Da Radio Up & Down alla replica di Naike Rivelli, la solita domanda sulle proteine riapre un nervo scoperto: il disagio che ancora accompagna chi sceglie di non mangiare animali.
Ogni tanto la dieta vegana torna a essere trattata come una piccola emergenza nazionale. Succede all’improvviso — ma nemmeno più di tanto — e quasi sempre a partire da una frase detta in radio, in televisione, in un reel o un post e nel giro di poche ore si riapre il vecchio fascicolo: l’onnivoro che si preoccupa dell’alimentazione del vegano. E i commenti sotto i post che diventano un campo minato. Che poi è l’obiettivo vero.
Questa volta è accaduto durante e dopo una puntata di Radio Up & Down, il programma di Radio24 condotto da Paolo Ruffini. Ruffini, a dire il vero, fa una domanda piuttosto semplice: cosa cambia, dal punto di vista nutrizionale, in una dieta vegana? Ci sono benefici? Domande legittime, persino utili per certi versi; se non fosse poi che la risposta finisce per scivolare dentro il solito cliché. Nello specifico, la lezione di nutrizione vegana viene da Fabio Gregu, nutrizionista milanese onnivoro, preoccupato di possibili carenze di proteine, di cibi vegani che possono essere processati o ultra-processati, di mode alimentari, di estremismi e aggiungici quello che ti pare. Poi però, nel chiarimento successivo, dice di non essere contro nessuna scelta alimentare fatta con consapevolezza e ben pianificata. Grazie. E io che pensavo il contrario.
Perché intorno alla parola vegan si accende sempre quella preoccupazione amorevole e disinteressata ;o) dell’assunzione di proteine e nutrienti necessari al sostentamento del vegano? È davvero bello che gli altri si preoccupino per me, ma mi dovete credere, non ce n’è bisogno.
Ma poi perché noi dovremmo armarci di consapevolezza e programmazione? Cioè chi non mangia animali non ha bisogno di essere riportato all’ordine, come se avesse preso una strada sospetta, davvero, non c’è bisogno di ricordarci che il corpo umano, senza una bistecca o una mozzarella nei dintorni, rischia di deperire. Perché non è così.
Infatti, nell’elevato dibattito che ha fatto il giro del web, arriva Naike Rivelli, che risponde — al guru-trizionista — sui social con il suo stile, diciamo così, poco diplomatico. Mostra il fisico, parla delle sue analisi, dice che sta bene e rivendica con forza la scelta vegana. Ma il punto interessante è capire perché una risposta così esploda con quella forza. Perché — credetemi — dietro quella rabbia, anche quando è eccessiva, c’è una stanchezza reale, quella di chi sente ripetere da anni le stesse cose, spesso con l’aria di chi sta pronunciando una grande verità per la prima volta. E dunque liquidare quella reazione come semplice aggressività sarebbe troppo comodo. Dentro certe risposte, anche quando escono male, c’è qualcosa che innesca l’autodifesa dell’onnivoro. Parte dalla coscienza e poi, in qualche modo, torna alla coscienza.
È il nostro fardello, chi sceglie di non mangiare animali, anche quando non vuole fare la lezione a nessuno, anche quando se ne sta lì a non dare fastidio, mette comunque gli altri davanti a uno specchio. Magari non lo pensa neppure in quel momento, però la sua scelta porta con sé un riflesso di coscienza. Fa sentire gli altri esposti. Nessuno vuole sentirsi una persona crudele mentre mangia un piatto che associa alla tradizione, alla normalità. E allora è più facile spostare il discorso altrove, sulle carenze nutrizionali altrui, sulla stranezza, sugli estremismi radicali — non uccidere animali è radicale? È estremista? O ancora spostare sulle mode, sui vegani che esagerano, sulla salute, sui muscoli, sul fatto che anche i prodotti vegetali possono essere industriali, ultra-processati. Tutte cose di cui si può discutere, certo. Ma spesso arrivano come argomenti a difesa di una posizione ideologica.
Ancora più curioso è che a spiegare ai vegani quanto sia pericoloso non mangiare carne siano spesso persone che non sembrano altrettanto agitate quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità, attraverso lo IARC, classifica le carni lavorate (processate) come cancerogene per l’uomo e le carni rosse come probabilmente cancerogene. Come le sigarette. Dunque, perché tutta questa prudenza viene riservata quasi sempre al piatto vegano, mentre davanti a salumi, carni rosse e consumo quotidiano di prodotti animali il dibattito diventa improvvisamente più rilassato, più comprensivo e disposto a contestualizzare?
Umberto Veronesi, che difficilmente può essere liquidato come influencer del tofu, ha sostenuto per anni una visione dell’alimentazione orientata alla riduzione, e in molti casi all’eliminazione, della carne, alla centralità dei vegetali, a un rapporto più sobrio con il cibo e con la vita animale. La Fondazione che porta il suo nome continua a pubblicare materiali in cui il ruolo negativo di carni rosse e salumi viene trattato con chiarezza.

Poi c’è la questione culturale. Ogni tanto sembra che l’alimentazione vegetale sia nata ieri, in un ufficio marketing, tra un burger di piselli, una campagna Instagram e un naming in inglese. Ma anche quella che oggi viene evocata come una specie di religione gastronomica nazionale, la dieta mediterranea, nasceva da un modello alimentare molto più vegetale di quanto molti sembrano ricordare. Gli abitanti del Cilento non erano stati folgorati da un influencer ante litteram. Mangiavano ciò che avevano, ciò che la terra offriva, ciò che una vita più povera e più fisica rendeva possibile. Fu proprio questa realtà a incuriosire Ancel Keys, che studiò quelle abitudini alimentari e contribuì a trasformarle in uno dei modelli nutrizionali più celebrati al mondo.
Curiosamente, oggi molti difendono la dieta mediterranea come baluardo identitario dimenticando che, nella sua forma originaria, era molto più vicina a un’alimentazione plant-based di quanto non sia la versione contemporanea, appesantita da un consumo di prodotti animali che i contadini del Cilento degli anni Cinquanta avrebbero probabilmente considerato un lusso. Altro che tradizione minacciata dal tofu.
Io non mangio animali e derivati dal 1990. Lo dico con una certa prudenza, perché l’esperienza personale non sostituisce uno studio scientifico e non dovrebbe diventare una prova buona per tutti. Però esiste. È vita passata dentro una scelta. Nel 1990 non c’erano gli scaffali pieni di prodotti plant-based, non c’erano burger vegetali ovunque, non c’erano menu dedicati nei locali — e spesso non ci sono nemmeno adesso, soprattutto in pizzeria — e chiedere qualcosa senza latte, uova o formaggio produceva spesso uno smarrimento sincero, a volte anche un po’ irritato. Sono passati trentasei anni. Siamo nel 2026, faccio sport, mi alleno, lavoro, cammino, scrivo, insegno. Non sono crollato per strada cercando una dose di proteine.
Anche una dieta onnivora può essere — e spesso lo è — povera, squilibrata, piena di cibo industriale, costruita su abitudini disordinate e su quella sicurezza un po’ ingenua di chi pensa che “mangiare di tutto” significhi automaticamente mangiare bene. Eppure quella dieta lì viene percepita come normale, quindi raramente deve difendersi. Ma hai veramente bisogno di un’aragosta per non morire di fame? Hai davvero bisogno di un pezzo di vitello da latte per superare la giornata? Hai davvero bisogno della differenza tra pancetta e guanciale da aggiungere nella carbonara invece di prendere coscienza del fatto che — intanto hai bisogno che almeno un animale sia morto — stai mettendo nel tuo corpo più di 800kcal, grassi saturi, colesterolo, rischiando di avere picchi glicemici, aumento della pressione e appesantimento del fegato? Proviamo a parlare di questo.
Il vegano invece deve sempre spiegare. Deve spiegare dove prende le proteine, come se i legumi non esistessero. Deve spiegare che tempeh, seitan, soia, frutta secca e semi non sono invenzioni ideologiche. Deve spiegare che il tofu non è un formaggio. Sì. Deve spiegare che un alimento vegetale può essere sano o pessimo, come qualunque altro alimento. Deve spiegare che esistono prodotti vegani ultra-processati, ma sarebbe abbastanza ridicolo giudicare tutta l’alimentazione vegetale partendo da quelli, come sarebbe ridicolo giudicare l’alimentazione onnivora partendo da würstel, merendine, bibite gassate e caramelle gommose realizzati da scarti industriali di ossa e grassi animali.
Il punto è che quando si parla di veganesimo si parla raramente solo di nutrizione. Si parla in maniera sottintesa di animali. Si parla di quella parte di noi che non vuole sentirsi giudicata da una scelta diversa. E allora la discussione si sposta. Chi sceglie un’alimentazione vegetale diventa subito “estremo”, “radicale”, “alla moda”, “ideologico”. Come mai hai scelto di diventare vegano? Per la salute? Sì, c’è anche questa domanda nel decalogo che prima o poi scriverò. Ma non ho capito ancora se la domanda è un eccesso di cura nei miei confronti, perché pensano che io stia poco bene; o è una conferma del fatto che chi chiede sa o pensa che un’alimentazione vegana sia più salutare.
Ecco perché la polemica Gregu-Rivelli-Ruffini è interessante, pur essendo una cosa già vista mille volte. Non ha aggiunto nulla al dibattito, ma ha mostrato ancora una volta quanto poco riusciamo a parlare di cibo senza trasformarlo in appartenenza. Una specie di vecchia faida tra Microsoft e Apple, tra iPhone e Android, Canon vs. Nikon. Roba del passato. Gregu, probabilmente, voleva mettere in guardia dagli squilibri. Ma poi quali? Naike Rivelli ha reagito come reagisce chi non ne può più di sentirsi raccontare da altri. Ruffini si è trovato dentro una polemica più grande della domanda che aveva fatto. E tutti gli altri, come sempre, si sono messi comodi sul divano con i pop-corn — cotti nel burro.
Forse la domanda giusta, allora, non è più “ma le proteine dove le prendi?”. Quella, dopo decenni, ha davvero fatto il suo tempo. La domanda più utile è un’altra: perché una scelta alimentare diversa dalla vostra continua a mettervi così tanto a disagio?

