secondo Panorama, da tre anni, a Milano, le chiusure di esercizi commerciali ordinate dalla prefettura per Mafie sono all’ordine del giorno. Undici casi nel 2017, quattordici nel 2018, nove al 15 marzo 2019, con almeno una cinquantina di ordinamenti sul tavolo del Prefetto in attesa di firma.

Il Comune di Milano riporta 9.044 bar e ristoranti attivi nel 2019, escludendo dal novero quasi 3.200 fra ristoranti aziendali e locali ospitati in teatri e cinema: nel 2018 sono stati inaugurati 336 esercizi, praticamente uno al giorno, mentre altri 656 caffè e ristoranti sono passati di mano, arrivando a quasi due compravendite ogni 24 ore.

«In quattro anni bar e ristoranti sono aumentati del 40%», spiega Michele Riccardi, Senior Researcher di Transcrime, il centro di criminologia dell’Università Cattolica, «e ciò conferma che Milano, proprio per la vivacità della sua economia, è inevitabilmente deputata al riciclaggio mafioso».

Il rapporto agro mafie della Coldiretti parla chiaro: i locali della ristorazione sotto il controllo della malavita sul territorio nazionale sarebbero addirittura 5mila, per un giro d’affari di circa 24,5 miliardi di euro: i soldi sporchi non diventano soltanto quote di ristoranti sparsi nei centri nevralgici d’Italia e utilizzati come lavatrici per riciclare il denaro, ma rappresentano pure uno scatto evolutivo, la proiezione verso nuovi affari e nuovi contatti.

«I ristoranti alla moda servono per creare quella rete relazionale che arricchisce il patrimonio delle Mafie con personaggi famosi, sportivi, nomi da spendere», racconta Alessandra Dolci, capo della Dda di Milano, al Corriere della Sera.

Per gli inquirenti, tra i tantissimi imprenditori onesti, si celano personaggi legati a vario titolo con il crimine organizzato, che trasformano il frutto delle attività illegali in casse di riciclaggio e in vetrine di un rinnovato potere di relazione, l’antistato mafioso che si è fatto impresa. Le chiusure meneghine più celebri in questo senso hanno riguardato il ristorante gourmet Unico di via Achille Papa; il bar Gio & Cate café di via Molino della Armi; la rosticceria notturna Ballarò di piazza XXV Aprile; il Dom di corso Como; il bar Pancaffé di via Lodovico il Moro; la nota pizzeria Frijenno Magnanno di via Benedetto Marcello.

Semplificando al massimo, la ristorazione milanese vede tre categorie di protagonisti: i ristoratori veri, che vivono con gli incassi giornalieri, i locali aperti dai fondi di investimento e i ristoranti aperti per motivi poco puliti (vedi alla voce: riciclaggio).

Tenendo gli occhi bene aperti mentre si passeggia per la città è impossibile non notare gli innumerevoli cambi di nome, le ristrutturazioni senza apparente motivo e gli ammodernamenti che richiedono uno stop almeno ogni tre mesi, subiti da tantissimi locali in zone più o meno centrali: ormai non ci si stupisce, e omettendo per un attimo l’ingenuità si fanno ricadere i suddetti casi nella terza categoria. Chi ci rimette, sia chiaro, sono i veri ristoratori, dato che tanto i fondi d’investimento, quanto la criminalità organizzata, possono permettersi di andare in pareggio e perfino di annoverare delle perdite.

bilanci d’altronde non mentono: molti ristoranti recensiti e omaggiati dal gotha del giornalismo sono in perdita, e in una presunta economia di mercato dovrebbero essere già falliti di un pezzo. Vengono tenuti in vita artificialmente, perché uno dei capisaldi del private equity consiste nel presentarsi al meglio, usando magari il nome di un chef famoso (profumatamente pagato), e nel vendere al momento giusto.

«Secondo alcune fonti, almeno un ristorante su cinque ha rapporti più o meno stretti e più o meno volontari con la malavita organizzata e il rapporto diventa tre o quattro su dieci se limitato alle sole nuove aperture, soprattutto quando ci troviamo di fronte a proprietà oscure e con grossi volumi d’affari» racconta Valerio Visintin a Esquire

Articolo originale it.businessinsider.com

Redazione Foodmakers

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