Enza Saldutti è saldamente al timone della propria azienda, dopo una lunga tradizione familiare nella zootecnia e viticoltura, in uno dei più importanti aerali irpini. 

Montemerano, il fiume Calore si trova ad un tiro di schioppo, qui da sempre si sono fissate le coordinate dell’enologia regionale, producendo fra i più prestigiosi vini campani.

Incontriamo Enza Saldutti, titolare dell’azienda vinicola La Cantina di Enza, in un freddo pomeriggio a ridosso delle festività Natalizie, la linea dell’orizzonte, demarcata dai propri vigneti, imbrunisce atteso l’approssimarsi di un tramonto invernale, ci appassioniamo al racconto della sua storia, che segna anche un eterno e rinnovato incontro con le ricchezze di un territorio da sempre vocato, e perennemente indomito.

Cinque ettari coltivati, un lungo passato nella qualità di conferitori, la scelta di produrre in proprio il primo Taurasi matura solamente nel 2011, oggi la filosofia produttiva è improntata ai canoni dell’intervento per sottrazione in cantina, nel pieno rispetto dei cicli della terra e della natura, con una conduzione biologica certificata.

Condizioni pedo-climatiche singolari, terreni di natura argillosa e escursioni termiche elevate, una bassa resa per ettaro per una produzione complessiva di circa diecimila bottiglie, la personalità recisa ed esuberante della titolare al servizio della sua filosofia produttiva.

I vitigni coltivati sono quelli autoctoni, tutti rigorosamente in purezza e privilegiando delle macerazioni, anche se mai eccessivamente lunghe. Spazio dunque all’Aglianico, al Taurasi, alla Coda di Volpe bianca ed a quella rossa, vitigno ormai scomparso in Irpinia ma che Enza continua a vinificare in purezza preservandolo dall’estinzione, senza l’apporto di alcun consulente né enologo.

Da Enza definito come un “Taurasi al femminile che riesce sempre a stupire per la finezza e longevità”, di questo prodotto se ne ottengono circa duecentocinquanta bottiglie numerate annuali da una raccolta di appena sei quintali di uve, per un vino che evolve circa ventiquattro mesi in barrique, un vero e proprio patrimonio enologico da tutelare dall’oblio.

Passando alla degustazione delle singole referenze, una menzione speciale, anzitutto, alla Coda di Volpe Bianca I.G.P. IV 2017, uno splendido colore dorato per una fermentazione spontanea sulle bucce di circa dodici giorni senza alcun controllo di temperatura, con un affinamento di dodici mesi in acciaio. Note marcate, all’olfatto, di fiori bianchi, seguite dal miele millefiori, al palato sapido e dal finale lungo.

Della Coda di Volpe Rossa 2015 abbiamo già detto, aggiungiamo che senza soluzione di continuità è legata al precedente, note balsamiche e di pietra focaia precedono l’attacco al palato di un tannino incredibilmente vellutato, colpisce l’acidità marcata che denota un potenziale di invecchiamento elevato.

Sfida impegnativa quella del successivo Aglianico “Natarosa 2017”, ottenuto da una vinificazione in rosato di uve nel pieno della maturità, notabile l’ingresso all’olfatto con i sentori di rosa e ciliegia con un residuo zuccherino elevato conferito dalla surmaturazione delle uve, ad avviso dello scrivente originale sarebbe l’abbinamento con un panettone artigianale, a fine pasto.

Ed infine, concludendo, l’Aglianico dell’Irpinia Passione D.O.C. 2017, un vero e proprio vino di terroir, non filtrato né chiarificato, con affinamento in botti di castagno per 12 mesi, messo in commercio non prima di sei anni dalla vendemmia.

Ed infine il top di gamma, il Taurasi D.O.C.G. Padre 2013, complesso e stratificato, da uve Aglianico raccolte a mano, senza alcuna chimica di sintesi, con un frutto croccante ed un tannino evoluto e fresco, un vero e proprio paradigma della qualità di un’azienda che non smette di stupire ed innovare, nel solco della tradizione.

Carlo Straface

Carlo Straface, partenopeo di nascita, corso di studi in giurisprudenza, di professione avvocato e giornalista pubblicista, eno-gastronomia e letteratura le sue coordinate di riferimento. Sommelier di...

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