“Può sembrare saporita, può sembrare indispensabile a tavola, ma l’evidenza è che il consumo di carne, soprattutto quella rossa, è un totale disastro per l’ambiente – e dunque per gli esseri umani”.

Il “The Washington Post”, attraverso la penna di Rachel Premack, ci allerta sul pericolo e il danno del consumo intensivo di carni.
Entro il 2050 le emissioni provenienti dall’agricoltura, rappresenteranno il punto di non ritorno: ad oggi un terzo delle emissioni è riconducibile all’agricoltura, la cui metà direttamente dall’allevamento intensivo di bestiame.
Per questo motivo, le Nazioni Uniti stanno pensando da tempo di proporre una tassa sui produttori di carne – in modo da innalzare anche il prezzo al consumo – allo scopo di ridurre la produzione e la domanda.

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Negli Stati Uniti, ad esempio, produrre carne significa consumare circa l’80% di acqua: per produrre un chilo di carne ci vogliono mediamente 48 volte i litri di acqua necessari per produrre un chilo di verdure.
La Cina, che consuma circa la metà della carne suina mondiale e più di una quarto di quella totale, ha annunciato qualche giorno fa nuove linee guida sulla riduzione necessaria del consumo di carne. Anche il governo danese sta prendendo in seria considerazione una raccomandazione “etica” sulla riduzione necessaria del consumo di carni.

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Inoltre la produzione di carne contribuisce per circa il 14,5% alle emissioni globali annuali di gas-serra: emissioni molto più alte di quelle prodotte dai trasporti (auto, treni, navi, aerei ecc.).

Allevare bestiame da macello significa anche consumo del territorio: la maggior parte dei cereali prodotti al mondo, servono non per l’alimentazione umana ma per quella animale; la maggior parte di acqua prodotta al mondo serve per gli allevamenti intensivi e allo stesso modo gran parte dei gas-serra. Senza approfondire la parte riguardante lo smaltimento delle deiezioni, soprattutto in avicoltura.

Insomma, l’atteggiamento potrebbe essere su due opzioni; fregarsene di tutto ciò e lasciare un mondo meno adatto alla sopravvivenza del genere umano per le generazioni future, oppure farci carico da subito di ciò che le nostre scelte di oggi potranno rappresentare nei prossimi anni.

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Fonte: The Washington Post