Cristina Bowerman, chef stella Michelin, è nata in Italia a Cerignola, in provincia di Foggia. Dopo la laurea in Giurisprudenza, nel 1992 lascia la Puglia per gli USA. In California alterna gli studi forensi e quelli in graphic design, al lavoro da Higher Grounds, coffee house di San Francisco.
Nel 1998 si trasferisce ad Austin, dove consegue la laurea in Culinary Arts. Nel 2004 decide di tornare in Italia, presso il Convivio dei fratelli Troiani a Roma, poi da Glass Hostaria.

La sua storia e quella del ristorante Glass sono diventate un case study all’Università Bocconi nel programma 2010.

Nel 2013 viene premiata come Chef Donna dell’Anno a Identità Golose 2013.
Nel 2014 per Mondadori esce il libro: Da Cerignola a San Francisco e ritorno – La mia vita di chef controcorrente.
Nel 2015 Cristina Bowerman è anche l’unica donna selezionata come Chef Ambassador di Expo Milano 2015.

A febbraio 2018 è nominata Ambasciatrice dall’Associazione Telefono Rosa, membro del Comitato Tecnico di Coordinamento, dal Ministro dei Beni culturali e del turismo, Dario Franceschini, per l’Anno del Cibo Italiano 2018 e, a marzo, membro del Comitato di Indirizzo del corso di laurea in Scienze e Culture Enogastronomiche presso l’Università di Roma Tre. Infine, viene premiata ai Cinecibo Awards di Roma per la sua creatività in
cucina.

Tra i suoi impegni più sentiti: ACTION AID, Fiorano For Kids, Food Act.

L’abbiamo intervistata:

Ciao Cristina, laureata in giurisprudenza e poi passata alla cucina, ci spieghi il tuo percorso?

Dopo essermi laureata in Giurisprudenza, ho deciso di viaggiare e di andare a vivere all’estero, portando con me la passione per la cucina. Sono andata negli Stati Uniti dove ho iniziato un percorso lavorativo lontano da quelli che erano stati i miei studi, lavoravo nel campo del design. Nel 2000 decido di cambiare la mia carriera, lasciando il design e abbracciando la cucina professionale, così mi laureo in Arti. Ero convinta che cucinare poteva essere più del “semplice” spadellare, che era una questione di cultura, tradizione, creatività. Insomma poteva essere considerata una professione. Dopo essermi laureata mi sono data dieci anni di tempo per avere successo nel mio campo dove “avere successo” era (ed é ancora) legato alla possibilità di svolgere la propria professione al massimo delle proprie potenzialità. Nel 2004 torno in Italia. Volevo imparare a fare la miglior pasta fresca del mondo e rientrare ad Austin, ma le opportunità che mi si sono presentate erano da prendere al volo. Così eccomi a Roma da ormai 14 anni.

Le tue prime esperienze sono americane (laurea in Culinary Arts) ed hai lavorato al Driskill Grill ad Austin, cosa ti porti dietro di questo lungo periodo nel paese a stelle e strisce?

Io considero gli Stati Uniti parte di me e casa mia esattamente come l’Italia. Lì mi sono formata come professionista e come persona. Ho vissuto negli anni in cui da ragazze ci si trasforma in adulte.

Degli Americani mi piacciono tante cose ma soprattutto la serietà e professionalità con cui svolgono qualsiasi lavoro. Nel loro modo di lavorare ci sono dignità e orgoglio ad un livello che difficilmente ho riscontrato in altre parti del mondo.

Agnello, tuberi, cipolla rossa brasata e stilton

Nel 2004 torni in Italia al Convivio di Angelo Troiani che ricordi hai?

Colsi al volo l’opportunità di fare uno stage in cucina al Convivio con Angelo Troiani. La sua amatriciana è leggendaria, come lo sono anche molti altri piatti. Lo chef, però, pensa di affidarmi la partita del pane e della pasticceria. Ma non era ciò che volevo. Comunque accetto, avevo bisogno e voglia di imparare. Nel giro di due settimane approdo al pass, poi agli antipasti e ai primi – proprio dove volevo arrivare io – per conquistare infine anche i secondi. Per me è stata una grande soddisfazione.

mela in 4 versioni

Poi nel 2005 Glass Hostaria, dopo un primo periodo un po’ faticoso arriva la tua consacrazione anche con la stella Michelin, ci racconti questa lunga storia?

L’impatto è stato enorme. Una stella Michelin ti dà la sicurezza di continuare la tua crescita professionale senza la dura lotta per cercare un pubblico. Ricordo ogni minimo dettaglio di quel giorno del 2010, ero incredula, ma felicissima! Per me la Stella è stata uno stimolo potente. Come prima reazione, invece di dire a me stessa “ok, sono arrivata”, ho pensato “dai, puoi fare ancora meglio!”. Non voleva essere una dimostrazione nei confronti del mondo, ma un discorso – fondamentale – tra me e me. Non potevo fermarmi, dovevo continuare ad andare avanti.

Capocollo di maiale salsa di pistacchi e dashi funghi e kumquat nero_ph_Niko_Boi

Alcuni suoi piatti sono un’icona del suo stile (Panino alla liquirizia con scaloppa di foie gras, chips di patate, ketchup di mango e maionese al passito; Raviolo di parmigiano liquido 60 mesi; cuore di vitella con caffè, patate affumicate, habanero e tartufo nero) ci puoi raccontare la loro genesi?

Tra i piatti che mi rappresentano di più c’è proprio il mio panino alla liquirizia con foie, finto ketchup di mango e maionese al passito. Messo in carta nel 2006 da Glass, ha tentato di rompere gli stereotipi del panino non servibile in un contesto come Glass, un ristorante che poi, pochi anni dopo, ha preso la Stella. Quando l’ho pensato, la moda dei panini non era neanche lontanamente in vista.

Inoltre, nel 2013, quando il panino con pastrami di lingua ha vinto il premio “Panino dell’Anno” per la guida Street Food del Gambero Rosso, è stata una bella soddisfazione. I ravioli di Parmigiano piacciano tantissimo, ai nostri clienti e pure a me – anche se, in base alle stagioni, li servo con i funghi o con gli asparagi.

Ad un anno circa dall’apertura di Romeo Chef & Baker, qual è il bilancio di questo suo nuovo ristorante “polifunzionale”?

Sicuramente il bilancio è positivo. La creatività per uno chef è tutto e per me questo nuovo progetto è stato soprattutto uno sfogo creativo. A volte avere un solo ristorante può essere limitante: negli anni mi venivano in mente progetti, idee, piatti da sperimentare che però non potevano in alcun modo incontrarsi con Glass Hostaria. Romeo Chef & Baker è stata per me l’occasione di lavorare ad uno standard qualitativamente sempre molto alto ma su una realtà accessibile e comprensibile ad un pubblico più ampio.

Gnocchetti, ricci di mare e bagnacauda di aglio nero

Quello degli chef è davvero un mondo maschile come sembra?

Racconto spesso che quando sono arrivata da Glass Hostaria, uno dei miei due ristoranti a Roma, qualcuno della brigata ha preferito andarsene: un vero sabotaggio di genere vissuto sulla mia pelle. Chiaramente, all’epoca, non interessava ancora a nessuno lavorare con Cristina Bowerman; ma non posso non ammettere che oggi le cose sono un po’ cambiate.

Prova che, nonostante le difficoltà oggettive, la carriera di una donna in un mondo inanellato su criteri fondamentalmente maschili come la cucina, sia un’impresa difficile ma non impossibile.

Pesce bianco glassato alla soia e arancia, scorzonera e salsa al miso

Qual è la dote principale che deve avere una donna che vuole fare questo mestiere?

Sono del parere che non ci siano differenze. Tutto riguarda la propria personalità e attitudine. Le uniche cose che davvero contano quando assumo una persona nel mio team sono la formazione, la passione, le esperienze professionali e l’atteggiamento con cui si presenta. Il mio obiettivo è proprio quello di abbassare al minimo le differenze tra generi sul lavoro. Conta il background di una persona, non il sesso.

panna cotta lampone e anice e menta frost

Sei stata da poco nominata membro del Comitato Tecnico di Coordinamento per l’Anno del Cibo Italiano 2018 dal Ministero dei Beni Culturali e del Turismo, assieme, tra gli altri, a Carlo Petrini e Massimo Bottura. Di cosa si tratta?

L’obiettivo è quello di legare il cibo al territorio e il successo devo dire che sta arrivando!

Anche slegare gli chef dal mero cibo è uno dei passi fondamentali per far sì che il cibo trasli in un ambito diverso: la cultura!