo che inevitabilmente si tramutano in osmosi sociale e culturale, e grazie alle quali, perchè no, potrebbero nascere nuove amicizie.

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Ebbene, se l’oggetto dello scambio è il cibo, tutto questo è social eating.

Come funziona?

Chiunque abbia il piacere di aprire le porte di casa a persone sconosciute, cucinare piatti gustosi e sedere con loro per respirare un’atmosfera conviviale che sia soprattutto momento di interazione (quella vera, in cui l’interlocutore è lì davanti a noi in carne ed ossa), può farlo. Basta iscriversi ad una delle piattaforme disponibili nel web, presentandosi con una breve descrizione del proprio profilo, del menù che si offre e a quale prezzo che, per qualità del cibo ed esperienza nel complesso unica e memorabile, è davvero competitivo.

Senza contare che in questo modo si ha la certezza di assaporare i piatti tipici e di assorbire un po’ delle tradizioni culturali del luogo in cui ci si trova: uno dei principali driver che contribuisce a determinare la conoscenza del luogo stesso, che aiuta ad immergersi totalmente nel contesto socioculturale, che fa di un viaggio un’opportunità di crescita e di confronto con la diversità.

Sebbene, come già detto, quello del social eating è un fenomeno nato altrove, l’estro made in Italy ha contribuito a determinarne l’innovatività, quindi ad ampliare la base degli adottanti in Italia, grazie alla possibilità offerta dai social di condividere ed invitare, e alle nuove tecnologie interattive adottate dalle piattaforme online nate negli ultimi anni.

Vediamone alcune.

Le Cesarine, come il nome della piattaforma lascia intendere, riunisce da ben dodici anni le mamme e le nonne italiane con la passione per la cucina, pronte a coccolare gli ospiti con piatti caserecci realizzati rigorosamente secondo le ricette tradizionali, quelle tramandate negli anni attraverso gli enormi ricettari dalle pagine ingiallite, custoditi come tesori e consultati sporadicamente, quando la memoria comincia a vacillare.

Corsi di cucina, show cooking e organizzazione di eventi a domicilio sono le altre opportunità che la piattaforma mette a disposizione per chi, oltre a riempire lo stomaco, voglia imparare a realizzare e portare a casa un po’ della tradizione culinaria di un luogo.

Aria di Erasmus, invece, si respira nelle case degli host di VizEat. Si, perchè lo scenario diventa globale, con un centinaio di Paesi di destinazione e la possibilità di incontrare e conoscere in una serata persone provenienti da diverse parti del mondo.

vizeat

Molto utile quando si è all’estero e si ha voglia di sbirciare nelle cucine degli abitanti di quel luogo, o fare qualche incontro bizzarro capace di rendere indimenticabile la propria esperienza di viaggio.

Il mio preferito resta Gnammo, una fra le più recenti piattaforme di social eating, e forse la più innovativa. Nata nel 2012 dalla creatività di due ragazzi italiani, Gnammo combina la passione per la cucina e la voglia di trascorrere una serata in compagnia, divertirsi e farsi nuovi amici.

gnammo

Nelle case dei giovani host ai fornelli, infatti, sembra sia molto facile ritrovarsi a cena con persone simpatiche e respirare un’aria gioviale capace di rendere familiare una casa abitata da individui prima d’allora sconosciuti.

Interessanti le novità introdotte negli ultimi mesi. In particolare quella lanciata in occasione del Ferragosto, che dà all’host la possibilità di organizzare il proprio evento di social eating tipicamente estivo, in giardino col barbecue o in spiaggia modalità pic-nic, semplicemente pubblicandolo con l’hashtag #50SfumatureDiGriglia.

E tu cosa ne pensi del social eating? Sei pronto ad aggiungere un posto a tavola?

Leggi anche qualche curiosità su BonAppetour, nell’intervista ai giovani ideatori dell’home restaurant milanese.