Jamme Ja nasce dalla collaborazione di tre amici napoletani Stefania, Fabio e Vincenzo, con esperienze nel settore della comunicazione, della cultura gastronomica del sud Italia e dell’informatica.

Ecco un intervista che potrà per alcuni essere una scintilla per cambiare la propria vita.

Perchè Jamme Ja?

Jamme ja vuole essere un ´esortazione a gustare, a sperimentare nuovi sapori che raccontano di un territorio, della sua cultura gastronomica che affonda le radici in una cucina popolare che incontra una aristocartica. In questo esperimento lo street food e´ un elemento non trascurabile. Napoli e´attraversata da una maglia di vicoli in cui camminando e guardando le vetrine di piccoli chioschi e ristoranti si e´testimoni del tripudio del cibo di strada. Cosi´un classico coppetiello di pesce o di sfizioserie fritte, una pizza ripiegata a fazzoletto, sono i normali gesti di chi passeggia per questi vicoli. Del resto non dimentichiamo gli antichi banchi dei maccaronari dove con pochi soldi si mangiava in passato la pasta per strada, con le mani…con la stessa disinvoltura. La vera conoscenza delle radici di questo cibo di strada nasce però dall’incontro meraviglioso tra Stefania e il maestro Antonio Tubelli, chef o meglio come ama definirsi lui “Cuoco”. Grazie a Tubelli , forse uno degli ultimi Monzü napoletani, nonché maestro del fritto di strada napoletano, Stefania ripercorre i gusti ed i sapori del territorio. il progetto di Jamme Ja nasce come laboratorio del gusto che cerca di raccontare la cultura di una Terra ecco quindi che non poteva mancare lo street food.

Durante i primi mesi a Berlino abbiamo proposto questo street food nei mercati ed oggi come aperitivo del venerdì´ divertendoci a cambiare sempre, anche se la piccola pizzetta fritta ripiena e ‘diventata pietanza fissa.

Come è nata l’idea di aprire un locale di street food e perché proprio a Berlino?

Berlino ci e´ sembrata una città che conserva ancora una dimensione umana pur essendo una capitale. Quì c´è un gran fervore di idee, si sperimentano varie cucine e si assiste ad una nuova ristorazione italiana che arriva piena di idee ma fedele ai sapori del territorio.

La difficoltà maggiore è riuscire ad incuriosire attraverso una cucina che mantenga la sua identità senza compromessi, proponendo dei piatti che escono dai classici cliché della cucina italiana all’estero a cui sembra purtroppo il berlinese abituato. E questo un lavoro lungo che richiede pazienza, attenzione ed una sana dose di  ironia ma che ripaga molto allorquando si ha modo di raccontare che cos’è un Timpano, un sartù di riso o un gattò di patate o quando vedi un italiano che sorride per la gioia del palato che ricorda sapori a lui familiari ed un tedesco soddisfatto di questi nuovi sapori e accostamenti. Soprattutto c’è una vera e propria passione per la nostra parmigiana e parmalasagna.

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Ci raccontate le maggiori differenze sulle abitudini alimentari tra tedeschi ed italiani?

Le differenze alimentari sono molte. La tavola a Napoli è luogo intorno cui trascorrere ore ed il cibo la fa da padrona, mangiare diventa un piacere con il quale trascorrere in compagnia delle ore. Un territorio con un clima, un suolo ed il mare così ricchi fanno si che la tavola si riempia di leccornie in ogni stagione dell’anno. Questo ha contribuito mediamente ad abituarci a dei sapori che si possono reperire anche con una certa facilità. Il fruttivendolo di quartiere, il salumiere il panettiere ecc diventano gli interlocutori quotidiani.

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Quale prodotto non trovate e vi manca di più?

A Berlino facciamo fatica ancora a trovare una macelleria senza dover attraversare un intero quartiere. Dobbiamo abituarci ad una minore disponibilità di frutta e verdura saporita ma anche imparare a sperimentare i prodotti di questo territorio

Spesse volte il cibo sembra soddisfare solo una necessità e nulla altro e la classica scena del cappuccino che accompagna un piatto di pasta e fagioli non è ahimè così difficile da vedere…ma ogni giorno noi continuiamo a divertirci sperimentando e raccontando tuto attraverso il cibo.