Una bottiglia di Amaro Don Carlo arriva con una richiesta precisa: un parere tecnico. Niente scheda davanti al bicchiere, allora. Lo assaggiamo da degustatori, cambiando bicchiere e temperatura. E scopriamo che anche pochi gradi possono cambiare parecchio le cose.
Quando ci arriva una bottiglia accompagnata dalla richiesta di un parere tecnico, per noi la risposta non può limitarsi a un «ci piace» oppure «non ci piace».
Siamo sommelier e degustatori e, davanti a un bicchiere,il metodo viene prima del prodotto. Osserviamo, annusiamo, assaggiamo, torniamo al naso e cerchiamo di capire non soltantosequalcosa ci piace, ma soprattutto perché.
Vale per un vino. Perché non dovrebbe valere per un amaro?
Così, quando l’ufficio stampa diAmaro Don Carloci invia una bottiglia chiedendoci cosa ne pensiamo, decidiamo di trattarla esattamente come avremmo fatto con un vino: niente giudizi preventivi e, soprattutto, niente scheda tecnica aperta accanto al bicchiere.
Apriamo la bottiglia e cominciamo ad assaggiare.
E qualcosa da dire, in effetti, ce l’abbiamo.

Prima regola: guardare, prima ancora di assaggiare
Partiamo dalla temperatura indicata dal produttore per il servizio:-20 °C.
È a questa temperatura che versiamo il Don Carlo e iniziamo la nostra degustazione.
Il colore nel calice èambrato, profondo, con tonalità che ci riportano visivamente a certi Marsala siciliani.
Al primo naso arrivano noce moscata e mallo di noce, seguiti da una componente balsamica che si muove tra il mentolato e un richiamo alla foglia d’alloro.
Attenzione, però: stiamo parlando didescrittori aromatici, non necessariamente degli ingredienti presenti nella ricetta. È una distinzione che per un degustatore conta.
E conta anche il bicchiere.
Inizialmente utilizziamo quello dedicato all’amaro. Poi la curiosità professionale prende il sopravvento e facciamo qualcosa di semplicissimo: cambiamo recipiente.
Il classico bicchierino da amaro ci sta stretto. Passiamo al calice e il Don Carlo cambia voce.
È lì che la componente aromatica prende realmente forma. Il calice concede maggiore spazio al liquido e al nostro naso, rendendo più leggibili mallo, spezia e quella vena balsamica che nel bicchiere precedente avevamo percepito con minore definizione.
Un piccolo esperimento che ci ricorda quanto anche il contenitore possa partecipare all’esperienza di degustazione.
In bocca arriva la prima osservazione critica
L’ingresso èdecisamente dolce.
Forse, per il nostro gusto, persino un poco più dolce di quanto avremmo desiderato.
La sensazione però evolve rapidamente. Arriva la freschezza e successivamente compare l’amaro, che costruisce il finale senza cancellare completamente la componente zuccherina.
La bocca èavvolgente, l’alcol è presente ma non coprente e l’insieme mantiene un buon equilibrio. Ci convincono soprattutto la ricchezza aromatica e il modo in cui i diversiflavoursi susseguono durante l’assaggio.
Rimane la nostra riserva:avremmo preferito un attacco zuccherino leggermente più contenuto.
Ed è una considerazione che diventa ancora più interessante quando, soltanto dopo il primo assaggio, andiamo a leggere ciò che il produttore racconta del Don Carlo.
Solo adesso apriamo il press kit
Dietro la bottiglia troviamo una storia familiare che parte da Eboli e dall’Enoteca Gargiulo, fondata nel 1966 da Vito Gargiulo.
La storia dell’amaro arriva più tardi. La ricetta viene messa a punto daAngela Caliendo, moglie di Carlo Gargiulo, che nel 1994 arriva alla prima formulazione di quello che inizialmente nasce per una produzione personale.Food Makers
Il protagonista è proprio quelmallo di noce che avevamo riconosciuto nel bicchiere prima di leggere la scheda.
Secondo quanto dichiarato dal produttore, la formulazione si caratterizza per un 60% di mallo di noce e un mix di erbe e spezie. Il mallo viene raccolto nel periodo legato alla festa di San Giovanni Battista, il 24 giugno, e lasciato macerare per40 giornicon l’alcol e gli altri ingredienti. Il prodotto finale raggiunge i30% vol.Food Makers
Nel tempo anche la ricetta è stata modificata, con una riduzione della quantità di zucchero proprio per dare maggiore spazio alla componente aromatica.
Ed è qui che il nostro giudizio acquista un significato ulteriore.
Se quella che assaggiamo è già una versione alleggerita nella componente zuccherina,noi faremmo ancora un piccolo passo nella stessa direzione.
Non per trasformare Don Carlo in qualcosa che non è, ma perché la ricchezza aromatica c’è e, secondo noi, può permettersi di stare ancora un po’ più in primo piano.
La storia dell’amaro e della famiglia Gargiulo era stata già raccontata anche suFoodmakers in un precedente approfondimento dedicato ad Amaro Don Carlo. Noi, invece, torniamo al bicchiere.
Perché manca ancora una prova.
Cosa succede a 8-10 °C?
Il primo assaggio a-20 °Cci ha restituito un equilibrio convincente. Ma vogliamo capire quanto la temperatura incida davvero sul profilo del Don Carlo.
Lasciamo quindi il liquido nel calice e lo riassaggiamo diversi minuti dopo, quando ha raggiunto una temperatura di circa8-10 °C, quella alla quale potremmo servire un buon Metodo Classico.
Il Don Carlo cambia.
Al naso aumenta inevitabilmente la componente volatile eil mentolato diventa ancora più evidente. Contemporaneamente, però, la spezia e la noce perdono un po’ della nitidezza che avevamo trovato a -20 °C.
In bocca la differenza è ancora più marcata.
Il liquido si muove in manierapiù voluttuosa, quasi più larga, ma la dolcezza cresce fino a risultarci quasi stucchevole. L’alcol diventa maggiormente percepibile e, soprattutto, la sensazione amaricante diminuisce.
Più espressivo al naso, dunque, non significa necessariamente più equilibrato nel bicchiere.
Ed è probabilmente proprio questo il motivo per cui la temperatura suggerita dal produttore funziona.
-20 °C, sì. Ma nel calice
Don Carlo ci convince maggiormente a -20 °C. Ma nel calice.
A questa temperatura la componente zuccherina e quella alcolica risultano più contenute e l’amaro finale riesce a svolgere meglio il proprio ruolo. Il calice, contemporaneamente, concede agli aromi lo spazio necessario per raccontarsi.
Per noi è il compromesso più interessante.
Ed è curioso confrontare la nostra esperienza con il racconto ufficiale del prodotto. Il produttore descrive oggi un profilo costruito intorno almallo di noce, erbe e spezie, con richiami agrumati, erbacei e al chiodo di garofano.Amaro Don Carlo
Non abbiamo cercato necessariamente gli stessi descrittori.
Abbiamo preferito arrivarci dal bicchiere.
E alcune corrispondenze ci sono state, mentre altre sensazioni hanno preso una strada diversa.
È esattamente ciò che dovrebbe succedere durante una degustazione.

I premi? Ci sono. Ma preferiamo il bicchiere
Amaro Don Carlo ha costruito negli anni un medagliere importante e continua a partecipare a concorsi nazionali e internazionali. Nel 2026 sono arrivati, tra gli altri, l’Oro alWineHunter Spirits Awarde una Stella alGreat Taste.Amaro Don Carlo
La cosa curiosa è che proprio i giudici del Great Taste hanno rilevato nel prodotto una componente balsamica, note di spezie e una sensazione fresca di menta.Amaro Don Carlo
Qualcosa, evidentemente, nei nostri nasi si è incontrato.
Potremmo continuare con l’elenco dei riconoscimenti.
Preferiamo fermarci al bicchiere.
Perché è lì che troviamo un prodottoaromaticamente ricco, avvolgente e riconoscibile, nel quale a -20 °C l’alcol risulta ben integrato e la progressione tra dolcezza, freschezza e amaro riesce a costruire un sorso interessante.
Non tutto coincide perfettamente con il nostro gusto.
L’ingresso zuccherino rimane più importante di quanto avremmo preferito e, aumentando la temperatura, proprio la dolcezza diventa per noi il limite più evidente del prodotto.
Ma è altrettanto vero che dietro quella dolcezza troviamouna trama aromatica che merita di essere cercata, possibilmente concedendole qualcosa di più del solito bicchierino da fine pasto.
Un amaro merita davvero meno attenzione di un vino?
È forse questo l’aspetto che ci interessa maggiormente dell’esperienza.
Gli amari vengono spesso relegati alla fine del pasto, serviti freddissimi in un piccolo bicchiere e bevuti senza troppe domande.
Eppure dietro un prodotto del genere ci sonomaterie prime, estrazioni, equilibri tra zucchero, alcol e sostanze amaricanti, consistenze, profumi e temperature di servizio.
Tutti elementi che possono essere osservati, confrontati e giudicati.
Esattamente come facciamo davanti a un vino.
Un amaro può quindi essere degustato con lo stesso rigore di un vino?
Dopo questa bottiglia, forse la domanda è un’altra:
perché non dovremmo farlo?
La bottiglia degustata per questo articolo è stata inviata dall’ufficio stampa di Amaro Don Carlo con richiesta di un parere tecnico. L’invio non ha comportato alcun accordo editoriale né condizionato le valutazioni espresse.

