Nicola Pepe classe ’96, vincitore dell’ultima edizione di Hell’s Kitchen Italia  ha avuto un infanzia un po’ complicata. Fin da piccolo lui e mia madre erano costretti a viaggiare sia per lavoro sia per trasferimento, quindi non ha mai fissato radici. Le difficoltà non lo hanno abbattuto, anzi ha sempre ricercato di inseguire il suo sogno. Infatti ha iniziato a lavorare nelle cucine stellate a soli 15 anni, per poi arrivare alla maturità e iniziare a viaggiare in giro per l’Italia alla scoperta del vero senso della gastronomia del nostro paese.

 

Ciao Nicola, hai frequentato l’Ipc Verri e contemporaneamente lavoravi in alcuni ristoranti a Milano, che tempi erano?

Erano tempi duri, stressanti ma allo stesso tempo interessanti perchè essendo sempre in movimento sia con il corpo e sia con la mente riuscivo a sviluppare parecchie idee che ancora adesso mi fanno gola (parlo dei piatti di cucina).

Hai detto che da piccolo “sperimentavo panini strani con peperoni o le sarde” al posto delle classiche merendine, come nasce questa passione?

Vero da piccolo provavo e mangiavo cose un pò bizzarre per la mia tenera età, era bello scoprire nuovi sapori, nuovi gusti. non ero molto socievole come ragazzino, ma ero felice perchè quando assaggiavo qualcosa di nuovo , chiudevo gli occhi e andavo in un mondo totalmente diverso ,un mondo migliore, un mondo pieno di colori e sfumature.

Nella quinta edizione di Hell’s Kitchen Italia, eri l’unico uomo ad essere arrivato in finale, ci racconti il tuo percorso nel programma?

Entrato nel programma mi sentivo un pò come il ragazzino del film ( fabbrica di cioccolato) economicamente povero, molto umile testa bassa ma ogni cosa che gli si presentava , lui ovvero io la vedevo come se fosse una cosa strepitosa, e queste erano le mie caratteristiche per arrivare fino alla fine per poi riuscire ad alzare la testa.

 

Qual è stato il tuo rapporto con chef Cracco e cosa ti hai imparato da lui?

Cracco all’inizio non mi andava proprio a genio, non comprendevo la sua cucina, non mi ispirava, però con il tempo inizi a conoscere le persone, vedere la sua grinta e la sua manualità in cucina mi ha portato ad venerare il mondo culinario, e soprattutto mi ha fatto uscire quella forza che è sempre stata rinchiusa dentro di me , appunto per questo mi hanno chiamato il Cracco junior.

Ci racconti com’è nato il tuo menù “Attraverso gli occhi di un bambino” che hai presentato in finale? Ci descrivi i singoli piatti?

Il mio menu aveva uno scopo , ovvero tutti i commensali dovevano dimenticare tutto quello che sapevano della cucina dei ristoranti etc… dovevano assaggiare tutte le pietanze come se fossero dei bambini , quindi la scoperta dei nuovi colori, profumi , accostamenti e forme. Ritornare bambini, questo è il segreto e una volta tanto dovremmo farlo tutti. i miei piatti erano ispirati alla mia carriera in cucina, sopratutto alcuni come :  carpaccio di ricciola con agrumi su una mattonella di sale costruita da me , poi un raviolo ripieno di quaglia con il brodo di camomilla, il piccione laccato con il suo fondo ed infine un dolce ispirato al cioccolato.

 

Chi, e per quale motivo, temevi di più degli altri 3 finalisti?

Degli altri tre finalisti temevo di più Michela , attenzione tutte e tre erano sfidanti molto validi ma Michela poteva sorprendere tutti .

Ora ti sei aggiudicato il posto di Executive Chef di uno dei ristoranti del J.W. Marriott sull’Isola delle Rose di Venezia, che cosa credi ti aspetti?

Ancora non so cosa succederà su quell’isola lì, ma penso che sia il proseguimento di un viaggio che mi porterà a farmi conoscere non per essere il cuoco più bravo ma per essere il cuoco distinto tra tutti, a me piace unire tantissimo l arte e la cucina, io creo i piatti in base ai miei stati d animo.

 

Qual è il tuo sogno nel cassetto?

Il mio sogno nel cassetto è distinguermi da tutti e creare una scia, ovvero che il mio pensiero sia condiviso da più persone possibili.