I profumi della Sardegna: il pregiato miele amaro di corbezzolo sardo bio

Miele Amaro di Corbezzolo di Sardegna

Miele amaro italiano di corbezzolo sardo da agricoltura biologica

Amaro, deciso, pungente: è il miele di corbezzolo, un nettare raro e pregiato, data la particolare fioritura delle piante da cui si origina, che divide i gusti dei consumatori ed affascina gli amanti della buona tavola. Tra le varietà di miele di corbezzolo, la più pregiata è senza dubbio quella sarda, proveniente dalle antiche colture dell’isola, dove la pianta del corbezzolo abbonda.
Il miele di corbezzolo sardo è caratterizzato proprio da un sapore ancor più amaro, da un profumo aromatico e da un colore chiaro, che riflette i tratti della macchia mediterranea. Ottimo da abbinare con i formaggi a corta stagionatura. Questo raro miele italiano è una specialità per veri esperti!

Miele di Sardegna Corbezzolo da agricoltura biologica di O.P. Terrantiga Apicoltori ​S​ardi.

Terrantiga è l’unica organizzazione di produttori del settore apistico della Sardegna che ​nasce dall’unione di un gruppo di apicoltori che vantano una tradizione secolare.

www.terrantiga.org

SP 4 km 12, 09026 San Sperate CA

SARDEGNA

UNA VERA STORIA D’AMORE PER LA NATURA E NON SOLO!

​Il tutto ebbe inizio verso la fine del ​m​illeottocento, quando Salvatorangelo Deriu e​d​ Assunta Collu custodivano ed allevavano​ ​le api vivendo in armonia con la natura. La passione di un guardiacaccia che sorvegliava i monti del Marghine​ ​e​d​ il canto​ ​che una donna del campidano intonava nel suo apiario, valicarono i confini del tempo giungendo fino a noi​ ​e furono ereditate dalle generazioni successive. Il destino con i suoi disegni fece poi incontrare due loro nipoti, Salvatore e Marisa, unendoli in matrimonio e dando origine alla quarta generazione di apicoltori di questa meravigliosa azienda. ​Che storia romantica!

APICOLTURA SOSTENIBILE

Terrantiga Apicoltori ​S​ardi pratic​a​ un’apicoltura sostenibile, pulita ed etica. Terrantiga è infatti prima in Sardegna nell’apicoltura biologica​, per loro il benessere delle api e degli apicoltori è fondamentale. Il ​loro ​compito è custodire e​d​ innovare nell’interesse del futuro​ ​della natura e delle generazioni che verranno, per questo gli apicoltori Terrantiga allevano solo ecotipi locali, in armonia con la biodiversità, evitando forzature genetiche innaturali e​d​ incontrollabili.

Questi apicoltori ​sono ​nomadi​ ​e si muovono senza sosta dalle verdi aree d​i ​Foresta Burgos alle magnifiche scogliere di Teulada. Le ​loro ​api raccolgono il nettare producendo mieli​ ​unici, che conservano i profumi della Sardegna. Per ​loro ​l’allevamento delle api non è semplicemente un lavoro, ma una passione ed un modo di vivere che dura ormai da centinaia di anni.

LE PROPRIETÀ DEL MIELE DI CORBEZZOLO

Il miele di corbezzolo è il più famoso tra i mieli sardi, è molto raro, costoso ed apprezzato in tutto il mondo per le sue qualità organolettiche, ma anche curative, infatti il corbezzolo e i suoi frutti hanno innumerevoli proprietà benefiche e vengono da secoli impiegate in fitoterapia.. Già dai tempi di Cicerone e Virgilio si trovano citazioni di questo miele dal gusto amaro che sorprendeva i palati di chi lo consumava. La pianta del corbezzolo è un arbusto di dimensioni a volte anche ragguardevoli. 

Il corbezzolo, nome scientifico Arbutus unedo, è un albero sempreverde facente parte della famiglia botanica delle Ericaceae.

Caratteristiche e coltivazione

Il corbezzolo è un albero da frutto originario del bacino del Mediterraneo, molto amato nella nostra tradizione contadina. E’ una specie selvatica, tipica della vegetazione della macchia mediterranea, ma può essere coltivata con facilità nel frutteto.
I frutti vengono chiamati corbezzole, o anche albatre. Possono essere consumati sia freschi che trasformati per la lunga conservazione.

Curiosità

Le foglie del corbezzolo, nel periodo natalizio, sono verdi, i suoi fiori sono bianchi e le sue bacche rosse, gli stessi colori della bandiera italiana e quindi, non posso, non lasciarVi alla prossima scoperta, che con questa bellissima poesia di Giovanni Pascoli:

Giovanni Pascoli celebra l’Italia e la sua bandiera. In maniera simbolica propone un parallelismo tra il cespuglio di corbezzolo ed il tricolore, esprimendo il proprio sentimento nazionalistico, molto forte al suo tempo.

ODE AL CORBEZZOLO 

O tu che, quando a un alito del cielo
i pruni e i bronchi aprono il boccio tutti,
tu no, già porti, dalla neve e il gelo
salvi, i tuoi frutti;

e ti dà gioia e ti dà forza al volo
verso la vita ciò che altrui le toglie,
ché metti i fiori quando ogni altro al suolo
getta le foglie;

i bianchi fiori metti quando rosse
hai già le bacche, e ricominci eterno,
quasi per gli altri ma per te non fosse
l’ozio del verno;

o verde albero italico, il tuo maggio
è nella bruma: s’anche tutto muora,
tu il giovanile gonfalon selvaggio
spieghi alla bora:

il gonfalone che dal lido estrusco
inalberavi e per i monti enotri,
sui sacri fonti, onde gemea tra il musco
l’acqua negli otri,

mentre sul poggio i vecchi deiformi
stavano, immersi nel silenzio e torvi
guardando in cielo roteare stormi
neri di corvi.

Pendeva un grave gracidar su capi
d’auguri assòrti, e presso l’acque intenta
era al sussurro musico dell’api
qualche Carmenta;

ché allor chiamavi come ancor richiami,
alle tue rosse fragole ed ai bianchi
tuoi fiori, i corvi, a un tempo, e l’api: sciami,
àlbatro, e branchi.

Gente raminga sorveniva, e guerra
era con loro; si sentian mugliare
corni di truce bufalo da terra,
conche dal mare

concave, piene d’iride e del vento
della fortuna. Al lido navi nere
volgean gli aplustri con d’opaco argento
grandi Chimere;

che avean portato al sacro fiume ignoto
un errabondo popolo nettunio
dalla città vanita su nel vuoto
d’un plenilunio.

Le donne, nuove a quei silvestri luoghi,
ora sciogliean le lunghe chiome e il pianto
spesso intonato intorno ad alti roghi
lungo lo Xanto;

ed i lor maschi voi mietean di spada,
àlbatri verdi, e rami e ceree polle
tesseano a farne un fresco di rugiada
feretro molle,

su cui deporre un eroe morto, un fiore,
tra i fiori; e mille, eletti nelle squadre,
lo radduceano ad un buon re pastore,
vecchio, suo padre.

Ed ecco, ai colli giunsero sul grande
Tevere, e il loro calpestìo vicino
fugò cignali che frangean le ghiande
su l’Aventino;

ed ululò dal Pallantèo la coppia
dei fidi cani, a piè della capanna
regia, coperta il culmine di stoppia
bruna e di canna;

e il regio armento sparso tra i cespugli
d’erbe palustri col suo fulvo toro
subitamente risalia con mugli
lunghi dal Foro;

e là, sul monte cui temean le genti
per lampi e voci e per auguste larve,
alta una nera, ad esplorar gli eventi,
aquila apparve.

Volgean la testa al feretro le vacche,
verde, che al morto su la fronte i fiocchi
ponea dei fiori candidi, e le bacche
rosse su gli occhi.

Il tricolore!… E il vecchio Fauno irsuto
del Palatino lo chiamava a nome,
alto piangendo, il primo eroe caduto
delle tre Rome.

di Giovanni Pascoli 

La storia del Fiore Sardo di Argiolas Formaggi in Sardegna

La tradizione chiede il fior fiore del latte, il Giglio Sardo. Prodotto in Sardegna con un’accurata selezione di latte intero di pecora proveniente da allevamenti scelti, il Giglio Sardo è il best seller dei formaggi Argiolas. Un prodotto eccezionale dal sapore inimitabile. Nella foto ecco il Giglio Sardo BIO: è un Pecorino Semistagionato a pasta cruda. Dai sentori di fieno, nocciole, burro e panna freschi. Al palato è leggermente granuloso, dolce e solubile, dalla sapidità media. Un formaggio equilibrato con una persistenza medio lunga e un finale piacevole.
GIGLIO SARDO BIO
Formaggio di pecora prodotto in Sardegna da agricoltura biologica, a pasta compatta, cruda, bianca lievemente occhiata non elastica dal gusto dolce e aromatico non piccante. Prodotto con una selezione accurata di latte intero di pecora sardo.
Ingredienti: latte di pecora prodotto da Agricoltura Biologica, pastorizzato, sale, caglio, fermenti lattici.

Oggi Vi porto nella meravigliosa Sardegna, a Dolianova (in sardo si chiama Patiolla), in provincia di Cagliari e parliamo dell’Azienda Argiolas Formaggi.

CAGLIARI (Dolianova)

L’Azienda Argiolas Formaggi è una delle aziende nel settore più grande di tutta la Sardegna, capace di esportare in tutta Italia gran parte di ciò che produce. Argiolas Formaggi produce formaggi tipici sardi utilizzando esclusivamente latte di pecora e di capra.; da oltre 60 anni, produce formaggi pecorini e caprini con attenzione verso i veri valori: il rispetto della tradizione, l’innovazione tecnologica, l’attenzione per la ricerca e l’impegno nella​ ​sostenibilità ambientale.

www.argiolasformaggi.com/negozio

Il Fiore Sardo

Il Fiore Sardo è il formaggio pecorino che conserva le antiche e particolari tecniche di lavorazione artigianale, descritte già nel IV secolo d.C., da Rutilio Tauro Emiliano Palladio, colto scrittore latino ed autore di opere di agricoltura, nonché ricco proprietario terriero con terre in Italia e Sardegna.

FORMAGGIO DOP

La provenienza ed il radicamento di tale formaggio al territorio ed alla cultura agro-pastorale dell’Isola furono confermati dalla Convenzione di Stresa del 1951 sull’uso dei nominativi di origine e delle denominazioni dei formaggi, dal riconoscimento della Denominazione Tipica nel 1955, d’Origine dal 1974 e dall’ottenimento della Denominazione d’Origine Protetta nel 1996.

Il Fiore Sardo è uno dei 3 pecorini sardi a denominazione di origine protetta, ma è l’unico formaggio ovino DOP con due caratteristiche fondamentali: è a latte crudo ed a pasta cruda. Viene consumato in tutta la Sardegna sin dall’Età del Bronzo e non ha mai mutato le procedure di produzione. Procedure che richiedono maestria artigiana, attenzione certosina, gesti pazienti e cura meticolosa.

DISCIPLINARE FIORE SARDO DOP
La DOP “Fiore Sardo” è riservata al formaggio a pasta dura, cruda, di forma costituita da due tronchi di cono schiacciati, a basi orizzontali unite per la base maggiore. La zona di produzione della DOP “Fiore Sardo” comprende l’intero territorio della Regiore autonoma della Sardegna.

Il Fiore Sardo ha lo stesso peso del Pecorino sardo ma la forma è più alta. Si riconosce dalla crosta marrone scuro, dovuta alla particolare lavorazione, e dall’etichetta bianca. Si mantiene perfetto fino ad un anno di stagionatura e oltre. Il nome potrebbe derivare dall’uso antico del fiore di cardo per il caglio, oppure dalle forme di legno che raccoglievano la cagliata entro le quali era impressa la figura di un fiore.

INDIRIZZO PRODUTTORE
Argiolas Formaggi Srl
S.P. 14 n. 3/5
09041 – Dolianova (CA)
Italy

CONTATTI
Argiolas Formaggi Srl
www.argiolasformaggi.com

Azienda Agricola Querceta

 

L’Azienda Agricola Querceta è ormai da anni impegnata sia nella produzione e vendita di prodotti locali biologici, sia nella sensibilizzazione verso un’alimentazione sana nel pieno rispetto dell’ambiente.
Inoltre, l’ottimo rapporto qualità/prezzo insieme alla scelta di una filiera corta, che dal produttore arriva senza intermediari direttamente al consumatore, permettono a tutti di accedere ai formaggi Querceta: prodotti di alta qualità, sani e naturali.

Azienda Querceta

Soc. Agr. Masserie Amiche srl

Sede legale: Via Cancello Rotto, 3/C – Bari

Sede operativa: S.C. Salita dell’Uomo, 1 – Putignano (Ba)

http://www.querceta.com/ita/info_azienda

Intervista all’azienda Querceta

Il marchio Masserie Amiche nasce dall’esperienza di due fratelli allevatori e tramandata loro da generazioni di agricoltori. Trasformare in biologico, già nel 1997, in azienda bio certificata non è stato difficile. L’azienda è immersa in un bellissimo territorio naturale fatto di 150 ettari nella splendida Murgia Pugliese.

Fare biologico per noi non è una moda o un’opportunità commerciale ma un impegno concreto. Facciamo tutto nel modo più naturale possibile per fare arrivare sulle tavole un prodotto veramente sano, tutto a vantaggio del gusto e nel rispetto della tradizione. Trasmettere la cultura del mangiare sano è il nostro progetto migliore, la nostra passione.

Curiamo tutto il percorso della produzione partendo dalla coltivazione dei campi, che servono per l’alimentazione delle vacche da latte, attraverso la mungitura per passare poi alla trasformazione del latte in prodotti caseari e carni sia fresche che salumi. Coltiviamo anche un piccolo orto e 4 ettari di uliveto.

https://www.instagram.com/querceta/

Per realizzare tutto questo sono impegnate 45 persone che a ciclo continuo, dalle 2 del mattino si alternano seguendo tutto l’iter di produzione. Persone che nelle loro specializzazioni apportano ogni giorno il loro impegno, la loro passione per realizzare il nostro prodotto migliore.

Per noi fare biologico significa sì rispettare le regole e le normative comunitarie, ma significa soprattutto niente conservanti e aromatizzanti che danno maggior colore e durata alla carne, niente pesticidi e concimi chimici nelle coltivazioni, niente mangimi per l’alimentazione degli animali, niente sbiancanti e aromi artificiali in tutta la produzione dei latticini.

Nel 2004 abbiamo iniziato la produzione di latticini e formaggi. Per la trasformazione del latte effettuiamo tutti i processi di lavorazione con tecniche tradizionali del SIERO INNESTO che rende il lattosio di più facile assorbimento per chi ha problemi di intolleranze. 

SHOP ONLINE

http://www.querceta.com/ita/shop/home

Alleviamo 600 capi di bovini da latte di cui 180 in mungitura, 25 in asciutta e il resto in rimonta e i vitelli maschi che ingrassiamo fino all’età di 12/24 mesi destinati alla macellazione. Abbiamo un gruppo di 30 capi di razza podolica allevati completamente allo stato brado. Le razze in allevamento sono pezzata rossa, pezzata nera e un po’ di meticce.

Abbiamo 600 maiali tenuti liberi che si nutrono di erbe spontanee, aromatiche, fragno e pere selvatiche, alimentazione che integriamo con farinaccio, crusca e siero del nostro latte. Questa conferisce alla carne un sapore eccezionale. Di solito negli allevamenti intensivi bastano sei mesi per raggiungere il tempo di macellazione, nel nostro allevamento allo stato brado servono invece 18 mesi.


Azienda Querceta

http://www.querceta.com

  • Sede Legale 
    via Cancello Rotto, 3/C 70125 Bari
  • Stabilimento 
    Strada Comunale Salita dell’Uomo,1 70017 Putignano (BA)
  • Tel. +39 080.2145010 Tel. +39 328.3909682 
  • info@querceta.com

totò in cucina “Fegato qua, fegato là, fegato fritto e baccalà”

Il 15 aprile del 1967 a 69 anni, moriva a Roma il Principe Antonio De Curtis, noto al mondo come Totò.

Nacque a Napoli nel Rione Sanità, da una relazione clandestina fra Anna Clemente ed il marchese Giuseppe de Curtis, che lo riconoscerà solo nel 1937.

Il suo quartiere, uno dei più caratteristici della città, che inizialmente ospitava importanti famiglie nobiliari e facoltosi borghesi, diventò col passare del tempo uno dei più popolosi della città. Totò rimase sempre legato a questi posti, dove visse a lungo e che diedero un’impronta inconfondibile alla sua carriera.

Infatti, già a quindici anni iniziò ad esibirsi nei teatrini di periferia con altri giovani attori del calibro dei De Filippo. Ma la sua carriera, partita con grandi sacrifici, venne coronata solo quando si trasferì a Roma, dove nel 1937 poté girare il suo primo di ben 97 film. Eppure, rimase in lui un’amarezza che lo accompagnò fino alla fine dei suoi giorni.

Dichiarava a Oriana Fallaci, durante una illuminante intervista rilasciata alla scrittrice nel 1963, che lo definiva un divo e un artista:

“Macché artista: venditore di chiacchiere. Un falegname vale più di noi artisti, almeno fabbrica un tavolino che rimane nei secoli. Ma noi, dica, che facciamo? Quanto duriamo? Al massimo, se abbiamo molto successo, una generazione.”

Smentito dai fatti, vista la sua grande fama che non vede il tramonto.

Restò invece sempre legato al buon cibo. Il suo amore per la cucina nacque in famiglia grazie alla mamma e alla nonna che lo resero un ottimo cuoco. Mentre la sua ossessione, che caratterizzò tanti personaggi dei suoi film, arrivava dal rapporto sofferto con la fame che lo accompagnò durante i duri anni di gavetta prima di raggiungere la notorietà.

Sicuramente amava mangiare e sperimentare attraverso la creazione di ricette semplici ma non banali. Ogni piatto infatti, era curato non solo nella sua esecuzione e presentazione ma ancor di più, nella scelta delle materie prime.

Ogni cibo, secondo Totò, aveva una sua importanza e doveva essere valorizzato. Se si decideva di mangiare anche solo una fetta di pane con olio, gli ingredienti dovevano essere di prima qualità e consumati ad una tavola bene apparecchiata “perché l’occhio e lo stomaco hanno eguali diritti.”

Non era attratto dalla cucina gourmet, decisamente molto meglio quella napoletana. Opulenta, ricca e senza freni come ben raccontato nel film Miseria e Nobiltà. Memorabile la sorta di balletto che i protagonisti fanno quando, dopo giorni di digiuno, viene loro servito un banchetto con una zuppiera piena di spaghetti al pomodoro. Tanta la fame e la felicità che finiscono con l’afferrarli e mangiarli con le mani.

Il suo sapere in cucina, veniva annotato dall’attore, in un quadernetto nero, oggi conservato religiosamente dalla figlia Liliana. Racconta le ricette della tradizione, che all’attore piacevano di più.

Nel 2001, ispirato a questi ricordi, nasce un libro che lo vede cuoco. “Assolutamente non chef, mi raccomando!”. Le ricette di casa de Curtis raccontate ai posteri nel volume edito da Rizzoli “Fegato qua, fegato là, fegato fritto e baccalà”.

La prefazione di Liliana De Curtis, riportata di seguito, racconta molto bene il contenuto di queste pagine.

“Fegato qua, fegato là, fegato fritto e baccalà”, l’inizio di una delle filastrocche inventate da mio padre, per la precisione nel film “Totò contro Maciste“, rispecchia in pieno lo spirito di un libro di gastronomia in cui propongo le sue ricette preferite, filtrate nel suo umorismo surreale e dalla sua creatività.

Totò amava mangiare e aveva il culto della buona tavola, anche in ricordo di dei duri anni della gavetta in cui aveva patito la fame. Non c’è da stupirsi, quindi, che avesse elaborato diverse ricette per la gioia del suo palato, di quello dei familiari e dei pochi amici fidati.

Per esempio, Aldo Fabrizi col quale realizzò lo scambio tra la cucina romana quella napoletana, pur rimproverandogli di far scuocere gli spaghetti che vanno gustati rigorosamente al dente.

I sapori e gli odori del cibo inteso come momento di relax e aggregazione, quasi una inconsapevole seduta psicoanalitica nel senso che, per usare una espressione, “a tavola si capisce chi sei e con chi hai a che fare“, costituivano un elemento indispensabile della vita di Totò. Tanto che, nel 1945, durante una tournèe in Spagna, in cui lo seguii con la mamma, si struggeva letteralmente di nostalgia.

“Gli spagnoli mi sono simpatici, ma purtroppo mangiano solo cipolla. Io se non mi faccio al più presto un piatto di spaghetti, muoio, esalo …”, sbottò dopo una settimana a Barcellona.

E fu così che, per placare quella che papà definiva “la fame dell’esule”, lasciammo l’albergo per trasferirci in una casa d’affitto dove, finalmente, riuscimmo ad assicurarci le irrinunciabili spaghettate.

L’amore per il buon cibo in realtà è sempre stato un patrimonio di famiglia, tanto che in passato, facendo onore al nome che porto, ho gestito due ristoranti a Johannesburg e a Montecarlo, occupandomi personalmente della cucina.

E non ci sarei riuscita se non avessi potuto contattare quel famoso quaderno nero, un ricettario unico e prezioso, tramandato dalla nonna paterna, Nannina, dalle varie zie, cugine e bisnipoti (i loro nomi ricorrono nella mia memoria e nelle ricette) a papà e quindi ereditato da me, oggi depositaria del tesoro.

Lo considero tale, prima di tutto perché mi ha insegnato a cucinare, una dote importante e utile, e poi perché esso rappresenta un riflesso del modo di vivere di papà.

Molte volte, mentre preparo uno dei tanti piatti di sua invenzione, mi sembra di rivederlo a tavola, in quella specie di rito che era “l’assaggio”. La forchetta veniva portata lentamente alla bocca e il primo boccone era assaporato in silenzio.

Se la ricetta era stata realizzata in modo corretto Totò sorrideva e annuiva dolcemente dicendomi: “Brava Liliana, sei all’altezza di nonna Nannina”.

Un elogio venato di rimpianto per la madre scomparsa, che mi riempiva di orgoglio. Nella sensazione di avergli regalato un momento di piacere per il palato e anche di tenerezza, nel fargli rivivere i suoi pasti da ragazzi.

Quando era la nonna a cimentarsi ai fornelli, sempre preoccupata per il figlio artista (lei lo avrebbe voluto prete) fosse troppo magro. Fin da allora la cucina era considerata il cuore della casa, il luogo magico in cui, a cominciare dalle prime ore del mattino, varie pentole “pippavano” sul fuoco, in attesa del pranzo o della cena.

Momenti fondamentali perché, comunque lo stomaco esige una “supponta”, cioè un sostegno, non solo al fisico, ma anche allo spirito.

Si dice che l’appetito viene mangiando, ma secondo me viene di più a stare digiuni” sosteneva papà, mentre con puntigliosa diligenza annotava ricette sempre nuove.

In un clima di totale abbandono, paragonabile, sia pure in maniera diversa, a quello della recitazione. Che facilitava l’allegria, in assoluto il miglior condimento per ogni cibo.

Con queste premesse è facile capire perché io abbia deciso di raccogliere in un libro le ricette di Totò, spiegate con semplicità e realizzabili anche da chi non è troppo esperto di cucina. Con la raccomandazione di lasciare sempre spazio alle vostre particolari preferenze e alla fantasia, in modo che la preparazione dei cibi sia un vero e proprio diletto.

Peccato che mio padre non sia con noi per inventare tante battute nuove. Ma per fortuna il suo talento comico, come una cornucopia inesauribile, ce ne lascia un’eredità ricchissima tratta dai suoi film. In un magico caleidoscopio che tocca tutti gli argomenti, compresa naturalmente la gastronomia.

Insomma, la cucina in Casa De Curtis è uno spettacolo fatto di odori e sapori, un gioco tra i fornelli in un trionfo di quisquiglie e pinzellacchere, con qualche inevitabile bazzecola: in salmì, in umico, o in salsa verde. Fate voi. Buon appetito e buon divertimento.”

Per omaggiare questo grande uomo ho deciso di preparare una delle sue ricette preferite, contenuta anch’essa nel libro.

Gli Spaghetti alla Gennaro” nati in onore del Santo e della festa patronale della città di Napoli. Molto simili per ingredienti e procedimento a quelli che vengono chiamati “Spaghetti alla Carrettiera”.

Ingredienti

200 g di spaghetti

4 acciughe salate

2 fette di pane raffermo

origano

basilico

aglio

olio

sale q.b.

Procedimento

Strofinare le fette di pane con l’aglio e sbriciolarle in un piatto. In un tegame ben unto d’olio, far soffriggere due spicchi di aglio. Aggiungere le briciole, e lasciarle tostare fino alla doratura.Tritare le acciughe a coltello e farle sciogliere lentamente in padella con una generosa spolverata di origano. In una pentola alta far cuocere gli spaghetti in abbondante acqua bollente.

Saltare la pasta in padella con le acciughe e l’origano e il pane sbriciolato.

Servire gli spaghetti ben caldi con un po’ di basilico per decorare il piatto.

La Torta Pasqualina genovese, quella storica con la prescinsêua!

PASQUA – LIGURIA/ GENOVA – La Torta Pasqualina genovese con la prescinsêua di Virtus.

La torta pasqualina, come per Petra, ha due anime, quella Laziale e quella Ligure, ossia quella tipica pasquale laziale e quella storica ligure.
Entrambe sono PAT (Prodotto Agroalimentare Tradizionale Italiano – P.A.T.).

Quella laziale è una torta di pasta frolla preparata con farina tipo 00, zucchero, uova e burro, farcita con un ripieno di ricotta di pecora, rhum ed alchermes.

Nel Lazio la torta pasqualina è il rustico per antonomasia delle pasquette, perfetta per una scampagnata; tra le varianti più diffuse laziali ci sono quella con carciofi o spinaci. Quella genovese, invece, è diversa.

GENOVA & PETRA

Petra tornerà per alcune riprese proprio a Genova, la bellissima fiction di Sky con Paola Cortellesi (attrice romana, sceneggiatrice, autrice televisiva, comica, cantante), tornerà nella sua seconda stagione ed anche se la fiction sarà molto romana, non mancherà qualche flashback proprio sotto la Lanterna!

La Lanterna di Genova, simbolo della città, risale al Trecento ed è tra i fari più antichi d’Italia!

Autentica icona della città di Genova, la Lanterna, con i suoi 77 metri, è il faro più alto del Mediterraneo e il secondo d’Europa.
Ed è un po’ per Genova quello che la Torre pendente è per Pisa, la Tour Eiffel per Parigi, la Statua della Libertà per New York: un simbolo inconfondibile.

Paola Cortellesi è Petra: dalla serie tv all’opera di street art al Porto Antico

Petra è l’adattamento italiano dei romanzi di Alicia Giménez-Bartlett e del loro personaggio dell’ispettrice Petra Delicado. La Barcellona dei libri originali è diventata la bellissima Genova, che adeguandosi al clima del racconto diventa cupo teatro di eventi misteriosi. Il genere è quello del mistery che si mescola al poliziesco ed ai tormenti esistenziali della protagonista.

Petra, la Pasqua e la bellissima Genova che come tutte le città portuali della storia, è una città in fieri (in divenire), la vita che pulsa, il cibo, i meravigliosi carruggi, come non innamorarsi di una Fiction come Petra girata in una città così speciale!

I carruggi di Genova

La storia della Torta Pasqualina

La Torta Pasqualina è una torta salata a base di bietole, in sfoglia (fino a trentatré sfoglie in omaggio agli anni di Cristo), tradizionalmente tipica del periodo liturgico della Pasqua. L’esistenza di questa torta viene documentata addirittura da Ortensio Lando, un letterato del XVI secolo, che la cita nel suo “Catalogo de gli inventori delle cose che si mangiano e bevono” e a cui la torta piacque “più che all’orso il miele”.

La buonissima Prescinsêua o “quagliata genovese” di VIRTUS – L.Y.L.A.G. s.a.s. di Bellone Paolo & C., in Via P. Gobetti, 7, a Genova – www.yogurtvirtus.it è un tipico prodotto caseario della provincia di Genova dalle antichissime origini, come testimonia una legge del 1413 che la catalogava come possibile dono da parte dei Genovesi ai Dogi. È un formaggio fresco ottenuto con l’impiego di caglio e fermenti lattici selezionati, ha consistenza morbida e un gusto caratteristico che la rendono un ingrediente insostituibile nella preparazione di alcuni piatti della cucina ligure quali la focaccia col formaggio, le torte di verdure, la torta di riso, i ripieni, il pesto e altri ancora. Ottima con le castagne bollite, nella zuppa di cavoli neri, sulle insalate estive e con il salmone. Sfiziosa con i corn flakes, il muesli e i frutti di bosco.

AZIENDA – VIRTUS DAL 1952

1952 L.Y.L.A.G. nasce a Genova per la produzione di yogurt a denominazione “svizzero”, “bulgaro” e “olandese” confezionato in vasetti di vetro.

1958 L.Y.L.A.G. inizia a produrre yogurt a marchio VIRTUS denominato Yogurt Virtus Omogeneo al quale fu presto affiancato quello alla frutta: una novità per l’epoca. In questi anni l’azienda, accanto ai propri prodotti a marchio VIRTUS, inizia a commercializzarne altri: panna pastorizzata, burro, latte e formaggi. Inoltre, in virtù dell’esperienza acquisita nel settore del latte fermentato, su richiesta di alcuni provveditori navali che fornivano anche navi da crociera l’azienda inizia a produrre la “panna acidificata” (sourcream) e il “latticello” (butter milk).

1985 L.Y.L.A.G. inizia a produrre la “Prescinsêua” (quagliata genovese) il cui uso secondo alcuni cenni storici risale al XIV secolo.
La Prescinsêua VIRTUS è un prodotto molto apprezzato, oltre che per il particolare sapore, anche per le qualità nutrizionali. L.Y.L.A.G. con la produzione della Prescinsêua ha il merito di aver contribuito a mantenere viva e sviluppare una importante tradizione gastronomica genovese.

Molto interessante il nuovo sito, di recente realizzazione, di Paolo Bellone di Virtus tutto sulla Prescinsêua:

www.prescinseua.it

RICETTA

La Torta Pasqualina con la Prescinsêua è uno storico piatto ligure

Ingredienti

250 g di farina manitoba
2 cucchiai di olio e.v.o.
acqua
sale

(ripieno)

2 mazzi di bietole
500 g di PRESCINSÊUA*
(una cagliata fresca simile allo yogurt/ quagliata appunto prescinsêua in lingua ligure)
4 tuorli d’uovo
80 g di Parmigiano Reggiano
farina
latte
qualche rametto di maggiorana
olio e.v.o.
sale

Per preparare la pasta unire gli ingredienti formando un impasto morbido e liscio; dividerlo in 4 palline e fare riposare almeno 1 ora coprendole con la pellicola.

Lavare le bietole, asciugarle e tagliarle a striscioline, metterle sul piano di lavoro, cospargerle con una spolverata di farina e rimestarle con le mani.

In un tegame unto d’olio mettere due sfoglie sottili che devono debordare. Porvi sopra le bietole ed unire il parmigiano, una grattatina di noce moscata ed il sale. Mescolare in modo che tutti gli ingredienti vengano ben distribuiti, quindi distribuire il tutto sul tegame in uno spessore uniforme e condire con un filo d’olio.

In una ciotola mettere la prescinsêua, 1 cucchiaio di farina ed un poco di latte e mescolare fino ad ottenere un consistenza cremosa. Con questo composto coprire uniformemente le bietole; con un cucchiaio formare 4 fossette equidistanti ed in ognuna mettere un uovo, che sarà insaporito con un pizzico di sale.

Coprire la torta con una sfoglia sottile, ungerla con un pennello, coprilrla a sua volta con un’altra sfoglia sottile. Premere la pasta sul bordo della teglia e tagliare con le forbici da cucina la pasta eccedente, quindi con due pollici rivoltare verso l’interno il bordo delle sfoglie per racchiudere il ripieno. Ungere con olio la superficie della torta. Cuocere in forno a 180°C per circa 40-45 minuti.

PRESCINSEUA

La Prescinseua, Prescisöa o anche Prescinsêua (secondo le declinazioni dialettali locali), è un formaggio tipico della Liguria, in particolare nella Riviera di Levante, ed è conosciuta già nell’Alto Medioevo.

In verità, più che un formaggio, nella accezione corrente più comune di questo prodotto, si presenta come una cagliata limitatamente acidula e fresca con la consistenza e l’aspetto simile allo yogurt, ma questo non è in quanto mantiene comunque una pur minima consistenza.

La sua diffusione, quindi, è tipica del genovesato e il latte vaccino spesso utilizzato, proviene da allevamenti dell’Appennino Ligure.

Il nome potrebbe derivare dalla parola “presù” che nel dialetto genovese significa caglio.

La prescinsêua, inoltre, viene usata nella composizione del ripieno dei pansoti di magro, e nei ripieni alla genovese. Nella cucina tipica della Liguria di Levante, in particolare, nel Golfo Paradiso e quello del Tigullio la prescinsêua (come erroneamente spesso si pensa), non viene usata nella “Focaccia col Formaggio” che si produce a Recco. Ne parleremo prossimamente seguendo tutte le indicazioni del Consorzio della Focaccia di Recco (www.focacciadirecco.it, rif. Focaccia di Recco col formaggio).

PAROLA DEL GIORNO

Genovesato è il nome con cui si definiva e, talvolta, ancora si definisce il territorio che a partire dalla seconda metà dell’XI secolo venne assoggettato alla Compagna Communis, l’embrione del futuro comune di Genova e, poi, della Repubblica di Genova.

In epoche passate si è tuttavia inteso indicare con Genovesato l’insieme dei territori direttamente dipendenti da Genova, escludendo le città confederate ed i feudi imperiali.

Sotto questo aspetto, il Genovesato era il dominio di Genova in senso stretto. Oggi il significato del termine viene traslato con il territorio della città metropolitana di Genova, anche se sempre più spesso si tende a perdere l’antico termine privilegiando l’accezione Genovese.

ABBINAMENTO VINO

La torta pasqualina va abbinata con vino bianco giovane, profumato, secco, ma morbido e sapido, come ad esempio il Vermentino.

Torneremo in Liguria per parlare di RECCO e la famosa Focaccia al Formaggio, dei Pansoti ecc. ed – ovviamente – faremo un salto a Sestri e super sorpresa… a Portofinooooo!