Gianluca Lo Sapio, trentaseienne da Somma Vesuviana, è selezionatore e distributore di vini nazionali e esteri, con i suoi due cataloghi The Great Gig in the Wine e Narbit. L’abbiamo incontrato per una chiacchierata informale, ed una estesa degustazione dei suoi prodotti.

Il nome del suo progetto originario – The Great Gig in the Wine – riecheggia quello di un celebre brano dei Pink Floyd, di cui Lo Sapio è un grande estimatore. Correva l’anno 2013, ed effettivamente da tale data fondativa, nel macrocosmo del vino, molto è cambiato, tanto da potersi parlare di vera e propria palingenesi.

Raggiungiamo Gianluca Lo Sapio in una tiepida mattinata di inizio primavera, la recente ristrutturazione della sede aziendale è stata improntata ai principi dell’accoglienza e funzionalità, dovendo essere deputata, negli intenti del proprietario, ad incontri formativi e masterclasses, con deposito e magazzino ubicato sul retro. Dettagli e suppellettili contribuiscono all’impressione di luminosità, raffinatezza e eleganza d’insieme, come il piatto vinili – ovviamente i Floyd in bella evidenza – le sedie dell’artista Vittorio Pappalardo in velluto idro-repellente, le lampade in ceramica vintage, la maggior parte dei quali opera di artigiani della zona.

  • Gianluca buongiorno, e grazie per la disponibilità e cortesia che ci riservi. Complimenti per la ristrutturazione aziendale, la trovo funzionale e davvero easy-chic, da l’idea di un salotto di una casa privata, in cui vi sono tante passioni confluenti, con il vino a fungere da elemento di coesione.

Carlo, benvenuto, sono lieto che ti piaccia. Effettivamente l’idea è quella di una sorta di sede di club elettivo fra appassionati ed operatori del settore, dove tenere seminari ed incontri di approfondimento, magari ospitando anche produttori, con verticali delle proprie annate ed annate introvabili. Dipendesse da me, farei incontri a cadenza quotidiana, il confronto dialogico è essenziale per la crescita, anche la nostra sinergia operativa deve essere ritagliata sulle esigenze del singolo cliente, a prescindere dalle qualificazioni.

  • Quali sono i tuoi impegni in questo periodo, problematico ma anche foriero di tante novità?

Le coordinate del mio operato sono sempre le medesime, come ben sai nel 2018 ho affiancato a The Great Gig in the Wine, l’altro progetto Narbit, che cura attualmente l’import di circa trenta aziende estere, segnatamente francesi e spagnole. Per ciò che riguarda il catalogo originario, ho operato una riduzione e razionalizzazione delle referenze rappresentate, siamo passati dalle quasi settanta del 2019 alle quarantacinque di oggi, inutile nascondere che il 2020 è stato l’anno zero per la mia professione, da cui giocoforza abbiamo dovuto ripartire, reimpostando alcune prassi sino a quel momento invalse, con la risorsa amministrativa Lucia Mauro, di mio fratello Christian Lo Sapio e infine di mia madre Mugnano Immacolata, quest’ultimi soci e miei supporti indispensabili.

  • In cosa si sono sostanziate queste innovazioni indotte dalle recente crisi pandemica, sono tutte di natura per così dire traumatica o anche di origine congiunturale?

Alcune dinamiche erano già in itinere, quando il Covid ha bloccato tutto, si stava assistendo ad una crescita importante in termini di mercato e fatturato. La pandemia ha impresso una decrescita importante, e per questo ho cercato di ottimizzare le risorse, implementando i rapporti con i produttori, per la maggior parte piccoli artigiani, che non hanno stravolto il proprio modo di rapportarsi da una prospettiva commerciale, mantenendo fermo il rispetto dei ruoli. Ecco, potrei affermare con certezza che è cambiata la piramide commerciale, intendo la filiera distributiva da cui è composta.

  • Cosa intendi con quest’ultima espressione?

La premessa è che il mio paradigma operativo è quello di prediligere i piccoli produttori e vignerons, dai quali, come avrai capito, amo recarmi personalmente per cercare di entrare nella loro psicologia, e comprendere la loro metodologia lavorativa. In tale ottica devo evidenziare un trend discutibile, cioè che tanti artigiani hanno deciso di avocare a sé anche l’aspetto della vendita e distribuzione. Ciò in modo precipuo attraverso la pubblicità sui social, o commercializzando al dettaglio direttamente in azienda – favorendo le visite da parte dei singoli consumatori-fruitori – con l’effetto ultimo di venire esclusi dai grande cataloghi, in ultima istanza credo che il passa-parola sia una prassi sempre valida ma che permanga l’esigenza di una maggiore formalizzazione dei rapporti commerciali.

  • Quali credi che siano i territori attualmente con maggiori potenzialità in Italia, da scoprire o magari da riscoprire?

Alcune zone italiane, come ad esempio il Trento, hanno probabilmente avuto una sovraesposizione mediatica e produttiva, per cui, rimanendo in tema di bollicine, ho prescelto l’Oltrepò Pavese, che ha delle potenzialità enormi, penso ad aziende come Brandolini, Ballabio, Castello di Stefanago. Un’altra notazione devo farla riguardo l’Etna, un tempo uno dei miei territori favoriti, ma oggi probabilmente foriero di realtà aziendali valide ma con dei rapporti qualità-prezzo un tantino fuori mercato, a volte di nuove leve senza una storia consolidata. Menziono dunque il tradizionale binomio Toscana – Piemonte, nella prima cito amici come Stefano Amerighi, Federico Staderini, nella seconda Cascina Fontana, Cascina Galarin, Burzi, ed Oggero per il Roero, a cui tengo molto, fra le outsider direi che la Puglia è in continua evoluzione.

  • Per ciò che invece concerne l’altro catalogo estero, Narbit, come stai procedendo?

A differenza di The Great Gig in the Wine, con Narbit abbiamo raddoppiato le referenze in catalogo, passando dalle quindici originarie alle circa trenta attuali, per estero intendendo Spagna e Francia. Qui il discorso è diverso, i produttori hanno linee comunicative chiare, come quelli d’Oltralpe del Rodano e Jura, territori consolidati, ma anche con la Languedoc e Roussillon, che stanno rapidamente imponendosi, ove stiamo trattando nuove referenze, presto dovrò recarmi nuovamente per degli incontri commerciali. Per ciò concerne la Spagna, impossibile omettere la Galizia, di cui ho in catalogo aziende davvero rappresentative e significative, vini di grande struttura ma di altrettanto marcata bevibilità. Insomma, quello che ci muove è sempre la curiosità e sete di conoscenza, in sin dei conti il vino resta una nobile bevanda, ed è giusto accentuare il momento della condivisione.

A tale proposito, prima del commiato, mi attende la degustazione di rito, sullo splendido tavolo di marmo anticato, otto coperti per degustazioni improntate alla convivialità più marcata, di fronte scaffalatura e teche ricolme dei prodotti del catalogo.

Narbit in bella evidenza, una menzione per i due Champagne iniziali, “Clement e Fils Fraiserat” il primo, rosè di grande stoffa e marcata acidità, che tuttavia segna il passo al secondo, l’imponente “Drèmont Marroy Noir De Meandre”, blend di Pinot Noir e Meunier, dalla grande tensione minerale. Si passa dal petillant naturelle “Emmanuel Haget Preambule” della Loira, eterodosso e graffiante al palato, spostandoci in Galizia, con l’austerità ed imponenza di “As abeleiras di Casa Pequena”, da vitigno Albarino, e del successivo “Vino Branco sen etiqueta di Pedro Mendez” della medesima regione iberica. A seguire i rossi, fanno parlare di loro “Le Rocher Beaujolais Villages” di Nicolas Chemarin, da uve Gamay, una riscoperta incredibile per dei prodotti in passato mistificati da transeunti mode commerciali, sino al blend di Carignan, Cinsault, Grenache e Mourvedre della Languedoc “Domaine Des Lanes Corbieres” del Domaine Magali Roux.

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E poi, tornando nei confini nazionali, il Primitivo di Roccamonfina I.G.T. dell’azienda Enoz, a seguire lo splendido Montepulciano d’Abruzzo D.O.C. di Valle Reale, la Freisa delle Langhe D.O.C. di Giacomo Fenocchio, e la degna conclusione con il fuoriclasse Brunello di Montalcino D.O.C.G. Bramante di San Lorenzo, 2015, fiori appassiti e frutta matura, tannini già levigati per un prodotto tutto sommato così giovane.