Sannio Beneventano, territorio da sempre vocato all’enologia, in certi casi portatore, tuttavia, di una concezione oleografica e di maniera della viticoltura, con una tradizione ai limiti della convenzionalità, in termini di standard e metodologie di produzione: possiede tratti del tutto peculiari, da tale prospettiva, l’azienda Canlibero in Torrecuso – provincia di Benevento – di proprietà dei coniugi Cecaro, Ennio e la coniuge Mena Iannella, dove viene assecondata la natura del prodotto, scevra da pratiche invasive e manipolazioni.

Castelvenere, con il suo antico vitigno autoctono Barbera “barbetta” non è lontana, il Parco Nazionale del Taburno rappresenta l’epicentro del turismo della zona, incontriamo Ennio e Mena alla ripresa dell’attività stagionale di vendemmia, le nuvole si stagliano terse all’orizzonte, in una calda mattinata di fine Agosto: galeotto fu l’incontro in Roma – dove i due coniugi tutt’ora risiedono – con Sandro Sangiorgi, maitre a penser dei vini naturali e bio-dinamici, nonché titolare della casa editrice Porthos, di radicata specializzazione nel settore, vero e proprio luogo di iniziazione per la coppia di giovane coniugi.

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L’avventura è iniziata nel 2011, entrambi provenivano da famiglie di agricoltori, e cosi il passo è breve, verso la ristrutturazione eri-conversione del cascinale del nonno di lei nel Sannio, dove le uve venivano conferite: la preparazione tecnica è in itinere, importa la passione ed il rispetto del territorio, gli ettari vitati sono solamente due – attualmente tre – con una vigna di oltre cinquant’anni a Turrumpiso, da cui il cru da Aglianico, la suddivisione in parcelle è visibile e marcata, il minimo comune denominatore è la coltivazione che segue la filosofia bio-dinamica, i vitigni coltivati sono Aglianico, Fiano, Falanghina, Trebbiano, e Cabernet Sauvignon.

Due le particolarità aziendali, anzitutto doveroso segnalare la metodologia di produzione, come dicevamo di ispirazione bio-dinamica, con prodotti ottenuti attraverso l’utilizzo in vigna solamente di rame e zinco, vinificazione spontanee con lieviti indigeni, azzerato l’utilizzo di solfiti aggiunti, nessuna filtrazione né chiarifica, solo in alcuni casi macerazioni prolungate: fra le idee da implementare per il futuro, da parte della operosa ed affiatata coppia di titolari, l’utilizzo di anfore di terracotta per l’affinamento, all’uso del luogo primigenio di utilizzo, la Georgia, oltre a dei petillant nature – ovverosia bollicine da rifermentazione in bottiglia – di cui la gamma attualmente latita (con notevole stupore da parte dello scrivente, attesa l’appeal commercial degli stessi).

Secondo, di immediata percezione e tuttavia di “stratificata elaborazione”, la linea di packaging, che vede, in etichetta, la presenza fissa del cane Brando, libero e senza guinzaglio, in totale aderenza metaforica agli standard produttivi: abbiamo chiesto ad Ennio la fonte degli immaginifici nomi dei prodotti – ad esempio, “V for Vittorio” per il Blend di Fiano e Trebbiano, “Shiro” per il Trebbiano, “Pink Freud” per il rosato di Aglianico – ed abbiamo scoperto come siano il frutto di un immaginario sincretico, che fonde cultura flat, alta e bassa, amore per l’arte figurativa ed i fumetti (Ennio lavorava originariamente alla Magic Press, casa editrice romana che ha proposto e pubblicato le opere di Alan Moore in Italia), la musica rock, il cinema di genere, sino ad arrivare alle influenze nipponiche, dove buona parte della produzione è indirizzata.

Straordinaria dunque la progressione dei vini in degustazione, partendo dalle note vegetali e bevibilità dello Shiro 2018 da uve Trebbiano, passando per la “Iastemma” 2018, con sette mesi di macerazione sulle bucce in acciaio, colore incredibilmente scarico per una complessità aromatica notabile, note zolfate e iodate in evidenza: proseguendo con i due rossi “Raspone 2018”, sette mesi in botte di castagno per un Aglianico di colore rosso rubino, sorso succoso e sapido, “Turrimpiso 2018”, dal cru aziendale, frutti di bosco ed erbe aromatiche all’olfatto, per terminare con la riserva “militante” R- 15 del 2015, un anno in tonneau di castagno per una trama tannica di straordinaria finezza e persistenza.

Insomma, una realtà produttiva enologica davvero di assoluto interesse, stupisce per il rigore del lavoro profuso, e la capacità di improvvisazione su schemi precostituiti, utilizzando una metafora musicale: prodotti cangianti e mutevoli per annata, se è vero che il vino dovrebbe, secondo le parole di Ennio, “riuscire a emozionare chi lo beve, ma anche a comunicare la personalità di chi lo produce”.

Carlo Straface

Carlo Straface, partenopeo di nascita, corso di studi in giurisprudenza, di professione avvocato e giornalista pubblicista, eno-gastronomia e letteratura le sue coordinate di riferimento. Sommelier di...

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