Sono letteralmente inciampata nel Sant’Isidoro 2018, vino rosato prodotto dall’Azienda Agricola Maria Pia Castelli  e giuro che non è mai stato così bello cadere.

Aperto con l’inconsapevolezza o la semplicità di un bambino. Per ritrovarmi poi, con quello stesso stupore che solo sul viso di un bimbo può esplodere quando la sorpresa è stata disarmante.

Maria Pia Castelli e il suo Sant’Isidoro sono riusciti a riportarmi a quel fanciullino troppo spesso silente in un adulto, e risvegliato solo quando ci si scopre ancora pieni e carichi di vita emozionale.

Siamo nelle Marche, in provincia di Fermo, ai piedi del Monte Urano, ed è qui che sorgono gli 8 ettari dell’Azienda, nata nel 99 per opera di Erasmo Castelli, e oggi condotta da sua figlia Maria Pia e da suo marito.

Credit photo: Andrea Rotili (LINK: https://andrearotili.com/)

Su dolci colline a circa 200 metri dal livello del mare, poco distanti dalla stessa costa marina, viti di Montepulciano, Sangiovese, Pecorino, Passerina e Trebbiano, vengono allevati in totale conduzione biologica.

Una conduzione che si traduce in una cura estrema delle vigne, garantendo sempre basse rese.  Forse sta tutto in questi pochi concetti la descrizione dell’Azienda. Eppure, quella che pare più satisfattiva, sta, invece, tutta in un solo aggettivo: “naturale”. Azienda naturale – vini naturali.

Non a caso Maria Pia è stata anche una delle protagoniste di Resistenza Naturale, fondamentale ed illuminante documentario di Jonathan Nossiter, che dieci anni dopo dall’uscita di Mondovino, ha continuato la sua inchiesta sulla profonda trasformazione avvenuta nella vitivinicoltura, in un exscursus  da nord a sud della nostra Penisola, tra  viticoltori che non si sono mai piegati alla standardizzazione, mantenendo un legame indissolubile con la propria terra.

Ma sul significato di ciò che è inteso per naturale, in un mondo che attualmente trasfigura e violenta questo termine, non trovo miglior rimando se non all’ultima edizione di Porthos.

PORTHOS . 37

 “L’errore consiste nel categorizzare il vino attraverso le caratteristiche dei suoi singoli elementi, che siano i lieviti, i livelli di solforosa, la macerazione sulle bucce […] Si perde così l’attenzione all’unità espressiva e affettiva del vino buono …Ogni vino è il prodotto di una relazione. In quello naturale la differenza sta nella custodia della vita da parte del produttore in ogni passaggio nella capacità di dare la stessa cittadinanza a tutti gli elementi che concorrono alla nascita del vino (Porthos n. 37 a cura di Sandro Sangiorgi)

E questa cittadinanza, quella stessa cittadinanza che diventa essa stessa custode della vita, è quanto di presente si ritrova nel Sant’Isidoro 2018, un IGT delle Marche ottenuto con 50% di Montepulciano e 50% di Sangiovese.

FOTO SANT'ISIDORO

Credit photo: Andrea Rotili (LINK: https://andrearotili.com/)

 

Si tratta di un rosato da salasso: in pratica viene prelevata una certa quantità di mosto dalle vasche dove è in fermentazione il vino rosso. E questo prelievo avviene dopo alcune ore di contatto fra le bucce e la parte liquida, in tal modo, così, la quantità prelevata di mosto avrà un colore rosa più o meno intenso a seconda del tempo di contatto con le bucce.

Dopodichè il liquido prelevato procede con una classica vinificazione in bianco.

E l’evoluzione viene poi garantita attraverso una fase di maturazione in botte grande e in acciaio. Infine una volta in bottiglia rimane in affinamento per ulteriori 6 mesi prima di essere immesso in commercio.

L’Azienda produce 4 diverse etichette, per una produzione complessiva di circa 25.0000 bottiglie, ma quella del Sant’Isidoro è davvero molto esigua, appena 6.500 bottiglie all’anno.

Se questi i dati “tecnici”, difficile, invece, carpire quale sia la chiave di volta di questo vino, quale arcano segreto ci sia in un sorso così notevolmente dirompente che amplia la cassa toracica e distende il cuore.

 

 

Probabilmente il merito del Sant’Isidoro sta nel “tutto”. In ogni singola e accurata scelta di Maria Pia, dalla cernita dei migliori grappoli di Montepulciano e di Sangiovese, dal rispetto del terroir, o ancora, o forse più sicuramente, il merito va a natura e intelletto che quando vogliono sanno fondersi e dar vita a creature di poderosa bellezza, come il Sant’Isidoro 2018.

Il suo colore diventa un attraente vista per gli occhi: si veste di un ramato luminoso che pare materia vivente per quanto si faccia precursore della sua stessa salubrità.

E la sua voce odorosa timbra il profumo del vino in un bouquet di convinta intensità: macchia marina e cenni di iodio diventano antesignani di un frutto rosso fresco e acidulo e di dense note silvestri. 

Il sorso assume i sapori e i toni del chiaroscuro. Quasi materico è il suo ingresso, cosa che forse non ci si aspetta da un rosato, ma di certo non avevo tenuto in debito conto della potenza di un Montepulciano marchigiano.  E si fa sostanza masticabile. Se non fosse che il Sangiovese non ammette posti in seconda fila e ritorna perentorio al palato, presentandosi nei suoi sapori più tipici, ed è così che scrocchiano le papille su sapori fruttati e di fine sottobosco.  

Quella lunghissima nota sapida pare aggiungere ancor più personalità in una beva pulitissima e lineare. Vino privo di qualsiasi banale scorciatoia verso morbidezze che troppo spesso si ritrovano in un rosato, e a mio dire, mai gradite.

Forse più di ogni descrizione, quello che ho continuato a ripetere durante la mia degustazione è stata solo una parola: “onestà”.

Quella di un vitigno: nel non perdere mai di vista le sue di caratteristiche e nel consentirgli di esprimersi per quello che è.

Quella di un’annata: nell’accettare ciò che è stata e non trasfigurarla per il solo piacere di un palato più duttile.

Quella di una cantina nel dimostrare di saper fare.

Quella di Maria Pia Castelli.