In un mondo “digital food”,  dove siamo sommersi da informazioni e foto più disparate, dove tutti sono #influencer e #foodblogger, la soluzione per vincere la guerra dell’attenzione si chiama Egidio Cerrone.
Il suo sorriso basta per raccontarvi come una vita “condita” da un’idea futura e accompagnata da un’ottima squadra diventa un grande SOGNO.
Nei racconti di Egidio possiamo rivedere le nostre nonne; ma non pensate che sia stato tutto semplice!

Oggi è facile riconoscerti per il gran percorso imprenditoriale che hai fatto, ma Egidio Cerrone dove nasce e soprattutto quali erano i tuoi sogni da piccolo?

Sono figlio di Pianura, quartiere bistrattato  per le note vicende di cronaca ma dove ancora si dice buongiorno e buonasera, e dove quelli della mia generazione hanno ancora avuto la fortuna di crescere nelle tradizioni e nei rituali della napoletanità. Mia Nonna Vincenza aveva un forno in casa, ho fatto con i miei zii e i miei cugini le conserve di pomodoro, ho visto salami e pancette appesi in stanzini segreti, ho visto fare il pane e ho visto tavole piene di braciole da arrotolare e cucire. Mentre per gli altri bambini era solo nutrimento, per me era un mondo fantastico, che mi ha sempre incuriosito, che mi ha sempre ossessionato. Da piccolo, e immagina le difficoltà di un bambino paffuto che invece di pensare ai calciatori sognava il momento in cui si facevano i “pagnuttielli” caldi e la nonna ci mandava a comprare la mortadella, sognavo di potermi esprimere perchè ho sempre pensato che il mondo che avevo nella mia testa era speciale.

Quando ti è scattato il click di dire ora pubblico storie di cucina napoletana?

Quando ho capito che stavo iniziando ad esprimermi. Quando anche solo ad un gruppo di amici riuscivo a trasmettere quelle emozioni e vedevo i loro occhi illuminarsi come i miei. Ho un posto del cuore, Ciro Mazzella a Monte di Procida: ho raccontato a chiunque di questo semidio che arrostisce le salsicce da 40 anni e fa panini di un altro mondo, ci ho portato chiunque. Poi ho finito gli amici e ho iniziato a scrivere. Per lanciare il primo articolo tra gli amici di Facebook – non una pagina Facebook, non un profilo Instagram ma proprio tra gli amici – ci ho messo un pò prima di trovare il coraggio. Poi è andata bene (ride).

Dalle storie su instagram al mondo imprenditoriale il passo è stato: semplice, complicato, difficilissimo?

Magari dalle storie di Instagram. Oggi il mondo del digitale attorno al food è enorme, quasi saturo. Ma quando ho iniziato io, era molto facile che se ti presentavi con una fotocamera in un locale, ti toccava la mezzoretta di spiegazioni. E nel mio caso è andata proprio così. E, forse, è proprio questo che mi rende così diverso dalle nuove generazioni, io non avevo riferimenti, non avevo schemi, non avevo i mezzi di oggi e questo mi ha formato. Oggi puoi fare 1000 followers in mezza giornata, io li feci in 4 mesi e andai anche a festeggiare proprio da Mazzella con i miei più cari amici. Il passo al mondo imprenditoriale non è stato ne semplice, ne complicato, ne difficilissimo. È stato naturale. Avrei potuto rendere il mio blog un grosso progetto commerciale tra sponsor, eventi e marchette, e le proposte, anche grosse, non sono mancate. Io ho preferito la via più difficile ma trasparente e onesta. Ho lasciato il blog un mio diario libero e personale, e mi sono messo in gioco aprendo il mio locale, donandomi con tutto me stesso alla realizzazione e allo sviluppo di un format innovativo e non schiavo del mercato, ma in grado di crearlo. Oggi Puok è una scelta, sai che è cosi, sai che vai a mangiare qualcosa che qualcuno ha pensato di proporre cosi, e fortunatamente anche questa è andata bene (ride).

In un mondo dove tutti vogliono la linea perfetta e l’attenzione maniacale per il cibo “sano”, tu rappresenti una sorta di pugno in un occhio piacevole e con risultati eccellenti. Come te lo spieghi?

Perchè come diceva Titta di Girolamo (Toni Servillo) ne “Le conseguenze dell’amore” l’unica cosa futile di Puokemed (di Titta nel film) è il nome. Puokemed non è solo mangiare assai, anzi, è un ricordo, è memoria, è evocazione, è spesso un messaggio old school con un linguaggio che arriva alle nuove generazioni. Ho fatto apprezzare ai miei followers il soffritto, la genovese seria, i mugliatielli (ride), la braciola di cotica. Molti nei miei racconti rivedono le loro nonne (e forse io scrivo per parlare di nuovo con loro). Puokemed ha una poetica precisa. Puok Burger è una sua declinazione. Funzionano perchè hanno le spalle forti, hanno memoria, non sono moda, non arrivano passivamente. Scegli di leggere un racconto lunghissimo di Puokemed. Scegli di mangiare il panino con le zucchine fatte in quel modo da Puok.

Di tante cose che mangi, me lo sveli il tuo piatto preferito in assoluto?

I tubbbettoni con la pelata di mia mamma. È il primo piatto che ricordo, quindi penso sia legato alla prima volta in cui mi sono emozionato mangiando. Che è una cosa fondamentale nella mia filosofia: quando mangiamo usiamo tutti i sensi, e quindi abbiamo una registrazione in altissima definizione di una emozione. Quando rimangio quel piatto, risento nettamente quella emozione e torno lì, in quel preciso giorno. Che magia vero?

Sei riuscito a paralizzare via Cilea, una delle strade principali del Vomero (NA) puoi svelarmi un’altra delle idee “malsane” che hai in mente per il tuo futuro?

Eh (ride). Anche se sui social si vede a grandi numeri solo la punta dell’iceberg – il presente di Puokemed e Puok Burger – nell’ultimo anno ho lavorato tantissimo sul futuro di questi progetti e di tutto ciò che è entrato a far parte di questa storia. Ho lavorato a un secondo Puok e a quello che ritengo sia il maxiprogetto della mia vita: Fatelardo, la mia factory di comunicazione e produzione audiovisiva nel food. Fatelardo mi permetterà di portare Puok a un livello di comunicazione superiore, e mi permetterà di portare la poetica di Puokemed a un livello molto più alto. Mi ha permesso di sperimentare nuovi linguaggi, e se oggi il blog di Puokemed é fermo da 3 anni e il progetto ha continuato ad esistere solo sui social, forse riuscirò a coronare il mio sogno più grande: tornare a raccontare, ma questa volta all’ennesima potenza. Parallelamente mi piacerebbe radicare Puok nella cultura partenopea e un giorno renderlo un cult, apprezzato e desiderabile da ogni parte del mondo e progettare anche nuovi format, nuovi locali in cui declinare la mia poetica e rendere ancora più tangibile il mio pensiero associandolo ad una sana e trasparente imprenditoria.

Oggi sembrano tutti voler fare gli influencer, come fosse semplice, ma qual è stato il tuo segreto per avere tanta popolarità?

Odio questa parola, non mi appartiene. Sorrido quando vedo persone definirsi tali, ed è una cosa che quasi mi ossessiona. Non ti nascondo di aver da pochissimo rifiutato una bella proposta in TV di un documentario RAI sugli Influencer più importanti di Italia. Mi sarei sentito etichettato e non ci riesco. Io godo nel far conoscere le cose buone, godo nel far mangiar le cose buone. E lavoro davvero troppo e con tutta la qualità che riesco a dare per questo obiettivo. Puokemed è stata una vocazione, Puok una declinazione naturale. Oggi in troppi vogliono diventare Puokemed per essere famosi e per fare magari il loro Puok. Non amano davvero quello che fanno. Il mio rammarico è di aver forse creato un mondo, che però ci ha regalato nuove generazioni di “per info e collaborazioni contattami in direct”. Non mi piace, io il primo euro l’ho visto al primo Django venduto o al primo cliente al quale ho gestito l’immagine (Fatelardo parte da qui) che è totalmente diverso dal fare pubblicità e fare gli influencer. Non mi piace, e forse è questo modo di pensare che mi rende diverso dagli altri e che spinge le persone a seguirmi. Da me è tutto trasparente: ho un locale, ho Fatelardo, è tutto sotto gli occhi di tutti e questo le persone lo capiscono, lo sentono anche se non lo decifrano subito, sanno che se pubblico qualcosa è perché mi piace e che un cliente di Fatelardo può anche pagare un video migliaia di euro ma se non mi fa impazzire il suo prodotto non lo consiglio su Puokemed. È così dal primo giorno, ed è sempre stata la forza motrice dei miei progetti. Perchè ho sempre chiaro quando tutto è cominciato, per esprimermi e far provare alle persone le cose che mi piacciono. Oggi quello che mangio e quello che servo al mio locale. Le soddisfazioni economiche sono una conseguenza, mai stato un motivo per me. Avrei fatto scelte completamente diverse.

Napoli anzi la Campania è una terra di sapori che anche grazie al tuo contributo sembra vivere una grande periodo per quanto riguarda il food, cosa suggeriresti ad un giovane appassionato di cucina?

Di raccontare questa passione come se la raccontassero ai loro più cari amici. E di non perdere mai di vista perché lo fanno. Se no non sei più un appassionato. Se con Puokemed facessi le marchette e con Puok assecondassi il mercato, tradirei me stesso e stuprerei la mia passione, prima di tradire chi mi segue.

L’imprenditore Egidio Cerrone può dare un consiglio alle Istituzioni napoletane e Italiane; quale?

Aiutate i creativi, aiutate le attività che fanno turismo, aiutate tutti quei giovani che fuori varrebbero oro. Napoli è ricca di giovani talenti, ma sembra l’Inter degli ultimi anni: una primavera di fenomeni e una prima squadra quasi mai all’altezza. Poi non ci rimaniamo male se Coutinho se ne va per 15 milioni e dopo qualche anno lo prende il Barcellona a 160 (ride). Come dicevano le mie nonne: “è nu peccato ‘e Dio”.

 

 

 

 

Grazie Egidio, mi hai dato modo di conoscere un grande persona, un imprenditore che sa quello che vuole e soprattutto un sognatore che non è si mai stancato di esserlo.