La frana silenziosa: quando il crollo dell’olio minaccia le aree interne e i frantoi
Ci sono crisi che fanno rumore nelle piazze, con cortei, bandiere e trattori schierati come barricate — come si è visto a Bari, dove duemila olivicoltori hanno alzato la voce contro un mercato impazzito. E poi ci sono frane silenziose, invisibili ai grandi schermi, che consumano lentamente il tessuto economico e sociale dei nostri territori. È esattamente quello che sta accadendo nelle aree interne e lungo le colline italiane, dove la caduta verticale del prezzo dell’extravergine — crollato del 47% in un solo anno e trascinato verso il basso dai volumi record della Spagna — non rappresenta soltanto un problema di bilancio per le aziende agricole. È una condanna a morte per la manutenzione del paesaggio e per la sopravvivenza dei frantoi locali.
L’illusione dell’olio a 3,99 euro e il dramma della raccolta in perdita
A denunciare con forza il paradosso di questa fase èl’Associazione Nazionale Città dell’Olio, per voce del presidenteMichele Sonnessa, che ha messo in luce la gravità delle offerte che iniziano a comparire sugli scaffali:
«In questi giorni un extravergine presentato come italiano è in offerta sugli scaffali a 3,99 euro al litro. È un prezzo che non può stare in piedi: non basta nemmeno a coprire quanto costa oggi l’olio italiano all’origine, sommato a bottiglia, trasporto e distribuzione. Una cosa è chiara: a quel prezzo non si vende olio, si svende il lavoro di chi lo produce e il territorio da cui viene.»
A fronte di costi vivi di produzione che impongono una soglia di almeno 7 euro al chilo per coprire le spese vive, i prezzi all’origine sono precipitati tra i 3,80 e i 4,20 euro. Raccogliere le olive, pagare la manodopera, sostenere i costi energetici della molitura e trasportare il prodotto nei frantoi significa, per molti piccoli produttori, firmare un passivo certo.
La conseguenza più drammatica di questa forbice è già sotto i nostri occhi: l’abbandono. In Italia, su un milione e 100 mila ettari di oliveti, circa 500 mila ettari versano già in stato di abbandono. Quando il mercato impone prezzi da svendita, i primi a spegnere i motori dei trattori e a lasciare i frutti sui rami sono proprio gli olivicoltori delle aree collinari e montane. E con l’abbandono della pianta si apre la voragine: il dissesto idrogeologico, l’aumento vertiginoso del rischio incendi e lo spopolamento irreversibile di borghi che vivono grazie all’economia rurale.
Il presidio dei frantoi e l’errore della materia prima indifferenziata
In questa tempesta perfetta, a pagare il prezzo più alto sono i frantoi di prossimità. Per decenni considerati i templi della trasformazione artigianale e custodi della biodiversità varietale italiana, i frantoi rischiano di restare con i macchinari spenti e i magazzini vuoti di un’identità autentica.
L’errore strutturale che la politica e i mercati continuano a compiere è trattare l’olio extravergine di oliva come una commodity indifferenziata, il cui valore viene deciso dai grandi flussi internazionali e dalle piazze estere. Ma come ribadisce Sonnessa, «un litro d’olio non vale l’altro»: ridurre il prezzo a pochi euro significa svilire secoli di saper fare, ignorare i disciplinari di tutela e calpestare il lavoro di chi custodisce un patrimonio Unesco come la Dieta Mediterranea.
Le richieste al Governo: non basta certificare, bisogna difendere il valore
La mobilitazione del comparto e gli appelli delle associazioni non possono esaurirsi nella richiesta di tamponare l’emergenza con sussidi occasionali. La politica e il Parlamento devono imprimere una svolta netta attraverso tre direttrici non più rinviabili:
- Sblocco del Piano olivicolo: Approvare senza indugi il provvedimento Coltivaitalia per destinare 300 milioni al settore, con una linea specifica per il recupero degli oliveti abbandonati.
- Trasparenza sui costi medi di produzione: Determinare e rendere pubblici i costi reali per rendere efficace il divieto di vendita sottocosto previsto dalla legge sulle pratiche commerciali sleali.
- Tracciabilità immediata: Rendere pienamente operativo il registro elettronico prima che la campagna entri nel vivo, bloccando le speculazioni sul prodotto estero.
Dietro ogni bottiglia di olio venduta a un prezzo irrisorio non c’è un affare per il consumatore, ma la svendita mascherata di un intero paesaggio. Se permettiamo che i nostri oliveti muoiano, a spegnersi non sarà solo una filiera produttiva, ma l’anima più profonda dei nostri territori.

