I fratelli Tralice hanno fondato Tenuta Tralice ad Alvignano, in provincia di Caserta, dopo aver acquistato un rudere locale. La proprietà è dedicata al recupero e alla valorizzazione del Pallagrello, uno storico vitigno autoctono campano legato alla tradizione borbonica del territorio.

Avviata ufficialmente nel 2005, la cantina produce oggi quattro tipologie di vino, tra cui bianchi, rosati e rossi affinati principalmente in acciaio. Guidata dall’enologo Gianni Oliveto, l’azienda continua a sperimentare nuove tecniche produttive e vendemmie anticipate per affrontare il cambiamento climatico.

Non sempre chi lavora in contesti enologici segue le orme familiari. A volte, si è accompagnati nel mondo del vino dal caso. E spesso il caso si tramuta in destino. Questo è quello che è successo ai fratelli Tralice circa vent’anni fa.

Dalla sosta a Caiazzo alla collina di Alvignano

Ci troviamo ad Alvignano, in provincia di Caserta, nella località cosiddetta Spinosa. Dal nome si capisce che non è un luogo semplice per coltivare né tantomeno per allevare la vite. Quando Raffaele Tralice lo vide la prima volta se ne innamorò subito nonostante fosse impervio e pietroso. Sembrava ostile. Ma il paesaggio era fantastico. Si respirava aria pulita. Un luogo che ispirava pace.

Lello (Raffaele Tralice) e suo fratello erano passati da lì per un viaggio di lavoro. In quegli anni si occupavano di altro e si erano fermati in una pasticceria famosa di Caiazzo, come erano soliti fare. Ma, uscendo sull’auto c’era un volantino. Lello lo sfogliò e vide un rudere bellissimo. Sembrava un invito. Quel giorno avevano un po’ di tempo, così si recarono lì. Fu amore a prima vista. I due fratelli lo acquistarono per farne una seconda casa, quella dove riposarsi dalla vita frenetica di Napoli. Ma poi, col passare del tempo, decisero di fare altro.

La rinascita storica del Pallagrello

La tenuta era grande e nacque in loro il desiderio di diversificare. Non erano agricoltori e sapevano che sarebbe stata un’impresa impossibile anche solo provare, così virarono verso la viticoltura. Avevano sentito parlare di un’uva autoctona tra le più famose in Campania nei secoli passati: il Pallagrello.

Il Pallagrello, o “Pallarella” cioè piccolo acino rotondo, è un vitigno prettamente campano. Ebbe il suo momento di massimo splendore nel XVIII secolo con Ferdinando IV di Borbone, il “Re Lazzarone”. Le due varietà, rossa e bianca, furono inserite nella Vigna del Ventaglio di San Leucio, tra i dieci vitigni più importanti del Regno delle Due Sicilie. Si narra che nelle cene di gala, Ferdinando ostentasse la piacevolezza di questi vini chiedendo, a mo’ di sfida, di confrontarli con vini degli chateaux più prestigiosi francesi. Con il tempo, anche a seguito del disastro della fillossera, l’uva cominciò a scomparire per la sua bassa resa, finché circa trent’anni fa Manuela Piancastelli e Giuseppe Mancini, moglie e marito, giornalista professionista lei e avvocato lui, decisero di cambiare vita e dedicarsi al recupero dei vitigni storici del Medio Volturno. Cominciò così la rinascita del Pallagrello.

La nascita di Tenuta Tralice

Il progetto dei fratelli Tralice cominciò nel 2005 ma le prime vigne furono piantate nel 2008. La prima vendemmia arrivò nel 2011 anche se come dice Lello “per noi fu solo un esperimento”.

Non ci credevano, per la poca esperienza sul campo. Erano un po’ scettici tanto che le prime bottiglie avevano un nome generico ‘Pallagrello Nero’ e ‘Pallagrello Bianco’. Ma l’annata 2016 fu decisiva. Li ha convinti tanto “da metterci la faccia e il cognome”. Da quel momento nasce Tenuta Tralice.

I vini della tenuta

Oggi qui si producono quattro tipologie di vini:

  • 14 vie – Bianco

    Il numero 14 nella Smorfia Napoletana simboleggia “l’ubriaco”. Quando una persona beve molto e si ubriaca, appunto, nel tornare a casa non vede una strada dinanzi a sé bensì molte. In più, c’è una strada che attraversa il bosco accanto la Tenuta e arriva fino a Ruviano. Ci sono tante stradine perpendicolari che incrociano questa strada e, casualmente, sono esattamente quattordici. Di qui il nome.


    Paglierino tendente al dorato ma chiarissimo. Sentori di erbe aromatiche, rosmarino, salvia e tanto iodio. Da giovane predominano piccoli fiori bianchi ma dopo qualche anno diventano meno intensi lasciando il posto ad una frutta matura come l’ananas. L’acidità c’è ma non è invadente come anche la sapidità. Viene praticato il bâtonnage, tecnica enologica che consiste nel rimescolare periodicamente il vino per rimettere in sospensione le fecce fini. Questo prodotto fa sia fermentazione che maturazione in acciaio e dopo circa due o tre mesi viene imbottigliato. Le uve sono completamente diraspate e pressate in maniera soffice.

  • Cirasa – Rosato

    Il nome è dato dal suo colore, un rosa intenso da ciliegia appena nata. Solo 1500 bottiglie l’anno. Bella consistenza e acidità. Un vino che all’assaggio si presenta ancora in evoluzione. Sarebbe bello aspettare almeno un anno ma è così piacevole che finisce appena messo in commercio. Equilibrato nonostante abbia un bel corpo. Il colore è dovuto a un brevissimo contatto con le bucce dell’uva rossa, da due a quattro ore.

  • Miglio 25 – Rosso

    Il nome ‘Miglio 25’ è della strada che arriva alla località Spinosa partendo dalla Statale. Anche questo vino fa fermentazione e affinamento in acciaio. Rosso rubino. Ribes e frutti di bosco, rosa carnosa e una acidità importante.

  • Calamai – Rosso

    Il nome ricorda alcune storie che venivano narrate sul Re Lazzarone. Sembra che il Re non sapesse scrivere, quindi quando si trovava in situazioni imbarazzanti soprattutto insieme a sovrani di altri Stati, chiedesse ai suoi servitori di far sparire i calamai. Di qui il nome. In più questo vino ha una trama molto fitta che ricorda proprio l’inchiostro.


    Fa fermentazione e affinamento in acciaio poi, prima di essere messo in bottiglia, passa qualche mese in legno grande ed esausto. Rosso intenso, impenetrabile. Sentori di frutta scura: mora, ciliegia matura. Spezie dolci al naso si uniscono a sentori di marmellata di frutta. Al palato caldo, tannico anche se non aggressivo e gradevolissimo.

La visione enologica tra tradizione e sfide future

Gianni Oliveto, enologo della cantina, originario di Firenze è riuscito a schiarire la voce del Pallagrello dei fratelli Tralice. In questi ultimi anni sta continuando in questa sua missione sperimentando. Lunghe macerazioni in anfore oppure raccolte sempre più precoci, sia per il cambiamento climatico sia anche perché la loro sfida è quella di vedere in un calice di Pallagrello il famoso perlage.

Carmen Buongiovanni

Carmen Buongiovanni

Mi chiamano l'Astemia Pentita, come la grande cantina. Io credo di essere giunta al calice in piena maturità e consapevolmente. Dopo una vita a correre per l'Europa in cerca di numeri per i bilanci della...

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