Quando il Vesuvio porta la sua energia vitale nel cuore antico di Napoli, la magia è assicurata. Il legame tra il capoluogo campano e il suo vulcano è potente. I loro destini sono legati in maniera indissolubile sotto molto aspetti, non ultimo quello agricolo e produttivo.
I vini del vesuviano bagnano le tavole e riempiono le stive del porto di Napoli da tempi immemori. Gli affreschi ritrovati nelle ville rustiche vesuviane (come quelli provenienti dagli scavi di Pompei) e gli scritti, tra gli altri, di autori latini come Plinio il Vecchio in Naturalis Historia, testimoniano l’estesa produzione vinicola dell’ “Ager pompeianus”. Dalle falde del Vesuvio il vino arrivava fino al centro di Napoli per essere commercializzato dai mercanti cittadini. È sempre oggi, nel cuore di Napoli, al Museo archeologico, il MANN, uno degli affreschi più significativi e noti che raccontano questa storia: Bacco raffigurato come un grappolo d’uva che versa il vino alla pantera, suo animale prediletto. Alle sue spalle il Vesuvio con il suo cono altissimo ancora intatto coperto di vigne lussureggianti, a sottolineare che questa è anche la più antica rappresentazione pittorica del Vesuvio pre 79 d.C. Solo la ennesima riprova della centralità del vino nell’economia e nella società pompeiana e del napoletano tutto. E in effetti nel XVIII secolo Napoli era la città europea più popolosa dopo Parigi, grazie alla ricchezza della terra del vulcano e alla fertilità dei suoli.
Vesuvio Wine Day a San Lorenzo Maggiore
Queste suggestioni sono state la premessa di Vesuvio Wine, conclusasi nei giorni scorsi. Una piccola ma ambiziosa manifestazione promossa dal Consorzio di tutela vini del Vesuvio guidato da Ciro Giordano, titolare della cantina pioniera che maggiore impulso ha dato alla valorizzazione della Catalanesca.



Bellissima e molto originale la location, piuttosto nuova alle rassegne del vino: il Convento di San Lorenzo Maggiore con il suo chiostro, le volte a crociera e le sale affrescate di una bellezza commovente. Oltre la magnifica Napoli sotterrata. Una scelta che è il segno della ricerca del Consorzio di un contatto forte, e condivisibile, con cittadini e turisti. In degustazione una dozzina di cantine aderenti al Consorzio.
Ma la parte più interessante sono state le masterclass che hanno visto la degustazione curata da esperti del settore ed anche il confronto con altri areali da vino di matrice vulcanica. “Dialogo tra Vesuvio ed Etna: grammatica vulcanica comune, lingue diverse: 10 vini per riconoscere il territorio” oltre il vitigno è stata una delle occasioni. Forse l’aspetto più forte emerso, in questa come altre degustazioni guidate, è uno storytelling più aggiornato e ricco dell’areale vesuviano. Quando un’altura come il Vesuvio diventa iconica facilmente si cade nell’errore di trattarlo come un tutt’uno, una entità uniforme. Un vulcano da cartolina. Lo storytelling dell’areale da vino, lo passa (e lo ha fatto fino a pochi anni fa) rimarcando le altitudini, i terreni vulcanici, la storia delle eruzioni, le tradizioni contadine e le varietà. Ma con la guida del presidente Giordano questo racconto si va complicando e soprattutto diventa per tutti come a San Lorenzo Maggiore, dove con le note degustative della giornalista Chiara Giorleo, il Vesuvio e i campioni dei vini sono stati analizzati alla ricerca di una più dettagliata corrispondenza tra porzioni di territori all’interno dell’areale. Un po’ come si fa già da tempo – complice il vulcano attivo che rinnova, di eruzione in eruzione, la riflessione a riguardo – sull’Etna.
Qui la C rovesciata che rappresenta l’universo della vigna etnea si comunica parlando di versanti, contrade e comuni. Secondo una logica che, diversamente da quanto fatto sul Vesuvio (o “sui Vesuvi”, oserei dire), unisce la classica dimensione verticale a quella orizzontale, allargandola. Ma anche approfondendola, guardando con una lente di ingrandimento potenziata il mondo ipogeo e apogeo, visto che i terreni sono, in queste realtà, o continuamente rimescolati, come l’Etna, o segnati profondamente da un agente esplosivo e irregolare, come il Vesuvio. Si rimarcano, allora, le peculiarità del Monte Somma e del Vesuvio propriamente detto, il versante verso il mare, il versante verso gli appennini, il lato interno e quello esterno. E su questo canovaccio si inseriscono tutte le altre variabili ben note. Interessante sarebbe l’approdo a una etichettatura con la quale le aziende raccontino tale complessità oltre la denominazione. Anche solo con informazioni aggiuntive, più che oleografiche. Un po’ come, parlando di Milo sull’Etna, ha ricordato il direttore del Consorzio di tutela vini dell’Etna, Maurizio Lunetta, presente alla degustazione incrociata dei 10 vini delle due regioni, a Vesuvio Wine, la tipologia “Etna bianco superiore è solo qui, in nessun altro comune”. E allora, concludiamo, la rassegna di San Lorenzo Maggiore, in due giorni, ha ricordato al grande pubblico alcune cose importanti.
Tutto ciò che l’areale Vesuvio ha al suo attivo
- Che il Vesuvio non è il Vesuvio. O, meglio, che bisognerebbe chiedersi “che Vesuvio?”. Ovvero che sono due monti, geologicamente e agronomicamente, ove il Monte Somma è più antico e il Vesuvio più giovane perché nasce dall’eruzione del 79 d.C.
- Che è un areale non solo antico ma nel quale la produzione vinicola è attuale e non ha mai subito interruzioni.
- Che offre una biodiversità incredibile che, nel vino, privilegia le uve autoctone, come Piedirosso, Aglianico, Sciascinoso, oppure Falanghina, Caprettone e Catalanesca.
- Che ha al suo arco una forte identità e riconoscibilità, portate alla attenzione mondiale grazie alla prossimità con snodi turistici cruciali.
- Che vanta una gamma completa di vini dai bianchi ai rossi, passando per rosati e spumanti, che rispetto a soli 20 anni fa sono in continua crescita qualitativa e che mostrano (i bianchi soprattutto) una notevole longevità ed eleganza.
- Che storia agricola e antropica si intrecciano sul Vesuvio in maniera unica. E che il golfo, risultato delle azioni sinergiche di natura e uomo, è tra i luoghi più belli in assoluto al mondo, che ne fa una meta perfetta per l’enoturismo. Anche di un target premium.
Tutto ciò ne fa un areale che in un batter d’occhio può esplodere. Ovviamente solo commercialmente!
Foto credits: monicapiscitelli
