33/33/33 è un blend di uve fiano, greco e coda di volpe che come il nome stesso evoca sono utilizzate in pari percentuali in questo vino prodotto dall’Azienda campana Vallisassoli, nella Valle Caudina, in provincia di Avellino e la prima descrizione, immediata e senza filtri, è quella di un sorso che genera un certo scalpore interno.

Con molta onestà, anticipo che mi ero approcciata a questa bottiglia senza particolari pretese e soprattutto senza conoscere né l’etichetta né il produttore. Ed è qui che sta sempre la chiave di volta per apprezzare davvero un vino senza demonizzarlo o al pari senza mitizzarlo.

vallisassoli_33_33_3333/33/33 è una di quelle etichette non blasonate, dal nome non altisonante, forse anche difficile da ritrovare sugli scaffali di un’enoteca visto l’esiguo numero di bottiglia, ma se per mera (e in ogni caso sempre vivida) curiosità vi imbatteste in questo vino la degustazione non passerà di certo in sordina.

Del produttore e della sua terra mi racconta “solo” Armando Castagno, nel suo piccolo repertorio di “Vini Artigianali Italiani” edito, come quasi tutti i suoi libri, da Paolo Buongiorno.

Quindi sapendo di non sapere mi limito a trascrivere quello che leggo su Vallisassoli, ai tempi Paolo Clemente: “La Valle Caudina è una specie di epicentro di quella Campania bipolare di cui parla Franco Arminio: una terra che ti esalta e ti avvilisce, gremita e abbandonata, chiassosa e silenziosa insieme. Qui siamo a una ventina di chilometri da Avellino [..] ci si muove dentro un parco regionale […] e [..] qui ci sono persone animate dalla voglia di costruire [..] un’idea di comunità da rimettere in piedi, di una terra da bonificare. Paolo Clemente è uno di questi. [..] Decide di riprendere un ettaro di vigna piantata a pergola (croce avellinese) del nonno materno verso la fine degli anni ’80, in contrada Vallisassoli”.

Da qui in poi il passo verso la biodinamica è breve: incontri propizi con Antoine Gaita di Villa Diamante, confronti proficui con Stefano Loffredo di Cantina Dryas ed ecco che iniziano ad arieggiare in quell’ettaro i principi di Rudolf Steiner, precursore del raggiungimento di una agricoltura in maggiore equilibrio con l’intero ecosistema terrestre.

Così in un piccolo fazzoletto di terra, in totale regime biodinamico, da vigne ultratrentennali, nelle quali convergono tutte e tre le varietà, è quasi ovvio che la resa sia davvero molto bassa: appena 2066 bottiglie per la sua prima immessa in commercio classe 2013. Ma si sa è da sempre questo il rapporto che lega l’eccellenza finale di un risultato: poco e buono.

La mia degustazione è merito, invece, di una delle 2101 bottiglie frutto del millesimo 2015. Fermentazione con lieviti indigeni e sosta sulle fecce fini per due anni per poi riposare in bottiglia per pari anni prima di essere immessa in commercio.

Cosa ha suscitato in me questo vino, come ho detto in epigrafe, è che mi ha fatto scalpitare, e questa, dunque, sarà anche la sua sintesi.

Il dettaglio invece è stato generato anzitutto dalla qualità del suo profumo. E mi preme sottolineare qualità. Lo spettro olfattivo non è ampio, ma profondo. Pare una lunga retta che dalla prima linea di liquido presente nel calice arriva diretta nel respiro viscerale della sua terra: speziata, vegetale, leggermente ossidativa, balsamica, quasi liquorosa. Le pareti nasali sono incuriosite, men che mai poi, si arricchiscono di varietali inaspettati per questo blend.  E per quanto sia “spesso” questo fascio odoroso, mantiene una sua integra finezza.

Il sorso è stato dapprima frutto di interessanti esperimenti di temperatura di servizio, per arrivare a quella, per me, ritenuta ottimale: non va bevuto freddo. Questo vino gioca maggiormente sulle sue morbidezze e 12° rappresentano la base degustativa di cui si merita.  Vino moelleux lo chiamano i francesi (quando il sorso è abbastanza glicerico), e questa sensazione di “grassezza” (in senso positivo) è anche del 33/33/33. Pizzica nel suo finale con una nota pseudocalorica che si fa sentire. Sapido, quasi salato per i cristalli di sale che paiono avvertirsi. E quanto mai ristoratrice è quella nota acida che nel finale arriva a supportare l’intera struttura e a snellirla.

Mentre mi perdo in vacui pensieri, in retronasale, prende forma un sapore di frutta secca e polpa gialla.

Vino dignitoso, in ogni singolo momento: dal suo olfatto, al suo sorso iniziale, ai miei esperimenti di temperatura, alle sue sensazioni finali. Mai si è mostrato scontato.

E il mio pensiero equipollente alla percentuale del 33/33/33 rilancia irrimediabilmente alla memorabile scena di “Non ci resta che piangere” : a quelle facce incredule di Benigni e Troisi quando dal nulla spunta quel treno che mai avrebbero pensato potesse essere inventato da Leonardo da Vinci. E quella stessa incredulità si ripropone in questo vino per quanto inaspettato e sorprendente sia.