A Ficulle la Tenuta Vitalonga: il calore dell’ospitalità e i sapori dell’Umbria autentica

Tenuta Vitalonga

Di Umbria si sente parlare sempre più spesso in termini di eccellenze gastronomiche, vinicole e culturali. Ma quello che rende così speciale questa regione è l’incredibile varietà dei suoi paesaggi, le colline dal profilo dolce, che nascondono calanchi e canali e improvvisi dirupi, i folti boschi che in autunno mettono l’abito delle feste, e con tutte le gradazioni del rosso anticipano i colori delle festività natalizie. I laghi misteriosi e la quiete dei borghi in pietra, e le vestigia degli etruschi che abitavano queste terre migliaia di anni fa. E i profumi di muschio, di bosco, di legna accesa, di mosti in fermentazione, di botti esauste, come il canto senza parole di sirene di terra, invitano a deviare dalle giornate fatte di tabelle di marcia e impegni pressanti, per lasciarsi avvolgere da un’esperienza nuova e rigenerante. È qui, nei pressi del suggestivo borgo medievale di Ficulle, e a pochi chilometri da Orvieto, tra boschi di querce secolari e vigneti a perdita d’occhio che nasce Tenuta Vitalonga. Azienda agricola a conduzione biologica certificata, Vitalonga è il progetto in progress della famiglia Maravalle, proprietaria da quattro generazioni. Oggi è gestita dai cugini Pietro, Andrea e Giacomo, che hanno fatto tesoro delle esperienze contadine per inserirle in un lavoro continuo di valorizzazione del territorio in termini di sostenibilità e conoscenza.

Terroir

Vitalonga si estende complessivamente per circa 80 ettari sulla sommità e lungo i crinali di colline alte dai 350 ai 450 metri slm, in un’area che nel lontano Pliocene era coperta, almeno in parte, dal mare. Ne sono testimonianza i tantissimi fossili che è possibile ancora oggi rinvenire già a livello superficiale nelle aree vitate situate più a valle, sui 350 metri slm. Qui, su terreni sabbiosi e argillosi, sciolti e drenati crescono le uve rosse caratterizzate da esiti più freschi e sottili che danno vita all’Elcione, etichetta d’ingresso dell’azienda nella versione rossa o rosé e in parte al Montenibbio. Le analisi geologiche hanno evidenziato infatti una certa diversità di impasto man mano che si sale in altezza, e sulla sommità della collina, a 450 metri slm, la maggiore componente argillosa regala la struttura necessaria per i vini rossi da invecchiamento che rappresentano il top di gamma di Tenuta Vitalonga: Terra di Confine, Phiculle e il Maravalle Franciosini 1897, il vino dei capostipiti. Estati calde di giorno e fresche la sera, brezze costanti, l’esposizione ottimale aiutano il lavoro quotidiano in vigna, condotta in regime biologico e con interventi ridotti al minimo indispensabile, con rese tenute volutamente basse. La grande attenzione alla gestione dell’apparato fogliare garantisce le migliori condizioni per la maturazione delle uve.

I vini

Vitalonga si coltivano le varietà a bacca rossa autoctone e naturalizzate: Merlot, Cabernet Sauvignon e Franc tra gli internazionali, oltre al Sangiovese e al Montepulciano. Oggi sono sei le etichette prodotte, che riflettono il territorio anche nel nome.
Elcione, Umbria IGT rosso. Si chiama come l’enorme quercia che guarda il vigneto, dal nome che la tradizione locale dà al leccio, cioè ‘elcio’. Blend di Merlot, Cabernet Sauvignon e Sangiovese, che riposa 6 mesi in botti di rovere e si esprime con una beva piacevole e minerale.
Vitalonga Rosé. Umbria IGT. Blend di Merlot e Cabernet Sauvignon dallo stesso vigneto dell’Elcione, ricco di fossili un rosato elegante e fresco.
Montenibbio, Umbria IGT rosso. Dal nome del monte più alto di Ficulle, e da un vigneto a 400metri slm ricco di fossili un elegante blend di merlot e sangiovese, elevato in botti di rovere per 9 mesi.
Terra di confine. Umbria IGT rosso. Il confine è geografico tra l’Umbria e la Toscana, geologico per le diverse composizioni dei terreni e storico, per le diverse tradizioni di queste terre. Tra cui il governo alla toscana, che rivive in questo vino con l’appassimento del Merlot, qui in blend con il Montepulciano.
Phiculle, Umbria IGT rosso. PHI come il simbolo dell’infinito nella progressione di Fibonacci, PHI come Ficulle a ribadire l’appartenenza della famiglia Maravalle al questo territorio. Da uve Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, riposa 15 mesi in barrique di rovere per acquisire le caratteristiche tipiche di eleganza, corpo e profondità.
Vitalonga Chardonnay, Umbria IGT bianco. E’ prodotto con uve chardonnay coltivate nei vigneti circostanti la Tenuta. Una varietà che in questo territorio caratterizzato da un suolo derivante da sedimenti fossili con infiltrazioni d’argilla esprime una spiccata mineralità ed eleganza.
Il sistema di allevamento in azienda è a cordone speronato, salvo un piccolo terreno in cui il Sangiovese grosso segue l’antica pratica della vite maritata, iniziata su queste terre dagli Etruschi. Fa parte di un più ampio progetto di recupero a scopo di studio e didattico cui la famiglia Maravalle tiene particolarmente: gli Horti.

Gli Horti

Seguono le regole codificate da Varrone (II sec. a.C.) e riprese in tutti i monasteri benedettini i giardini coltivati ad orto (horti), frutteti (pomaria), alberate (viridaria) ed erbari (erbaria). Non per mero esercizio di stile, ma per riportare alla memoria il patrimonio floristico antecedente alla scoperta dell’America e all’introduzione di specie botaniche fino ad allora inesistenti; nonché per studiarne l’interazione con suolo e clima, e preservare tante specie autoctone dall’estinzione. Un’opera didattica in via di realizzazione, che si inserisce nel lavoro quotidiano di Tenuta Vitalonga per sostenere concretamente la biodiversità necessaria a preservare l’equilibrio ambientale.

L’Osteria e l’Olio bio

Dei due antichi casali in pietra circondati da boschi di cerri, roverella, lecci e querce, di Tenuta Vitalonga, la sala degustazione con un affaccio mozzafiato sui pendii vitati e sui boschi circostanti, adiacente alla cantina con la sua barricaia è la meta ideale per wine lover e buongustai. Per chi desidera completare l’esperienza umbra con una full immersion nei sapori e nell’ospitalità locale, Tenuta Vitalonga organizza degustazioni guidate con visite ai vigneti e alla cantina aziendali, arricchite da assaggi della cucina tradizionale, con prodotti del territorio il più possibile a km0. Incluso l’oro dell’Umbria, quell’olio extravergine biologico che Tenuta Vitalonga produce da cultivar leccino, moraiolo e frantoio. Per le esperienze più complete e gratificanti, l’Osteria, il wine restaurant di Tenuta Vitalonga, offre menu alla carta e tematici, a base delle eccellenze umbre per definizione: tartufi, pasta fresca, cacciagione, funghi e altre specialità, in un ambiente elegante e d’atmosfera, complice anche il grande camino che illumina la sala.

La Vigneria

Lasciarsi tentare e restare qualche giorno su queste terre non è poi così raro. La Vigneria, il casalino che sorge nel punto più alto di tenuta Vitalonga è dedicato all’ospitalità. Offre ben 6 camere da letto arredate in stile rustico chic, alcune con bagno privato, disposte su due piani e una piccola dependance in grado di ospitare fino a 12 persone. A disposizione degli ospiti, una cucina accessoriata e una grande sala comune, confortevole e luminosa, riscaldata dall’imponente caminetto in pietra, e uno splendido giardino esterno con piscina affacciata sulla vallata.

Il Club

Gli ospiti a Tenuta Vitalonga sono considerati amici, con cui mantenere i contatti nel corso degli anni. Riprendendo un’antica passione del fondatore dell’azienda, per gli amici di Tenuta Vitalonga è nato il Wine Club, che offre le referenze più prestigiose dell’azienda in una veste in edizione limitata, dedicata all’arte immortale. Bottiglie con etichette da collezione, disponibili solo per i soci del club, dedicate nel 2020 a Raffaello Sanzio e a Dante Alighieri nel 2021.

Contatti:
Tenuta Vitalonga
Strada Montiano, 8. 05016 Ficulle (TR)
Tel. +39 0763 836722 fax 0763 836723
info@vitalonga.it

Tenuta Vitalonga – Winery

Vino – 10 luoghi comuni da sfatare

Tra abitudini sbagliate e convinzioni granitiche, nel mondo del vino, ormai, gira una brutta aria. Un’aria che fa male soprattutto allo stesso vino. Proviamo a smontare tutti questi preconcetti, partendo da 10 luoghi comuni tutti da sfatare.

1) Lo champagne è caldo, lo metto in freezer?

No mai! Anche se i tuoi ospiti sono in arrivo e hai dimenticato di mettere lo Champagne in frigo, abbandona l’idea di accelerare i tempi mettendo la bottiglia in freezer. Rischieresti solo di incorrere in una bottiglia congelata e a quel punto, a nessuno verrebbe in mente di mangiare una granita a base di chardonnay. ll punto di congelamento dello Champagne è, infatti, inferiore a quello dell’acqua: lo champagne inizia a gelare ad una temperatura compresa tra -5°C e -9°C. Meglio allora mettere la bottiglia in un secchiello di ghiaccio con un po’ di sale. L’aggiunta di sale, infatti, porta la temperatura al di sotto di -20°C, quindi molto più fredda di quella del congelatore. E lo Champagne è salvo!

2) Annata 2010, questo champagne è vecchio. Che faccio lo butto?

Uno Champagne non “scade” mai, e anzi alcune tipologie non fanno che migliorarsi nel tempo, quindi altro che buttare! Partite da un presupposto, lo Champagne ha due vite: una quando il vino fermo termina il suo affinamento e inizia la seconda rifermentazione e una quando il vino viene sboccato (il così detto degorgement). E la vita dello Champagne inizia proprio in questo preciso istante, così ad esempio se state bevendo un millessimato 2010, ma la sboccatura è del 2018, il vostro Champagne sarà appena un giovincello.

3) Apriamo un Barolo 2014? No troppo giovane, questi vini sono da lungo invecchiamento!

Spesso consideriamo un vino rosso come “importante” solo quando è lungamente invecchiato. Ma non possiamo utilizzare questa regola per tutti i vini rossi e soprattutto per tutte le annate. Alcuni vitigni, infatti, per propria natura hanno una minore acidità, che è l’elemento principale per garantire lunga vita al nostro vino. E poi ci sono annate dove il caldo è stato torrido, e quelle, forse, avranno un potenziale evolutivo inferiore rispetto ad altre, invece, mediamente più fresche. Dunque si alle regole, ma consideriamo sempre le eccezioni.

4) Il vino bianco va sempre bevuto d’annata

Questo è, forse, uno dei cliché peggiori. Roba da fare accapponare la pelle ad un produttore di Chassagne Montrachet in Borgogna o di Riesling in Mosella. Ma a non voler andare tanto lontani anche ad un Fiano campano o a un bianco friulano. Alcuni vitigni, infatti, portano in sé così tanto potenziale evolutivo da sopravvivere anche più di una generazione.   

5) Prendiamo una bollicina? Si del Prosecco va bene!

Tutto il rispetto per il Prosecco, e altrettanto per lo Champagne. Ma in Italia di bollicine Metodo Classico di ottima qualità ne abbiamo davvero da vendere! Non ci soffermiamo più al solito “prosecchino” e cerchiamo nella carta dei vini nomi come Franciacorta, Trento Doc, Oltrepo Pavese e tante altre etichette spumantistiche che meritano davvero attenzione.

6) Non servite mai i vini spumanti col pollice infilato nel fondo concavo della bottiglia. E’ tremendo!

Quel fondo di bottiglia, comunemente detto “a campana” serve in realtà ad altro, cioè a raccogliere i depositi del vino. Quel fondo di bottiglia, nato inizialmente per lo Champagne, garantisce, infatti una maggiore resistenza resistendo alla pressione dei gas contenuti nel vino, non per agevolarsi nella mescita del vino. Non fatelo, è davvero fuori dalle regole del galateo.

7) Ho un Brunello 2015. Si ma ce l’hai il decanter?

Decantare, dal latino, significa separare. La funzione principale del decanter, quindi, è, anzitutto separare due elementi, cioè il solido dal liquido. La decantazione, quindi, viene anzitutto utilizzata per eliminare i sedimenti che potrebbero, diversamente, finire nel bicchiere. E’ consigliata, ad esempio, nel caso in cui, accidentalmente, il nostro tappo in fase di apertura si sia sbriciolato, e così in questo modo potremo sottoporre il vino ad un processo di stabilizzazione e filtrazione.  In secondo luogo poi la decantazione svolge un’azione di ossigenazione del vino. Un’azione che, quindi, risulta particolarmente utile nei vini da vecchio invecchiamento, rimasti a riposare in bottiglia per tanti e lunghi anni. Quindi se decantassimo un vino rosso giovane, che ha dunque ancora pochi profumi, rischieremo solo di “fargli del male” perché il decanter non farebbe altro che liberare troppo facilmente tutto il suo corredo olfattivo.

8) Le grandi cantine fanno troppa quantità e poca qualità, le piccole cantine, invece, fanno sempre vini buoni perché autentici.

Non sempre piccolo è meglio e non sempre l’home made corrisponde alla qualità. Fare vino è un’arte, e richiede una cultura sottesa e tanta esperienza. L’improvvisazione abbinata al concetto di piccola cantina non dobbiamo confonderla, quindi, con l’artigianalità. Se un vino è chiaramente difettoso, non giustifichiamolo solo perché è artigianale. In fondo non tutti possiamo essere falegnami o cuochi e allora perché dobbiamo accettare chi si improvvisa viticoltore? In alcuni casi, quindi, la grande cantina risponde anche al sinonimo di garanzia e qualità del prodotto.

9) Posso consigliare del Moscato? Si quando arriverò al dolce magari si

Continuiamo a relegare questo splendido vino, il Moscato, solo al termine di un pasto, come accompagnamento al dolce. Eppure il Moscato, come anche la Malvasia ad esempio, è un vitigno anzitutto prima che diventare poi un vino. Un vino previsto, appunto, in diverse tipologie, dal secco al dolce. Allontaniamo allora l’idea che il Moscato possa essere solo in versione passito e ordiniamo un moscato fermo secco abbinandolo a un bel piatto di ostriche. Abbinamento azzardato certo, ma quanto mai riuscito.

10) I vini invecchiati buoni sono solo quelli con i tappi di sughero

Se ha tappo tecnico (con sugheri frantumati e assemblati) allora è un vino scadente. Ma chi lo ha detto? Questo è un concetto, anzi un preconcetto, molto radicato e purtroppo duro da scardinare. Rifiutare a priori questi vini è, invece, sbagliato visto che i tappi sintetici, in alcuni casi, garantiscono la custodia del vino in modo molto più performante, grazie alle tecnologie avanzate con le quali vengono prodotti, e non dimentichiamo, poi, che,  grazie a loro il pericolo di “odore di tappo” è scansato.

Nasce la prima guida social “I vini del Cuore”

Una nuova guida per parlare di vino, e questa volta il focus non sono freddi punteggi o simboli che qualificano un vino, ma l’emozione che ogni assaggio è in grado di suscitare.

 “La guida vuole dare voce alle esperienze autentiche di chi comunica il vino sui canali social, mettendo in risalto l’esperienza personale attraverso una descrizione principalmente orientata alla parte emozionale che ha suscitato la degustazione” ha spiegato Olga Sofia Schiaffino, ideatrice de I Vini del Cuore.

La guida “I vini del Cuore” si presenta come una raccolta di assaggi che hanno conquistato il cuore e il gusto di venti comunicatori del mondo del vino. Vini diventati speciali e che hanno suscitato, appunto, delle emozioni.

C’era bisogno di guardare al vino sotto altre vesti, nel suo volto più autentico, perché il vino è, prima di ogni cosa, precursore di sensazioni, “per questo Il 2 luglio di quest’anno dal mio profilo instagram – wineloversitaly  – ho lanciato un ’iniziativa volta a partecipare a una “non guida” – appunto I vini del cuore- che raccogliesse gli assaggi che hanno generato emozioni e ricordi indelebili. I 45 candidati scelti si sono cimentati postando una storia sui loro profili instagram, descrivendo con una parola il loro rapporto con il vino” ha ricordato Olga Sofia Schiaffino.

“Non si è voluto proporlo esclusivamente a sommeliers diplomati o degustatori, perché il senso del lavoro è stato quello di incentrare la descrizione sulla motivazione della scelta di quella particolare bottiglia, per quello che essa rappresenta per la persona”.

Il progetto è stato accolto con grande entusiasmo da parte dei partecipanti, e con un’estrazione diretta sui canali social, sono state scelte 20 persone, alle quali è stato dato il compito di scegliere 5 vini di annate in commercio e recenti, tre di provenienza della propria regione e gli altri due da differenti zone geografiche, sempre italiane.

La guida, che è stata redatta grazie in collaborazione con Annamaria Corrù (instragram: tannina) e con il contributo di Simone Roveda (instragram: winerylovers) e Luca Grippo (intragram: lugrippo), sarà presentata sabato 11 dicembre 2021, presso la Cantina Antonelli di Montefalco. E dal 10 dicembre sarà in vendita su Amazon.

 “Ma la guida rappresenta solo il primo passo di un grande progetto, abbiamo intenzione di coinvolgere produttori, operatori del settore e appassionati del mondo del vino, anche attraverso fiere ed eventi, per allargare lo sguardo sulle emozioni e sui vini del cuore”  ha spiegato Olga Sofia Schiaffno.

The Wine Bundle – Lasciati coccolare….dal vino

The Wine Bundle  è un servizio di wine delivery in abbonamento. Basta sottoscrivere un abbonamento per ricevere ogni mese una Wine Box a sorpresa con due vini da loro selezionati, …

Abbiamo intervistato il fondatore Riccardo Belluco:

Qual è la storia di The Wine Bundle?

TWB nasce dalla mia passione del mondo enologico coltivata fin dall’infanzia, quando pigiavo personalmente l’uva per divertimento.
La voglia di creare una wine community forte, che diventi la protagonista di questo viaggio, ha fatto si che questo progetto prendesse vita. Insieme ai miei collaboratori e Sommelier, ricerchiamo attentamente migliori realtà italiane non conosciute, ma che lavorano in regime biologico e nel rispetto per l’ambiente. La volontà è quella di trasmettere la storia al di là dell’etichetta e non la sola commercializzazione di una bottiglia. The Wine Bundle punta sul concetto di Storytelling, fornendo anche tutti i materiali ed informazioni sia sul vino sia sull’azienda stessa.

Come mai la scelta di puntare sulle box?

La formula ad abbonamento è qualcosa d’innovativo rispetto all’e-commerce classico, ci piace molto il fatto che il consumatore si fidi di noi nella scelta e acquisti alla “cieca”. Un viaggio di prodotti nuovi e sconosciuti! L’abbonamento è disponibile dall’agosto del 2021 in Italia, ma ben presto sarà dedicato anche al pubblico tedesco, avendo come obiettivo quello di portare il Made in Italy in Germania, con una modalità innovativa. 

L’idea piace tantissimo anche  come regalo, puoi abbonare una persona per i mesi che preferisci e fargli avere la box direttamente a casa. Un ottima idea differente.

Quali sono i vini più venduti?

Le nostre box più vendute sono Armonia e Passione: all’interno è possibile trovare vini “alla portata di tutti e vini tradizionali che lasciano spazio alla qualità”, quindi si possono trovare bianchi, rossi e rosati da tutta Italia. 

La crisi COVID ha avvantaggiato la vendita di vino online?

Sicuramente con la pandemia Covid-19 il mondo online ne è uscito avvantaggiato, ma non dobbiamo dimenticare che dietro ad uno schermo c’è sempre il consumatore finale che diventa sempre più esigente e va supportato con tutti gli strumenti possibili. Noi ad esempio, abbiamo un servizio attivo tutti i giorno in caso di bisogno (anche nel week-end).

Prossimi progetti?

Per il futuro sono previste molteplici novità: l’apertura ad altri mercati Eu, la creazione di eventi in presenza e l’apertura di un wine bar. La novità più prossima sarà l’inaugurazione di un tradizionale E-commerce a supporto di The Wine Bundle, così da permettere ai propri clienti di poter acquistare una o più bottiglie anche al di fuori delle box. In questo modo puoi scegliere di abbonarti e farti guidare da noi oppure goderti le nostre selezioni e scegliere quello che preferisci.

Ultima domanda il tuo vino preferito ed un piatto con cui lo gusti.

Personalmente amo le bollicine, Italiane e francesi, ultimamente sto degustando molti champagne di piccoli produttori che propongono dei prodotti davvero interessanti e particolari. Abbinamenti? Lo champagne lo bevo con tutto, anche con le migliori carni.

La mineralità della Campania e dei suoi vini

Un lungo fil rouge, quello del minerale, che attraversa l’intera Regione Campania e quindi non potevamo non parlare di mineralità dei vini. E’ questo il leit motiv che ha caratterizzato la terza edizione di Eruzioni del gusto, storica Kermesse, a cura dell’Associazione Oro Nero, tenutasi al Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa (NA) dal 17 al 20 settembre 2021.

 

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Non tutto ruota attorno al Vesuvio o all’Etna, ma tante sono le aree vitivinicole legate alla terra lavica, ed è così che, durante l’evento “Eruzioni del gusto”, nella sede del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, si è tenuta un’interessante masterclass, a cura dell’Ais Campania, che in un percorso degustativo, rigorosamente alla cieca, ha fatto finalmente luce su cosa sia il “minerale” di un vino.

Minerale è, infatti, un concetto, troppo spesso decantato nel mondo enologico. Eppure in cosa si sostanzia questo odore? A cosa può essere associato? E soprattutto da cosa deriva?

Nella notevole confusione che invaga negli ultimi tempi sull’odore del minerale, la masterclass “Vini Consorzi Campani” finalmente stabilisce un punto, connotato da certezze: è’ il terroir e ancor di più è proprio il terreno che è in grado di conferire ai vini questo concetto aleatorioe non palpabile di mineralità.

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Il Vesuvio

Si parte, dunque, dal luogo iconico per eccellenza: il Vesuvio. Qui la mineralità fa rima con vulcanicità e la si ritrova a mò di essenza in quelle viti di Aglianico, Sciascinoso, Piedirosso, Caprettone, Falanghina e Catalanesca che affondano le loro radici in questa terra ricca di lapilli, ceneri e pomici. Tutti depositi piroclastici che lasciano la loro firma nei vini prodotti all’interno della denominazione Doc Vesuvio.

E così, infatti, è anche nel Lacryma Christi Doc in degustazione, il cui nome è legato ad un mito di epoca romana che narra che Lucifero, l’angelo ribellatosi a Dio, strappò un pezzo di Paradiso durante la sua caduta verso gli inferi. Qual’era l’angolo di Paradiso è facilmente intuibile: il Golfo di Napoli. E così Cristo addolorato per lo strappo di questo pezzo di cielo pianse, e laddove caddero le sue lacrime nacquero viti rigogliose, quelle dalle quali oggi viene prodotto, appunto, il Lacryma Christi.

E in degustazione queste “lacrime di Cristo” si presentano in uno spettro olfattivo connotato dalla classicità che ci si aspetta da un blend di Piedirosso e Aglianico, e che si caratterizza per odori di frutta rossa, di ciliegie e lamponi, e note floreali come il garofalo, ma, soprattutto, l’elemento preponderante è quella lunga linea che vale a sostenere l’intero impianto olfattivo, la mineralità.

Qui sarebbero quasi superflue le spiegazioni visto che le vigne crescono alle pendici del complesso vulcanico Vesuvio – Monte Somma che si pone praticamente al centro di un comprensorio circolare dove tutto attorno crescono le viti da cui si ottiene la Dop Vesuvio e della quale il Lacryma Christy rappresenta una delle 8 tipologie della denominazione.

La Costiera Amalfitana

Attraversiamo i Monti Lattari, per percorrere quella lingua di terra che si apre a sud sul Golfo di Salerno ed è separata dalla Penisola Sorrentina, per giungere così in Costiera Amalfitana, alla ricerca di un’altra e diversa forma di mineralità.

A Tramonti, una delle sotto zone della Doc Costa d’Amalfi, si produce tra le varie tipologie della Denominazione, il Furore riserva, come quello offerto in degustazione. Un calice dove il blend tra Piedirosso e Aglianico si differenzia dalla prima degustazione già nel suo colore, questa volta più fitto e spesso nella materia. Segno e sintomo che le percentuali dei due vitigni sono in tal caso in pari percentuale., essendo l’Aglianico connotato di un’alta carica di antociani (ovverosia i responsabili del colore del vino).

Un calice dove si rinvengono i connotati tipici di un vino che, in quanto riserva (e, dunque, con un anno di affinamento ulteriore rispetto al suo base), porta con sé una nota alcolica che si esprime come ciliegia sotto spirito e di spezie dolci di vaniglia che valgono a richiamare il suo affinamento in legno e poi ..ecco che rispunta quella nota minerale, presentandosi però, sotto altra e diversa veste.

In questa denominazione la mineralità, pare, infatti, un rimando a quelle pietre nere che caratterizzano le stesse coste amalfitane.

Qui la piattaforma geologica è notevolmente differenziata e così se in un primo strato sono le rocce dolomitico-calcaree ad affiorare in superficie, nel sottosuolo più profondo, dove affondano le radici delle vigne, si nascondono, invece, fitte stratificazioni vulcaniche costituite per lo più da ceneri e lapilli e che paiono esprimersi sotto forma di odori di pietre arse al sole e di salinità nel calice in degustazione.

Il Sannio

Una serie incessante di chilometri ci portano, poi, nel cuore del Sannio, in provincia di Benevento, con un Taburno Riserva. Qui l’area di produzione è collocata alle pendici del massiccio montuoso di origine calcarea Taburno- Camposauro.

In questa terra, però, la vulcanicità ha senza dubbio un minor impatto, visto che il terreno si connota per una maggiore percentuale di argilla. Non è, quindi un caso, che quella mineralità che invece si riesce ad avvertire in modo preponderante nelle altre zone campane, in questo calice riesce ad essere scoperta solo da un naso molto attento e allenato.  

L’Alto Casertano

Il ritorno ad un’area fortemente minerale, è, invece, quella dell’Alto Casertano, l’area viticola più settentrionale della Campania. Qui nonostante l’ampiezza territoriale, l’omogeneità è data dalla natura vulcanica dei terreni: le vigne, infatti, si distribuiscono alle pendici di due massicci montuosi contigui: il monte Massico a sud-ovest e il vulcano spento di Roccamonfina a nord-est.

Ed è in questa lungo cerchio che dal litorale giunge fino alle montagne interne che si sviluppa la Doc Falerno del Massico, prodotto da vigne allevate quasi tutte a circa 350 metri sopra il livello del mare su terreni calcarei ricoperti da materiali piroclastici provenienti dai Campi Flegrei e dal vulcano spento di Roccamonfina.

Tutto ciò si trasforma, nel vino in degustazione, in un corredo olfattivo dove l’opulenza dei profumi propri di un Primitivo riserva, che dalla purea di frutta arriva finanche alla nota di pomodoro, viene, poi, perfettamente stemperata da quella nota vivace e leggiadra regalata, appunto, dalla mineralità e che in questo calice si presenta quasi a mò di odori inchiostro.   

L’Irpinia

In ultimo l’Irpinia, terra che per quanto distante dai confini vulcanici porta con sé tutto il corredo storico del Vesuvio,  ed infatti se il minimo comune denominatore dell’area è una base argillosa e calcarea del terreno, nelle sue stratificazioni più profonde si ritrovano “pezzi” della storia campana, con pomici, tufi, lapilli e ceneri a ricordo delle storiche eruzioni il cui materiale piroclastico è arrivato fin qui e oggi lo si ritrova sotto forma di odori minerali anche nel calice in degustazione, un Taurasi Docg 2015 dove stavolta assume le sembianze e gli odori di grafite.

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Con la masterclass “Vini Consorzi Campani “si stabilisce così un punto di inizio, tra i territori campani, alla ricerca della mineralità.

Eppure come essa si presenta al naso del degustatore rimane ancora un mistero e allora, forse, rimane ancora come unica e valida affermazione sul tema quella del grande enologo francese di Barsac, Denis Dubourdieu  “la mineralità è un descrittore sensoriale astratto e non può essere preso alla lettera”. Prendiamo, dunque, alla lettera solo che la mineralità è presente nei territori campani e che seguire la sua linea condurrà sempre all’assaggio di vini fortemente sensoriali.