Assegnato anche quest’anno il premio “Michelin Chef Donna 2021 by Veuve Cliquot”.
A ricevere il riconoscimento è Isa Mazzocchi, chef del ristorante La Palta, 1 stella Michelin, in Località Bilegno a Borgonovo Valtidone.

Gli ispettori Michelin hanno selezionato la Mazzocchi per il fortissimo legame con il territorio, evidenziato nei suoi piatti attraverso un continuo lavoro di approfondimento grazie al quale conduce l’ospite in una dimensione che spazia tra tradizione e innovazione.
Lo scorso anno lo stesso premio era stato assegnato alla chef Marianna Vitale, orgoglio campano con il suo ristorante Sud, 1 stella Michelin a Quarto in provincia di Napoli e ancor prima di lei a Caterina Ceraudo, stella Michelin di Dattilo, in provincia di Crotone.

Sono in tantissimi a chiedersi quanto sia opportuno oggi dedicare un premio alle chef donna, quasi come se si volessero tenere distinti i due universi, maschile e femminile, e sottolineare le differenze tra due categorie seppur all’interno della stessa professione. Una sorta di quote rosa dell’alta cucina che, se già non trova giustificazione in politica, rischia di diventare ancora più inspiegabile nella ristorazione.
Per intenderci, che differenza c’è tra uno chef donna e un suo collega uomo?
Dietro ai fornelli è così importante la differenza di sesso e in cosa questa differenza può incidere sul risultato finale dell’attività di un cuoco?
Sembra una questione banale ma per capire meglio la situazione attuale nel mondo della ristorazione possono venirci in aiuto i numeri.

I DATI
Facendo riferimento proprio alla guida Michelin, quindi agli chef stellati disseminati in giro per il mondo, i primi numeri che ci saltano all’occhio ci fanno capire la portata reale del fenomeno.
Su un totale di oltre 3300 chef stellati in 28 paesi del mondo, le chef stellate sono circa 197, di cui 42 solo in Italia. Su circa 130 tristellati al mondo solo 5 sono donne e due di queste, Annie Féolde e Nadia Santini, in Italia.

Eppure l’idea di cucina, almeno nella tradizione italiana è da sempre legata alla donna vista come colei che anche attraverso il suo “far da mangiare” quotidiano accudisce e fa da collante nella gestione familiare.
Basti pensare alle nostre nonne, alle tradizioni e ai ricettari di famiglia. Difficile che nella nostra mente questi ricordi non siano legati ad una figura femminile.
Perché allora quando i fornelli si trasferiscono dal focolare domestico su un piano professionale assistiamo a questa inversione di tendenza, tanto da assistere ad una vera e propria egemonia maschile già solo andando a sbirciare in casa Michelin? Situazione che a ben vedere non cambia anche se si prendono in considerazione altre guide gastronomiche.
Situazione che si ripete in tutto il mondo senza differenza di nazionalità se pensiamo che, per esempio in Francia, il paese con più stellati (oltre 600) patria dell’haute cuisine, le chef stellate donna sono meno di 20 contro le 41 italiane.
Se andiamo ad analizzare i profili di alcune grandi chef troviamo quasi sempre persone di un elevato livello culturale, impegnate nel sociale prima ancora che nel recupero e nella valorizzazione dei loro territori, tutte doti che denotano la loro spiccata sensibilità. La stessa sensibilità che utilizzata in cucina diventa l’ingrediente indispensabile per creare esperienze uniche all’interno di un piatto.
Ma non solo all’interno delle mura domestiche la donna in cucina ha rappresentato un punto di riferimento. Ci sono grandi donne anche dietro a movimenti che hanno cambiato il modo di interpretare la cucina nel mondo, come Eugénie Brazier, ritenuta ispiratrice dell’attuale cucina francese, prima donna della storia a ricevere le tre stelle Michelin, che vanta tra i suoi allievi il padre della nuovelle cousine, Paul Bocuse.
Chi non conosce l’americana Julia Child celebrata anche dal cinema americano, che si è impegnata per indirizzare un’America allora dominata dal mito dei fast food verso una cucina più sana e casalinga riuscendo anche a convincere molte giovani donne a intraprendere la carriera di chef. Insomma spesso sono state le donne a dettare mode nella cucina di altissimo livello.


Perché quindi ancora questa disparità di trattamento?
Non che lo scenario sia molto diverso da quello purtroppo persistente in tutte le categorie professionali e che quasi sempre si traduce in una differenza di salari a discapito delle professioniste donne.
Ma forse proprio per questo è, seppur strano e anacronistico, utile ritrovarsi qui a parlare di premi alla miglior chef, perché c’è davvero bisogno di tenere i riflettori accesi su una situazione così discriminante. D’altra parte anche il solo fatto di aver avuto uno stimolo a parlare dell’argomento è utile nell’ottica di una sensibilizzazione su un argomento altrimenti troppo spesso sottovalutato.
Potrebbe forse essere un modo per rivolgere maggior attenzione a un tema così forte e caro a tante chef, brave quanto se non più dei loro colleghi maschi ma che non riescono a emergere all’interno di un settore da sempre visto come una prerogativa maschile, un territorio dominato dal genere maschile nel quale una donna deve lavorare il triplo per far riconoscere le sue capacità.
Rifiutando quindi l’idea delle quote rosa, come detto in precedenza, ci piace vedere in questo premio l’opportunità, per tutto il settore della ristorazione e per il mondo del lavoro in generale, di aprire gli occhi sulla bravura delle donne e soprattutto sulla necessità in un futuro prossimo di non alzare più barriere, di non fare distinzioni legate alla differenza di sesso o di orientamento sessuale ma di guardare e di premiare soltanto il merito.

DONNE CHEF, UNA MARCIA IN PIÙ!