Nella serata di inaugurazione della nuova sede campana della Banca del Vino, Poderi Colla racconta un trentennio di storia del Barolo in un crescendo di 6 diverse annate

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E’ grazie ad un protocollo d’intesa sottoscritto con il MAVV, Museo dell’Arte, del Vino e della Vite  che si inaugura una nuova linea autostradale dal Piemonte alla Campania. La Banca del Vino di Pollenzo – società cooperativa nata come costola di Slow Food – arriva, infatti, fino a Portici, con la realizzazione di un nuovo polo didattico che sarà ospitato dal Dipartimento di Agraria della Federico II di Napoli all’interno della Reggia di Portici.

Da sempre l’obiettivo di Pollenzo è stato creare una memoria storica dei vini italiani di qualità, e il polo didattico napoletano risponde all’obiettivo con una serie di ricchi eventi, al di là dei confini piemontesi, per favorire e divulgare ancor di più il patrimonio vitivinicolo nazionale.

Al via allora con Poderi Colla storica azienda langarola, che nel palmeto dell’Orto Botanico, inaugura questa nuova collaborazione con una verticale storica di Barolo, raccontata dallo stesso patron Tino Colla che in un crescendo di spiegazioni del Barolo e della sua storia, ha finito per spiegare la sua stessa vita e la sua stessa storia, in un intreccio pressoché inevitabile.

Il 1994 segna l’anno ufficiale di nascita dell’Azienda, ma nel 1930 Beppe Colla già scriveva un pezzo della storia stessa del Piemonte, partecipando alla prima stesura dei Disciplinari di produzione. A lui il merito, inoltre, di vinificare, per primo in Langa, separatamente le uve, così da introdurre, seppur timidamente, in etichetta quella allora sconosciuta parola di “cru”. E oggi l’azienda guidata da Tino e Federica, fratello e figlia di Beppe, spirato purtroppo un anno fa, continua a perseguire i suoi forzi, che sono, però, valsi appieno: l’azienda, infatti, attualmente conta 28 ettari ripartiti in 4 azienda: Cascina Drago ad Alba, Bricco Bompé a Madonna Como di Alba, Tenuta Roncaglia a Barbaresco e Dardi le Rose a Bussia di Monforte d’alba.  

E se questa la storia di Poderi Colla, quella del Barolo di per sé, rimanda all’idea, invece, di una storia di sopravvivenza, perché il Barolo è, a parere di chi scrive, un vino sopravvissuto. E la spiegazione di questa aggettivazione è tanto semplice quanto realistica.

In un mondo fatto di vini leggeri, poco impegnativi, dove il tannino è solo un allegro compagno di bevuta, a volte un po’ tonto, a volte finanche troppo accondiscendente, non ci sono molti punti in comune con un Barolo. Né mai ci saranno.  Mutatis mutandis di quest’epoca. Il vino Barolo è l’immortale che resiste ad ogni cambiamento umorale del mercato e ai duttili gusti degli eno-appassionati. 

Una sua bottiglia può assumere una dimensione leggendaria, come al pari la vigna dalla quale è stato prodotto può assumere al rango di immortale icona.  Non sarebbe, infatti, di certo un eufemismo né sarebbe ultroneo ritenere che accanto ai clos di transalpina memoria come La Romanée-Conti a Montrachet, o Hermitage a Les Mesnil siano indelebili le patriottiche e tutte italiane vigne di Cannubi, Bussia, Brunate, Monprivato, Villero o Vigna Rionda.

Ed è la appena citata Bussia il punto focale di questa verticale di Poderi Colla, che nella storia delle MGA (leggasi più carinamente cru alla francese), ovverosia la zonazione del territorio del Piemonte, rappresenta la più alta cassa di risonanza delle vigne della zona di Monforte d’Alba.

Sotto il suo ombrello ci sono zone di assoluto valore, ognuna delle quali trova un proprio nome, e tra queste, appunto, la sottozona di Dardi, luogo di produzione del Barolo di Poderi Colla, considerata parte integrante della Bussia Soprana (o più in generale della Bussia), ma che dal punto di vista viticolo ha sempre goduto di una propria identità legata al carattere dei suoi nebbiolo. 

La caratteristica peculiare dei Barolo provenienti da Bussia è, quanto il giornalismo enoico descrive come, “verticalità austera”. Quei vini che assurgono a un fascio di luce vivissima, ma che per essere comunicativi e sciogliere quell’aurea di presunzione (leggasi come ariosità), hanno bisogno di anni. Potrebbero passare generazioni di generazioni.

E dice il giusto il giornalismo enoico, visto che lo conferma questa verticale di Poderi Colla nella quale, pur nella differenza di annate (2016-2014-2009-2001-1999-1996), di età delle viti, di approccio in vigna e in cantina, emerge una profonda misura nella potente cifra stilistica del cru Dardi Le Rose: una classica proporzione della struttura integrata e armonizzata da doti di potenza, tannicità e muscolarità di certe espressioni manifestatesi solo attraverso il tempo.

Barolo “Bussia Dardi Le Rose” DOCG 2016  

La 2016 sembra l’inizio di una grande storia d’amore. E come tale non va definita, ma solo aspettata. Estro all’olfatto e impulso al sorso. E’ strano da dire, eppure è così impattante il suo impeto, che in una prima battuta, il vino potrebbe anche essere definito come già pronto. Se non fosse che è un Barolo e del suo caleidoscopio ad oggi mostra solo l’inizio dei suoi lineamenti. Ma sorprende e stupisce il suo essere, (seppur solo in apparenza) già pronto. Segno di un cambiamento climatico, che non pare così tanto rassicurante.

Barolo “Bussia Dardi Le Rose” DOCG 2014

La 2014 è stata croce e delizia per i vigneti, un’annata non particolarmente fortunata, eppure questo Barolo è stato capace di tenergli testa. Al naso, a riprova di quanto sopra, il frutto baccaceo è luminoso, e la finezza olfattiva si esprime sotto forma di florealità, dalla viola alla lavanda, che pare di essere entrati in erboristeria. In bocca ha un bel fiato e forza alcolica, il tannino è rugoso. E tutto ciò che ne deriva è compostezza.

Barolo “Bussia Dardi Le Rose” DOCG 2009

Una 2009 dal timbro tenero, decisamente meno monumentale rispetto ai suoi vicini di calice. A volte i confronti non aiutano ad apprezzare il singolo. Questo potrebbe essere il caso. E a trovare una giustificazione più valida, mettiamoci anche un’annata abbastanza calda che non rientra propriamente negli annali da ricordare. Dal granato classico, limpido, il cui ventaglio olfattivo si apre su odori di terra, viole, sentori di radici e eucalipto. Il palato si mostra sottile ma ciò che importa è che rimane e si sente il tannino autentico del Barolo. Ciò che pare, invece, mancare è quella centralità gustativa che sarebbe diventata precorritrice di emozioni.

 

Barolo “Bussia Dardi Le Rose” DOCG 2001

La 2001 rimanda ad una comfort zone che, visti gli ultimi attuali tempi, non è così sbagliata. E’ la chiosa filosofica del “chi vuol esser lieto sia del doman non c’è certezza” dove il carpe diem è immediato e il vino è di sicura e certa beva. Figlio di un’annata nazional- popolare dove non si poteva sbagliare. E infatti non sbaglia. Granato intenso e fitto. Bouquet articolato, screziato: fiori secchi, terra, liquirizia, sfumature di spezie, echi minerali e di goudron. Palato succoso e dinamico, dalla buona trama tannica e fitto di sapori balsamici in retronasale. È un’espressione di potenza prima ancora che di finezza.

Barolo “Bussia Dardi Le Rose” DOCG 1999

Il Barolo 1999 presuppone una sottesa conoscenza dell’arte della contemplazione. E quando a fine serata decide di uscire dalla sua clausura monastica si esprime in una pienezza olfattiva sotto forma di velluto e in una discreta forza matrice al palato, che fa sorridere gli occhi dopo la sua deglutizione.

Barolo “Bussia Dardi Le Rose” DOCG 1996

Se Paolo Monelli immaginava il vino come un libro liquido, allora il Barolo 1996 ne è la sua enciclopedia. Il calice assume la connotazione di quei vini che possono definirsi come veri: quelli che hanno un comportamento retrogrado: sfocati, quasi monocorde al momento della stappatura, per poi acquistare una profondità quasi destabilizzante successivamente. Soffi balsamici che escono dai recinti olfattivi, dove il naso si fa arioso, fresco e mentolato, mentre la bocca, ricca e intensa, si destreggia in quel tannino del 96, definito, dalla stampa, proverbiale per la sua perentorietà. Il finale diventa una notevole progressione acido-sapida, che rimanda a foglie di tè e alla corteccia. E’ lui il primo attore celebrato.

 

La serata si conclude dunque con un sorso che non si fa dimenticare e che pare, anzi, diventare il sunto della stessa filosofia che anima il lavoro di Poderi Colla, di quando nel ’57, Pietro Colla ci ricordava come “in questi tempi sempre più anonimi e frettolosi, per gli uomini oltre che per il vino…la grande virtù è la pazienza”

 

Poderi Colla

San Rocco Seno d’Elvio, 82 – 12051 Alba (CN)