Nella nostra ricerca di materie prime eccellenti, di tanti prodotti, forse per lungo tempo trascurati ma che oggi, grazie soprattutto a piccoli e tenaci produttori, stanno riguadagnando un posto nel mercato dell’agroalimentare, nonostante le miriadi di difficoltà abbiamo scoperto a pochi chilometri da Napoli, per l’esattezza alle pendici del Vesuvio, nel comune di Sant’Anastasia c’è l’azienda Terraviva di Giannina Manfellotto 

giannina_terravivaLa Campania è da sempre terra di pomodori e, negli ultimi anni stiamo assistendo ad un fiorire di piccole aziende nate dalla volontà, soprattutto di donne (lasciatemelo dire), che mettendo a frutto gli insegnamenti di famiglie impegnate da generazioni nei campi, hanno dato il via a piccole realtà che vanno sempre di più affermandosi.

Giannina, insieme ai due fratelli, e sotto la guida sempre vigile del papà, da anni trasforma i frutti dei terreni di famiglia in conserve di altissima qualità, riservate al mercato della ristorazione di buon livello.

Giannina e i fratelli rappresentano la terza generazione della famiglia Manfellotto impegnata nella coltivazione del pomodoro. Da circa sei anni, con grandi sacrifici e il sostegno di tutta la famiglia Giannina, che già trasformava il pomodoro avvalendosi della collaborazione di laboratori esterni, ha deciso di investire anche in un laboratorio privato, all’interno dell’azienda.

Cosa ti ha spinto a prendere in mano le redini dell’azienda di famiglia e a iniziare un percorso nuovo con la trasformazione del pomodoro?

Io e i miei fratelli siamo cresciuti in campagna. La mattina prima di andare a scuola e al ritorno a casa abbiamo sempre aiutato i nostri genitori nel loro lavoro, ognuno di noi nei limiti delle sue possibilità.

Questo ci ha aiutato ad amare il lavoro nei campi e i frutti che se ne ricavano, per questo è stato facile decidere di continuare nel settore.

Poi il riavvicinamento delle persone verso una alimentazione di qualità, verso il prodotto sano come quello di una volta, quello delle nonne per intenderci, ci ha spinti in questa direzione.

Giannina raccontaci il tuo pomodoro.

I 23 ettari di terreno della mia famiglia producono 2 varietà di pomodori, precisamente la “Principe Borghese” e la “Re Umberto”, entrambi pomodori “del piennolo” che hanno ottenuto il riconoscimento della Dop.

Dall’inizio della primavera fino a fine estate più o meno, i terreni ospitano le piante di pomodoro.

Avendo ottenuto il riconoscimento della dop per i nostri pomodori, siamo obbligati ad attenerci ad un rigido disciplinare che ci impone regole ben precise che addirittura stabiliscono la distanza tra le piantine, la loro altezza e tante altre prescrizioni, oltre a 3 controlli annuali (anche a sorpresa).

La cosa che molti non sanno è che non esiste il riconoscimento del “piennolo dop” per il pomodorino giallo quindi è vietato commercializzarlo con quel nome.

Il nostro pomodoro cresce senza irrigazione artificiale. Il prodotto che ne deriva è di altissimo livello, con pochissima acqua ma con una resa ovviamente più bassa  rispetto a quello che riceve acqua dalla mano dell’uomo.

Non usiamo pesticidi né conservanti pur non avendo le certificazioni “Bio”.

Non credo tantissimo nel “Bio” perché io posso essere sicura, come sono, della assoluta trasparenza e integrità del mio lavoro ma non potrò mai avere certezza matematica che l’ambiente che mi circonda sia assolutamente pulito.

Come avviene la lavorazione?

Da luglio inoltrato iniziamo la raccolta. Il pomodoro raccolto aspetta tre giorni prima di essere lavato e privato dei rami, poi tagliato (commercializziamo “pacchetelle” rosse e gialle”) e messo nei vasetti. Dopo queste operazioni si procede alla pastorizzazione.

Coltivate solo pomodoro?

No, in realtà sui nostri terreni abbiamo da sempre anche alberi da frutto, prevalentemente albicocche di diverse varietà tra le quali spicca la famosa “Pellecchiella” del Vesuvio.

Facciamo una piccola produzione anche di confettura di “Pellecchiella” ma molto  limitata rispetto al pomodoro.

Abbiamo inoltre deciso di destinare parte dei terreni sui quali attualmente insistono gli alberi di albicocche alla coltivazione di pomodoro.

Dopo la raccolta di quest’anno molti alberi verrano tagliati per lasciare spazio al nostro prodotto principale.

Purtroppo il mercato penalizza molto noi coltivatori e non è più accettabile che un prodotto che richiede mesi di cura e attenzione, giornate intere di lavoro impegnativo e di responsabilità, debba poi essere svenduto sul mercato a pochi centesimi.

A questo punto, non vedendo possibilità di miglioramento della situazione, preferiamo convertire anche questa parte dei terreni al pomodoro, per aumentare la nostra produzione di vasetti e accontentare una richiesta sempre maggiore.

Nel periodo autunnale, fino a fine dicembre più o meno coltiviamo, sugli stessi terreni, i nostri friarielli che poi trasformiamo e conserviamo in olio all’interno del nostro laboratorio.

Che caratteristiche hanno le tue conserve?

Con il nostro metodo di conservazione riusciamo a fornire al consumatore un prodotto sempre fresco e di stagione perché raccolto e conservato nel suo momento migliore, quindi con le stesse proprietà e gusto del prodotto fresco. Inoltre si tratta di un prodotto assolutamente artigianale.

Nei miei obiettivi futuri c’è la crescita ma sempre nei limiti in cui possa consentirci di conservare la nostra “artigianalità” anche se posso dire con orgoglio che, numeri alla mano, da quattro anni siamo la prima azienda artigianale di trasformazione del pomodoro della zona vesuviana, pur con le miriadi di difficoltà che il nostro settore vive quotidianamente.

Molti pizzaioli utilizzano i tuoi prodotti sulle loro pizze. Cosa pensi di questo fenomeno?

Credo che la nuova tendenza di utilizzare prodotti di eccellenza sulla pizza rappresenti una opportunità per il consumatore di riscoperta di prodotti che la grande distribuzione non fornisce. In questo senso la pizza è diventata veicolo di conoscenza di tante materie prime ormai dimenticate o comunque non facilmente accessibili a tutti. Il consumatore, anche grazie a questo ha riacquistato consapevolezza di ciò che mangia.