Giovanni Miola, 25enne pugliese, di Palagianello, muove i primi passi dietro il bancone all’età di 16 anni. Passando da Londra, si appassiona al mondo della miscelazione. Qui studierà e amplierà il suo bagaglio professionale. Dopo un periodo nella capitale britannica, torna in Italia e si ritrova a capo di alcuni bar di villaggi turistici e locali della movida romagnola come il Bounty Rimini, per poi approdare a Roma dietro il bancone del Baccano, il 70esimo miglior bar al mondo. Dopo Baccano, per un anno e mezzo diventa barmanager di uno dei migliori cocktail bar di Roma: Latteria Garbatella, nel cuore della capitale. 

Finita l’esperienza nella capitale, decide di tornare nella sua terra natia. Qui inizia la collaborazione con un brand 100% pugliese (come lui): Adriatico Amaretto. un brand di liquori di mandorle fatto interamente con prodotti made in Puglia.

Parallelamente all’attività di brand ambassador per Adriatico, sta lavorando alla nascita del suo primo locale nel proprio paese d’origine: Palagianello in provincia di Taranto.  Si tratterà di un bistrot tra le mura del centro storico del piccolo borgo pugliese.

Ciao Giovanni, ci racconti come ti sei avvicinato al mondo della mixology?

Mi sono avvicinato al mondo della mixology, all’età di 16 anni per puro caso: lavorando nel bar di Palagianello, il mio paese di origine. Questo bar viveva di notte, così, da semplice aiuto barista, passando le notti a pulire la work station del capo barman,  e a fare carichi infiniti di ghiaccio,  mi sono appassionato a questo mondo e ho iniziato a studiare, sperando un giorno, di essere io in work station a fare da bere a tutta quella gente, essere io l’artefice di quel magnifico caos.

Hai iniziato dietro il bancone del Bar di Palangiello e poi diverse esperienze in discoteche, cosa ricordi di quel periodo?

Nel periodo vissuto tra Palagianello e le varie discoteche di zona, ricordo soprattutto la spensieratezza. Spensieratezza dovuta alla mia giovane età. Ma soprattutto ricordo di trovare energie nascoste, proprio grazie al lavoro; ci sono stati periodi in cui facevo le notti in discoteca e a fine turno, alle 5 di mattina,  aprivo il bar di paese per le colazioni, fino alle 15,00 . Sono per me ricordi indelebili, che hanno segnato la mia crescita professionale e umana.

Poi sei andato a Londra per studiare alla London European Bartender School, cosa porti con te di quell’esperienza?

Poi è arrivata Londra nella mia vita, un periodo breve, ma che ha determinato tutto il resto. Quando iniziai la scuola di bartending a Londra, ero convinto di non riuscire a superare nemmeno un esame, paura nata dal fatto che avessi una conoscenza minima dell’inglese, dovuta ai miei 19 anni e alla lontananza da casa. Ma poi alla fine, studiando, almeno il doppio, di quello che ho studiato a scuola negli anni precedenti, sono riuscito a diplomarmi come migliore alunno del corso con 97/100. Un’emozione incredibile, che segnava l’inizio di qualcosa di speciale.

Sei stato Bartender all’O2 Arena London, quali sono le differenze principali trai i bar italiani e quelli inglesi?

La differenza sostanziale tra i bar inglesi e quelli italiani è, a parer mio,  l’approccio con i clienti. In Italia, la clientela ha bisogno di essere guidata nel mondo della miscelazione, ha bisogno di una guida per conoscere i propri gusti in termini di cocktail, a differenza dei clienti dei bar inglesi che grazie alla loro cultura (coltivata nei pub) , hanno un approccio diverso, più consapevole rispetto alla mixology.

Poi sei ritornato in Italia e sei stato al Bounty di Rimini, cosa ti ha lasciato?

Il ritorno in Italia è sicuramente segnato dal Bounty Rimini, perché in breve tempo mi ha dato l’opportunità di diventare il responsabile del bar nonostante la mia giovanissima età. Gestire uno staff di 8 ragazzi, tutti più grandi di me, affrontando ogni sera numeri importanti ( circa 1000 coperti al giorno in piena stagione), ha sviluppato il mio lato manageriale e la mia leadership dietro al bancone e non solo.  Al Bounty ho passato 3 anni indimenticabili, è stata una palestra di lavoro e di vita.

Hai vinto il Baritalia Hub con il tuo “Golden Gourd” nel concorso dedicato al pioniere della miscelazione “Jerry Thomas”, te lo aspettavi?

Ho concluso la mia esperienza a Rimini, con la bella ma inaspettata vittoria  di Baritalia. E’ stata una competizione di altissimo livello, dove ho potuto conoscere grandissimi professionisti, motivo per cui non mi ritenessi tra i favoriti.  Una volta in pedana, durante la finale, ho iniziato a crederci anche grazie al supporto del mio coach. Una vittoria che ha determinato il mio approdo a Baccano, a Roma.

 Ora dove possiamo trovarti?

Attualmente, sono tornato in Puglia, a Palagianello (TA), il mio paese d’origine.  Dopo tanti anni fuori ho deciso di tornare a casa per cercare di creare qualcosa di mio con la collaborazione della mia compagna, nonché socia e parallelamente allo sviluppo del nostro progetto,  mi muovo per tutta la regione come brand ambassador.

Sei anche brand ambassador di Amaretto Adriatico, in cosa consiste la tua attività e ci racconti qualcosa di questo prodotto?

Sono diventato da pochi mesi brand ambassador per Adriatico, una gamma di  liquori 100% Made in Puglia. Si tratta di essere l’immagine di un brand che sento mio, perché punta a valorizzare la mia terra. A me spetta il compito di farlo conoscere in Italia, ma soprattutto ai bartender pugliesi, proprio per dare forza alla territorialità del prodotto. Parliamo di un amaretto e un latte di mandorla alcolico fatto con mandorle 100% pugliesi lavorate artigianalmente ed in maniera naturale. Un prodotto giovane sul mercato, solo un anno, che vanta già molte vittorie nell’ambito spirits. Rappresentarlo è per me motivo di grande orgoglio.

Quale tecnica di miscelazione preferisci?

La tecnica di miscelazione che preferisco è la shakerata, perché il rumore del ghiaccio che sbatte nelle pareti dello shaker è la vera musica del bar, è un rumore che mi fa sentire vivo.

 Ma quanto spazio ha la creatività nel tuo lavoro?

Nel lavoro del bartender, la creatività ha un ruolo fondamentale, senza la creatività un bartender non è completo e credo che non possa mai eccellere con il solo utilizzo della tecnica o della conoscenza. Spero di non rimanere mai a secco di creatività.

E il distillato che preferisci miscelare?

Mi piace tantissimo miscelare distillati a base di agave come tequila e mezcal, donano al drink corpo e sentori molto interessanti.

Qual è il cocktail che preferisci bere e quello che preferisci realizzare?

Il cocktail che preferisco bere in assoluto è il gin tonic, per me simbolo della spensieratezza e leggerezza. Per quanto riguarda il cocktail che preferisco fare, in realtà, non ne prediligo uno in particolare ma piuttosto mi piace esaudire al massimo i desideri dei miei ospiti, cercando di creare il loro cocktail preferito.

Esiste il cocktail perfetto?

Il cocktail perfetto non esiste, assolutamente, non esiste un bilanciamento assoluto o una ricetta perfetta tutto dipende da chi abbiamo di fronte, il nostro compito è quello di creare il drink che sia perfetto per un determinato ospite, in un determinato momento. Il cocktail perfetto per me sarà sempre la felicità del cliente.

Progetti per il futuro?

Ho molti progetti per il futuro, in primis l’apertura del bistrot che aprirò prossimamente a Palagianello (TA) con la mia compagna. Un locale dall’identità mediterranea, che mescolerà la mia cultura pugliese e quella siciliana della mia compagna. E poi, in futuro cercare sempre di migliorarmi senza mai togliere tempo alla mia famiglia e magari un domani, ai miei figli.