Ha inaugurato di recente, nel quartiere Fuorigrotta di Napoli, il ristorante Bothanica, nuovo concept ristorativo fra chilometro zero e contaminazioni gourmet.

La creatività che tracima nell’anarchia, la ricerca per sottrazione dell’essenza di un’esperienza eno-gastronomica, abbandonando lussi e facilitazioni da fine-dining d’accomodamento: queste due delle coordinate operative di “Bothanica”, la nuova creazione del sommelier stellato Giuseppe Di Ruocco, con l’amico imprenditore – ed ex rappresentante selezionatore di vini – Mario Maselli, che da giugno ha aperto le porte al pubblico, dopo qualche mese di rodaggio operativo.

Il concetto di agriturismo è stato snaturato e logorato dall’uso, i ristoranti di cucina tradizionale arrancano in un periodo obiettivamente reso complicato dai perduranti costringimenti della pandemia ancora in corso, al di fuori dei prestigiosi circuiti delle guide di settore e star-Michelin rating.

Bothanica è un’idea sorretta da un sostrato fondativo senza infingimenti, nelle idee dei titolari: ecosostenibilità ed innovazione vanno a braccetto, per una proposta che fonde filosofia zen, contatto con la natura, freschezza e qualità della materia prima in una prospettiva “farm-to-table”, ed infine una cantina composta quasi esclusivamente da referenze naturali, bio-dinamiche e naturali.

Siamo andati a visitare questo luogo in una calda serata di metà Settembre, il rodaggio operativo di circa tre mesi è stato devoluto pressoché totalmente agli eventi privati, da Luglio è stata implementata la cucina e sala, grazie al coordinamento e messa a punto della squadra, da parte del co-titolare, il sommelier Giuseppe Di Ruocco.

Da sinistra: Giuseppe Di Ruocco e Carlo Straface

Trascorsi illustri alla “Locanda del Testardo” di Luca Esposito – circa tre anni – e successivamente al Ristorante “Indaco” dell’Hotel Regina Isabella di Ischia, diretto dallo chef Pasquale Palamaro, premiato dal 2013 dal massimo riconoscimento delle guide di settore, la Stella Michelin, per Di Ruocco l’idea di avocare a sé la gestione del ristorante è stata una vera e propria epifania, foriera di rischi ma anche di vaste prospettive di sviluppo.  

Il sommelier non fa mistero delle personali stelle polari che lo orientano nella gestione dell’attività, dalle visioni escatologiche del “Kuoko Mercante” Mario Avallone – amico personale di vecchia data – passando per le cotture primordiali dell’Asador Etxebarri, tempio della griglia nei paesi baschi, sino ai luoghi in cui, parafrasandolo, “ è davvero possibile scoprire le radici della ristorazione di prossimità, ovverosia nei mercati rionali, dove si fa ricerca quotidiana, senza mediazioni con i produttori e la clientela”.

Davvero suggestiva la location, un’esperienza immersiva nella natura, aperitivo e cena in un cortile ubicato in un’azienda agronomica parzialmente riconvertita alla Via Terracina, insomma un’oasi di verde laddove non ti aspetti, ad un tiro di schioppo dal caos e dalle congestioni metropolitane.

Possibilità di estesi aperitivi, con tapas preparate quotidianamente dallo chef, ampia selezione di long-drinks e cocktail, sino alla messa a punto di tre menù degustazione, “Bothanica Antica” sotto l’egida della tradizione, “Bothanica Terra”, ed infine “Bothanica Mare”, con l’utilizzo di pescato locale del giorno, ovviamente con grande risalto dato al vegetale in tutte le opzioni (sempre possibile, ca va sans dire, la facoltà di ordinare la singola portata à la carte).

Passando alla degustazione, calibrato il gin-tonic artigianale tedesco “Gin Dry Knut Hansen”, servito con acqua tonica Limestone, in abbinamento tapas di salicornia, finocchio di mare, e pelle di baccalà essiccata.

Nel menù vero e proprio che segue, rigore gustativo della tradizione partenopea inframezzato da creatività come nella “frittata di cipolla di tropea e pucchiacchella selvativa”, o nella successiva “parmigiana di melenzana antica”, seguiti dalla “ricottina in foglie di noce alla brace” e “frittella di fiore di zucca”.

Una delle migliori genovesi assaggiate ultimamente, quella offerta come primo, con “candele di Gragnano e cipolla ramata”, dalla cottura pressoché perfetta, a cui succede il recupero filologico del “muzzariello con patate cotte sotto cenere”, ovverosia una salsiccia di carne ed interiora suine, dal sapore fortemente caratterizzante ed aromatico, seguita dall’entrecote di pezzata rossa, cotta sul big green egg, barbecue kamado in ceramica, di origine giapponese, realizzati originariamente in argilla ed importati in America alla fine della seconda guerra mondiale.

Gustoso anche il gelato alla pastiera con agrumi canditi come dessert, in pairing una sequela di notabili vitigni autoctoni campani da piccoli produttori, partendo dall’immediatezza di beva del Pignoletto pet-nat “Steve” 2020 di Gianluca Bergianti, passando per la finezza espressiva della Falanghina I.G.T. “La Prevenzione” 2019 ed il Casavecchia I.G.T. “La Terapia” della medesima azienda casertana “La casa di Famiglia – Il Vino del Professore”. Si conclude con la struttura ed incisività del “Pape Satan” Piedirosso riserva D.O.C. dei Campi Flegrei del 2013, in abbinamento sul muzzariello, sino ai deliziosi amari ed infusi del summenzionato “Kuoko Mercante” Mario Avallone, ed il pluripremiato Amaro Salento Classico dell’omonima azienda.

Tanti i progetti in itinere, un nuovo menù autunnale imperniato su prodotti di stagione come funghi e tartufi, il probabile allestimento di un dehor – giardino d’inverno, per i tempi meno miti, che preservi l’equilibrio zen del posto, ed infine degli eventi eno-gastronomici di settore, magari anche con ospiti esterni prestigiosi, che valorizzino ulteriormente la lungimiranza del progetto.