Il caro energia è il main topic della stagione, emerso prepotentemente per via delle proteste dei professionisti del settore Ho.re.ca., non si deve sottovalutare anche quanto sta succedendo nell’ambito della produzione enogastronomica e di tutto l’indotto.

Ho intervistato Vito Arra, patron dell’azienda artigiana Arra I sapori d’Ogliastra che mi ha parlato dei problemi che tanti imprenditori stanno affrontando in questi ultimi mesi.

Buongiorno Vito, tu sei il proprietario di una nota azienda, Arra Sapori d’Ogliastra, che opera nel settore pastaio dal 2004. Mi parli del tuo percorso in questi anni?

Noi produciamo pasta fresca tradizionale, tra cui i Culurgionis d’Ogliastra IGP, le Sebadas, i Malloreddus, gli Gnocchi di patate e i Ravioli, in diverse versioni e con diversi ripieni. E ancora le Pardulas e le Coccoi Prenas.

Ci troviamo in Ogliastra, un territorio posto lungo il versante orientale della Sardegna. Qui il mare cristallino e la natura incontaminata garantiscono uno stile di vita sano, che ha fatto si, che venisse universalmente riconosciuta come la terra dei centenari. Terra che non abbiamo mai voluto lasciare, nonostante la distanza dalle principali arterie stradali regionali e la difficoltà a raggiungere i mercati.

I processi produttivi interni all’azienda sono prevalentemente automatizzati, ma ci sono fasi della lavorazione che, per scelta, non sono state delegate alle macchine. Intendiamo infatti mantenere un’impronta artigianale e quel legame stretto con la tradizione che ha tutelato e preservato queste specialità alimentari per secoli.

Il 70% della produzione è destinata al mercato extraregionale, in particolare a quello del Centro-Nord Italia e una percentuale importante al mercato all’Ho.Re.Ca. Siamo presenti nelle più note catene distributive del mercato italiano sia a marchio Arra, sia in private label o a marchio del cliente.

L’obbiettivo dal quale siamo partiti nel 2004, era quello di superare l’omologazione dei mercati dovuta alla globalizzazione, garantendo produzioni di qualità al giusto prezzo. Serviva proporre qualcosa di autentico che si distinguesse dalle offerte di massa. Delle specialità uniche in ogni aspetto, sia nelle materie prime, sia nella lavorazione, rispettando l’identità culturale che ci contraddistingue.

La risposta l’abbiamo trovata nei piatti della tradizione. I Culurgionis in particolare, sono diventati il nostro simbolo e da piatto delle ricorrenze, oggi rappresentano un alimento accessibile a tutti, sano, completo e molto buono.

Nel 2016 l’Unione Europea ha accordato ai Culurgionis d’Ogliastra, l’Indicazione Geografica Protetta, facendoli entrare a pieno titolo nell’elenco delle produzioni più tutelate al mondo.

Vito, parlando di caro energia, qual è la situazione che ti trovi ad affrontare in questo momento?

Una situazione purtroppo diventata insostenibile. A luglio è arrivata in azienda una bolletta elettrica di 18.600 euro. Considera che, facendo un confronto, lo scorso anno nello stesso periodo e con gli stessi consumi, abbiamo pagato poco più di 6.000 euro.

Una bolletta triplicata fa sì che un’azienda come la mia, si ritrovi a non poter sostenere a lungo la normale attività produttiva. La società che mi fornisce l’energia, essendo io un cliente storico, mi ha proposto di pagare in due anni senza interessi. Ma la rateizzazione è finalizzata solo a spostare il problema, perché il prossimo mese mi troverò in una condizione simile se non peggiore. Una soluzione illusoria che non è sostenibile per i costi aziendali, divenuti impossibile da gestire.

Se poi vogliamo parlare del gas, le bollette rispetto allo scorso anno sono quadruplicate. La situazione è esplosa improvvisamente e se non si trova un rimedio altrettanto istantaneo sarà veramente difficile riuscire a salvare molte imprese.

Purtroppo, la percezione è che ci sia tanta, troppa speculazione che sta muovendo i fili. Una parte del problema è riconducibile alla guerra tra Russia e Ucraina, ma in realtà c’è molta confusione che impedisce di analizzare in modo obbiettivo quanto sta accadendo.

Adesso poi, sta venendo fuori una crociata contro gli imprenditori del settore Ho.re.ca. che stanno alzando la voce per cercare di puntare i riflettori sul problema. Recente è la protesta guidata dal Fipe (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) che coinvolge i ristoratori che hanno deciso di mostrare in vetrina le loro bollette. Sconvolge però, che le persone non focalizzino l’attenzione su chi ha generato la crisi, ma bensì se la prendano con gli imprenditori. Si dovrebbe capire che la speculazione arriva da altre parti e che anzi, la loro protesta, mette l’accento su una questione che ci riguarda tutti molto da vicino.

I ristoratori si ribellano, voi produttori come vi ponete rispetto al problema?

Ci troviamo in una condizione molto simile. Io sono consapevole dell’effetto a cascata dei rincari, così come lo sono i miei clienti della Grande Distribuzione. Sappiamo bene che, se io aumento i prezzi e aumento il listino, perché sono obbligato a farlo per poter sopravvivere, ci saranno meno consumatori finali propensi ad acquistare i miei prodotti.

Di conseguenza ci sarà una diminuzione del lavoro, e questo significa che dovrò lasciare a casa una parte dei dipendenti, andando a creare un nuovo costo sociale a carico dello Stato. A quel punto, dico, perché non trovare una soluzione a monte, cercando di riorganizzare tutto il sistema?

La pressione fiscale incide in modo pauroso sui costi di gestione, ma anziché cercare di porre rimedio, agevolando chi produce reddito e impiega forza lavoro, si preferisce pensare a soluzioni legate alla politica dei bonus.

Ciò che maggiormente ci sta mettendo alla prova è l’impossibilità di fare una programmazione attendibile. Un imprenditore non può lavorare alla giornata, io non posso pensare di vendere oggi, senza sapere quanto i costi variabili incideranno domani sulla produzione.

È indispensabile conoscere prima quanto andrò a pagare di energia, di interessi bancari, di confezionamento e quant’altro. Nel mio caso, lavorando prettamente con la GDO, devo tenere conto del fatto, che i contratti che stipuliamo hanno la valenza di un anno. Se ho questo sbilanciamento, tra quanto spendo per produrre, e il prezzo di listino al quale vendo, rischio nel breve periodo la chiusura aziendale.

Io partecipo a diverse chat del settore alimentare, con tanti colleghi imprenditori che lavorano da una vita e che stanno vivendo i miei stessi problemi, e ho notato che c’è sconforto ovunque. Una preoccupazione seria come non ho mai sentito finora, perché ci si sente disarmati e senza risorse che ci permettano di contrastare questa situazione.

Non riuscite in qualche modo a farvi sentire, magari trovando un efficace canale di comunicazione e andando a proporre delle soluzioni anche a livello politico?

Il problema è che oggi l’Italia non ha un grande peso politico a livello internazionale e le decisioni vengono prese fuori dall’ambito nazionale. Purtroppo, in questo momento abbiamo le mani legate. Anche a livello di Associazione, possiamo solamente segnalare il problema.

La soluzione estrema, forse l’unica in grado di far passare un messaggio davvero forte, sarebbe quella di abbassare tutte le saracinesche, arrivando ad arrendersi all’irreparabile. Solo in questo modo, probabilmente, riusciremmo a far capire quanto siamo stati lasciati soli a gestire l’emergenza.

Io ho 24 dipendenti e dovrei affrontarli, da domani, dicendo loro di avere pazienza e di cercarsi qualcosa di alternativo. Però capisci che per me è una responsabilità sociale non da poco. Sarebbe un fallimento ancora più grave da accettare, perché non dovuto all’incapacità imprenditoriale, bensì una sconfitta dolorosa perché causata da fattori esterni.

È il sistema paese che va male, tutti i settori sono coinvolti. Tante aziende dell’indotto, da quelle della plastica, agli imballaggi, della carta, della ceramica, purtroppo stanno chiudendo, anche perché fortemente energivore, e non ce la fanno più ad andare avanti a queste condizioni.

Oggi è diventato difficile anche reperire le materie prime, e tutto quello che ci serve per poter vendere i nostri prodotti. Senza contare l’annoso problema dei trasporti. Noi siamo lontani dalle grandi rotte commerciali, in un territorio meraviglioso che abbiamo scelto, ma difficile da raggiungere in condizioni normali e adesso ancora più isolato.

Il turismo quest’anno ci ha dato grandi soddisfazioni. Dopo le chiusure forzate le persone sono tornate entusiaste di questi luoghi, del cibo, della natura, delle tradizioni.

Le potenzialità sono tante, ma purtroppo, dovendo affrontare queste difficoltà, non si riesce a crescere. Noi oggi stiamo tagliando gli ordini, le richieste ci sono, il settore turistico è stato un traino pazzesco e lo è tuttora, si parla di proseguo della stagione per tutto ottobre, però ci troviamo impossibilitati a lavorare, perché nonostante l’incremento delle vendite non riusciamo a far fronte ai costi energetici.

Servirebbe calmierare e imporre un tetto di spesa per ottenere qualche risultato tangibile. Ma al momento, non si riesce proprio a mandare un messaggio positivo, perché alla fine del tunnel non si scorge nessuna luce.

A livello politico le uniche prese di posizione che emergono sono quelle legate alla campagna elettorale. C’è chi propone di prorogare il credito di imposta, ma non può essere risolutivo. Si devono invece trovare delle soluzioni strutturali, programmando di sfruttare le risorse presenti nel territorio al momento non utilizzate.

Pensiamo ai giacimenti di gas naturale ai confini con la Croazia, dalla quale compriamo a caro prezzo grandi quantitativi, oppure alle energie naturali alternative come quella del sole o del vento, che per vari motivi abbiamo rifiutato negli scorsi anni.

Se vogliamo davvero risolvere, dobbiamo puntare su una indipendenza energetica valida. In alternativa, non possiamo lamentarci se mezzo chilo di pasta andrà a costare 2 euro negli scaffali dei supermercati.

Questo deve essere chiaro, e soprattutto non si deve parlare di speculazione da parte dei produttori, bensì di un costo dell’energia impossibile da affrontare per chiunque.

I soggetti della Grande Distribuzione Organizzata come stanno reagendo alla situazione e come stanno contribuendo ad arginare questa crisi?

Ci stanno venendo sicuramente incontro. La scorsa primavera, davanti al primo rincaro, ci è stata concessa una revisione dei contratti con un relativo ritocco dei prezzi in listino che è stato assorbito da loro.

Adesso, con questa impennata estiva abnorme, io dovrei richiedere una nuova variazione al rialzo, ma dubito che possa essere attualmente accettata. Anche perché, gli stessi supermercati e i punti vendita hanno visto le loro bollette, in certi casi, passare da 40.000 a 170 mila euro.

Quindi è ben chiaro che la situazione non può tenere a lungo, e il rischio crollo è sempre più tangibile. Si dovranno quindi necessariamente aumentare i prezzi nello scaffale per tamponare l’effetto. Almeno fino a che non si riesca a trovare una soluzione per controllare l’evoluzione disastrosa della crisi energetica globale.

E purtroppo, al momento, le previsioni sono di un ulteriore aumento esponenziale dei costi dell’energia, arrivando nel giro di pochi mesi al 140%. Ciò vuol dire che la bolletta che io sto pagando adesso di 18.000 euro, a breve potrebbe diventare di 40.000, passando in un anno da 70.000 a 500 mila euro. Una differenza impensabile da gestire.

Sara Sanna

Ho 48 anni e vivo in Sardegna. Ho lavorato come tecnico del restauro archeologico prima, poi come guida turistica e operatrice museale presso la "Fondazione Barumini Sistema Cultura" che si occupa della...

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