Una cantina, un fortilizio, a difesa delle varietà autoctone locali, capace di preservarle, dagli albori del secolo scorso, dagli attacchi del devastante parassita della Filossera, ma anche da più recenti pratiche colturali invasive, nonché da indebite volgarizzazioni commerciali. Non è viziata da romanticismo questa descrizione di Masseria Frattasi, composita realtà enologica gestita con passione dalla famiglia Clemente, nel Beneventano, ai piedi del Monte Taburno, nel piccolo areale fra Montesarchio e Bonea, una enclave territoriale rappresentante uno straordinario retaggio enologico.

Ancora una volta, i censimenti fondiari vanno di pari passo con la storia nobiliare, e con la relativa araldica, in un processo di retrospettiva riscoperta della memoria: nei registri dell’Avalos, Principi di Montesarchio, conservati nell’omonimo palazzo d’epoca ubicato in Napoli, alla Via dei Mille – per inciso, oggi di proprietà del Gruppo Ferlaino – è attestato che la famiglia Cecere coltivava a vigneto, e produceva vino, sino a partire dal 1576, una storia protratta cinque secoli.

Sotto l’egida dell’imponente massiccio del Taburnum, icona di altrettanti pregnanti riferimenti mitologici, tale da essere stata cantata da Virgilio che, rimastone incantato, nell’Eneide e nelle Georgiche, poema “bucolico”, incentra tale opera su di un’idea in cui il senso del lavoro era da intendersi come lotta faticosa contro una natura idealizzata, per certi versi ostica.

Di sicuro Pasquale Clemente, direttore dell’azienda, che incontriamo in una mite e soleggiata mattina di fine febbraio, avrà ben chiaro il senso di questa metafora letteraria, che assume i contorni dell’epica: l’accoglienza è resa ancora più vibrante, nella splendida masseria settecentesca costituente il corpo principale dell’azienda, costituita in pietra calcarea bianca, con rivestimenti esterni realizzati in basoli, e portale con inserti in lastre di terracotta di tombe sannite del V secolo avanti Cristo, rivenute duranti i lavori.

Accompagniamo, preliminarmente, Pasquale nel giro dei vigneti, raggiungendo i suoi inseparabili collaboratori, i contadini-mentori degli appezzamenti, incredibili realtà agronomiche, vigneti che si estendono dai trecentottanta sino ai novecento metri sul livello del mare, coprendo una superficie di circa trenta ettari, ripartiti in piccoli terrazzamenti, circondati da boschi e felci, che annoverano vigneti a piede franco (o pre-filossera).

Il micro distretto vinicolo di Montesarchio e Bonea rappresenta un vero e proprio trait d’union di favorevoli congiunture morfologico-territoriali, laddove si riesce a beneficiare dei venti freschi della dorsale dell’appennino Campano, così come della brezza marina proveniente dal Tirreno, creando un clima mite e temperato, ideale per la coltivazione e maturazione della vite.

Fra le varietà coltivate, condotte secondo i metodi dell’agricoltura bio-dinamica, vi sono quella autoctone come la Falanghina – “cosi come il Greco è di Tufo, la Falanghina è di Bonea” chiosa, sornione, il titolare – l’Aglianico, la Coda di Volpe, il Greco, ma anche quelle internazionali, come il Cabernet Sauvignon, il Merlot, con pratiche colturali eco-sostenibili ed a basso impatto ambientale.

Dopo la visita alle coltivazioni, molte delle quali sviluppatesi su di un terreno impervio, rientrante nel paradigma della cosiddetta “viticoltura eroica”, poiché praticata su territori impervi, costituiti da massi e ciottoli, con grosse componenti di argilla e calcare, ci apprestiamo alla degustazione della gamma aziendale, senza remore, né timori riverenziali, di fuoriuscire dalle ristrettezze dei gangli dei disciplinari di produzione.

Difficile coprire l’intera selezione, considerando che, con circa centottantamila bottiglie prodotte annualmente, il catalogo aziendale annovera circa venti referenze, includendo gli outsider, tra cui l’omonimo vino prodotto sull’Isola di Capri, blend di oltre diciotto varietà autoctone, alcune delle quali in via di estinzione, fermentazione malolattica con un elevage di circa otto mesi in barrique nuove di castagno, e la Grappa invecchiata di Donna Laura, ottenuta a metodo discontinuo con alambicchi a bagnomaria alimentati a vapore, in pairing ideale un formaggio erborinato.

Elencando brevemente la straordinaria teoria dei prodotti degustati, si va dall’imponente esordio del SVG 920, blend di vitigni internazionali bianchi, elegante acidità e longevità in itinere, passando per lo Chardonnay 890 – la cifra denota rispettivamente l’altitudine dei terrazzamenti – senza tralasciare la “Falanghina Zero”, bollicine di alta montagna con oltre 24 mesi sui lieviti, ed ulteriore affinamento in bottiglia a dosaggio zero.

Si prosegue, per ciò che concerne i bianchi, con la Coda di Volpe e la Falanghina Donnalaura da vendemmia tardiva, dedicata alla nonna del proprietario signora Laura, ed emblema, come accennato, del luogo di origine del vitigno, di grande incisività ed eleganza, profumi persistenti di fiori di sambuco, ed una splendida etichetta raffigurante delle maioliche di casa, opera dell’artista Giustiniani, il più famoso ceramista del Settecento.

Passando alla seconda batteria, quella dei rossi, si vola idealmente dal “Caudium”, altro vino “identitario” dedicato all’intera capitale del Sannio, vitigno Aglianico in purezza da terreni argillosi, con profumo di more selvatiche e un corpo denso.

Segue, nella giusta progressione, lo “Iovi Tonant”, con affinamento in barriques di rovere francese, terminando con l’imponenza del “Kapnios”, definito da Clemente come “il primo Amarone, nel senso di vino da appassimento, della storia”, in cui l’appassimento su graticci determina una tostatura ed affumicatura nel gusto, da cui la denominazione “kapnios”, ovverosia affumicato, uno dei molteplici fiori all’occhiello dell’azienda.

Si conclude una giornata memorabile, con un’appendice di degustazione dedicata all’olio, estratto a freddo da ulivi millenari, uno spettro gustativo infinito e sentori di erbe e foglie spontanee locali, terminando con il “Moscato di Baselice”, un vino da dessert da appassimento nei fruttai, immersi in loop sensoriale senza fine, un gioco continui di rimandi sinestetici, in un luogo – il Sannio Beneventano – unico al mondo.