Mascarin Syrah di Vini San Valentino fra i rossi migliori del 2021

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Vini San Valentino: il 2021 si conclude con i riconoscimenti della critica

Il Mascarin Syrah fra i vini rossi migliori dell’anno

Per l’azienda vinicola dalle finestre colorate dei Colli di Rimini, l’anno appena trascorso si è concluso all’insegna di riconoscimenti da parte di esperti internazionali e nazionali del mondo del vino.

Dopo un inverno iniziato con l’inserimento dello Scabi Rebola 2020 nella Guida “Berebene 2022” del Gambero Rosso, che cita la Vini San Valentino come “una realtà in rampa di lancio del riminese”, arriva Luca Maroni che nell’Annuario dei migliori vini italiani, loda il Mascarin Syrah 2017, giudicato come uno fra i rossi italiani migliori dell’anno: “Un vino fatto di luce, un nero sì viola e sì totalmente scuro […] il suo grado è cremosamente avvolto in glicerina, in spire e in dolcezze di polpa e di spezie che ne trasmettono l’ardore senza generale sovra-calore”.

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Nel libro “L’emozione del vino”, recente pubblicazione dei giornalisti Paolo Massobrio e Marco Gatti, la Vini San Valentino è segnalata come cantina italiana da non perdere per gli appassionati, con un plauso particolare al Vivian Rubicone Rosso I.G.P., blend di Syrah, Sangiovese e Montepulciano magnificato in alcune righe che lo descrivono come “un rosso rubino di grande concentrazione cromatica e olfattiva, fitto nella trama di pepe nero, prugna e liquirizia e avvolto in un sorso finemente tannico”.

Ed è ancora una volta il Vivian a finire, qualche giorno dopo, sotto la lente di ingrandimento dell’esperto Luca Gardini alias “TheWinekiller” che lo acclama come uno dei migliori “tagli bordolesi romagnoli” con la sua bella pulizia di fattura ed eleganza.

Dulcis in fundo, a conclusione del 2021 il giudizio e i punteggi di James Suckling, che assegna ben 92 punti al Mascarin Syrah 2017 e 91 punti al Terra di Covignano Sangiovese Superiore Riserva 2017, invitando alla degustazione e definendo quest’ultimo corposo e deciso.

Vino – 10 luoghi comuni da sfatare

Tra abitudini sbagliate e convinzioni granitiche, nel mondo del vino, ormai, gira una brutta aria. Un’aria che fa male soprattutto allo stesso vino. Proviamo a smontare tutti questi preconcetti, partendo da 10 luoghi comuni tutti da sfatare.

1) Lo champagne è caldo, lo metto in freezer?

No mai! Anche se i tuoi ospiti sono in arrivo e hai dimenticato di mettere lo Champagne in frigo, abbandona l’idea di accelerare i tempi mettendo la bottiglia in freezer. Rischieresti solo di incorrere in una bottiglia congelata e a quel punto, a nessuno verrebbe in mente di mangiare una granita a base di chardonnay. ll punto di congelamento dello Champagne è, infatti, inferiore a quello dell’acqua: lo champagne inizia a gelare ad una temperatura compresa tra -5°C e -9°C. Meglio allora mettere la bottiglia in un secchiello di ghiaccio con un po’ di sale. L’aggiunta di sale, infatti, porta la temperatura al di sotto di -20°C, quindi molto più fredda di quella del congelatore. E lo Champagne è salvo!

2) Annata 2010, questo champagne è vecchio. Che faccio lo butto?

Uno Champagne non “scade” mai, e anzi alcune tipologie non fanno che migliorarsi nel tempo, quindi altro che buttare! Partite da un presupposto, lo Champagne ha due vite: una quando il vino fermo termina il suo affinamento e inizia la seconda rifermentazione e una quando il vino viene sboccato (il così detto degorgement). E la vita dello Champagne inizia proprio in questo preciso istante, così ad esempio se state bevendo un millessimato 2010, ma la sboccatura è del 2018, il vostro Champagne sarà appena un giovincello.

3) Apriamo un Barolo 2014? No troppo giovane, questi vini sono da lungo invecchiamento!

Spesso consideriamo un vino rosso come “importante” solo quando è lungamente invecchiato. Ma non possiamo utilizzare questa regola per tutti i vini rossi e soprattutto per tutte le annate. Alcuni vitigni, infatti, per propria natura hanno una minore acidità, che è l’elemento principale per garantire lunga vita al nostro vino. E poi ci sono annate dove il caldo è stato torrido, e quelle, forse, avranno un potenziale evolutivo inferiore rispetto ad altre, invece, mediamente più fresche. Dunque si alle regole, ma consideriamo sempre le eccezioni.

4) Il vino bianco va sempre bevuto d’annata

Questo è, forse, uno dei cliché peggiori. Roba da fare accapponare la pelle ad un produttore di Chassagne Montrachet in Borgogna o di Riesling in Mosella. Ma a non voler andare tanto lontani anche ad un Fiano campano o a un bianco friulano. Alcuni vitigni, infatti, portano in sé così tanto potenziale evolutivo da sopravvivere anche più di una generazione.   

5) Prendiamo una bollicina? Si del Prosecco va bene!

Tutto il rispetto per il Prosecco, e altrettanto per lo Champagne. Ma in Italia di bollicine Metodo Classico di ottima qualità ne abbiamo davvero da vendere! Non ci soffermiamo più al solito “prosecchino” e cerchiamo nella carta dei vini nomi come Franciacorta, Trento Doc, Oltrepo Pavese e tante altre etichette spumantistiche che meritano davvero attenzione.

6) Non servite mai i vini spumanti col pollice infilato nel fondo concavo della bottiglia. E’ tremendo!

Quel fondo di bottiglia, comunemente detto “a campana” serve in realtà ad altro, cioè a raccogliere i depositi del vino. Quel fondo di bottiglia, nato inizialmente per lo Champagne, garantisce, infatti una maggiore resistenza resistendo alla pressione dei gas contenuti nel vino, non per agevolarsi nella mescita del vino. Non fatelo, è davvero fuori dalle regole del galateo.

7) Ho un Brunello 2015. Si ma ce l’hai il decanter?

Decantare, dal latino, significa separare. La funzione principale del decanter, quindi, è, anzitutto separare due elementi, cioè il solido dal liquido. La decantazione, quindi, viene anzitutto utilizzata per eliminare i sedimenti che potrebbero, diversamente, finire nel bicchiere. E’ consigliata, ad esempio, nel caso in cui, accidentalmente, il nostro tappo in fase di apertura si sia sbriciolato, e così in questo modo potremo sottoporre il vino ad un processo di stabilizzazione e filtrazione.  In secondo luogo poi la decantazione svolge un’azione di ossigenazione del vino. Un’azione che, quindi, risulta particolarmente utile nei vini da vecchio invecchiamento, rimasti a riposare in bottiglia per tanti e lunghi anni. Quindi se decantassimo un vino rosso giovane, che ha dunque ancora pochi profumi, rischieremo solo di “fargli del male” perché il decanter non farebbe altro che liberare troppo facilmente tutto il suo corredo olfattivo.

8) Le grandi cantine fanno troppa quantità e poca qualità, le piccole cantine, invece, fanno sempre vini buoni perché autentici.

Non sempre piccolo è meglio e non sempre l’home made corrisponde alla qualità. Fare vino è un’arte, e richiede una cultura sottesa e tanta esperienza. L’improvvisazione abbinata al concetto di piccola cantina non dobbiamo confonderla, quindi, con l’artigianalità. Se un vino è chiaramente difettoso, non giustifichiamolo solo perché è artigianale. In fondo non tutti possiamo essere falegnami o cuochi e allora perché dobbiamo accettare chi si improvvisa viticoltore? In alcuni casi, quindi, la grande cantina risponde anche al sinonimo di garanzia e qualità del prodotto.

9) Posso consigliare del Moscato? Si quando arriverò al dolce magari si

Continuiamo a relegare questo splendido vino, il Moscato, solo al termine di un pasto, come accompagnamento al dolce. Eppure il Moscato, come anche la Malvasia ad esempio, è un vitigno anzitutto prima che diventare poi un vino. Un vino previsto, appunto, in diverse tipologie, dal secco al dolce. Allontaniamo allora l’idea che il Moscato possa essere solo in versione passito e ordiniamo un moscato fermo secco abbinandolo a un bel piatto di ostriche. Abbinamento azzardato certo, ma quanto mai riuscito.

10) I vini invecchiati buoni sono solo quelli con i tappi di sughero

Se ha tappo tecnico (con sugheri frantumati e assemblati) allora è un vino scadente. Ma chi lo ha detto? Questo è un concetto, anzi un preconcetto, molto radicato e purtroppo duro da scardinare. Rifiutare a priori questi vini è, invece, sbagliato visto che i tappi sintetici, in alcuni casi, garantiscono la custodia del vino in modo molto più performante, grazie alle tecnologie avanzate con le quali vengono prodotti, e non dimentichiamo, poi, che,  grazie a loro il pericolo di “odore di tappo” è scansato.

FIVI: il Piemonte diventi un laboratorio per la riforma dei Consorzi

FIVI: Le delegazioni piemontesi dei Vignaioli Indipendenti hanno scritto all’assessore Marco Protopapa dopo le dimissioni di Matteo Ascheri da presidente di Piemonte Land of Wine

La regione Piemonte deve essere protagonista nella riforma sulla rappresentatività nei Consorzi. Lo affermano le delegazioni piemontesi della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti in una lettera inviata all’assessore regionale Marco Protopapa in riferimento alla decisione del Consorzio di tutela Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani di uscire dalla struttura denominata Piemonte Land of Wine. La vicenda, seguita alle dimissioni da presidente annunciate da Matteo Ascheri, ha suscitato infatti preoccupazione nelle delegazioni, che hanno visto estendersi al “Consorzio dei Consorzi” l’annoso problema della rappresentanza all’interno degli stessi.
I Vignaioli Indipendenti auspicano che la Regione – ai cui rappresentanti si ascrivono le leggi fondamentali della viticoltura italiana, nel 1963, nel 1992 e nel 2010 – proceda a individuare un meccanismo decisionale per la governance capace di far sentire tutti a casa propria, con la possibilità di contribuire a decisioni condivise, frutto di un mondo del vino coeso, finalmente convinto dei propri mezzi e non più impegnato in guerre locali che poco hanno a che fare con la possibilità di contribuire al progresso del settore.
Per la FIVI il problema principale della coesione e visione comune risiede nell’attuale impianto nazionale di governance dei Consorzi, dove il potere è in mano a pochi grandi gruppi e le decisioni conseguono solo ai quintali di uva, agli ettolitri e al numero di bottiglie, senza criteri di contemperamento che diano anche alle singole teste e alle braccia il ruolo che meritano. Nessuno di coloro che assumono su di sé i rischi dell’impresa dalla terra al mercato, rinunciando giocoforza al gigantismo degli impianti e delle produzioni, si sente così adeguatamente valutato. La vicenda di Piemonte Land of Wine è solo l’ultimo degli innumerevoli esempi di questo nodo, sempre più grosso, che è ormai al pettine della politica, come ha certificato l’intervento del sottosegretario Centinaio all’assemblea nazionale FIVI del 28 novembre a Piacenza.
FIVI ha proposto già oltre tre anni fa all’allora ministro Centinaio una soluzione equilibrata e soprattutto sperimentata: criteri di votazione che mantengano un ruolo all’entità delle produzioni, ma richiedano altresì una componente democratica basata sulle teste delle imprese. Questo per due ragioni: perché il favore costituzionale per la cooperazione non può tradursi in una delega permanente di associati che non prendono parte alla vita dei Consorzi e spesso nemmeno a quella delle stesse cooperative, consentendo a pochissimi di decidere per tanti e addirittura per intere denominazioni. In secondo luogo, perché la stessa Unione Europea funziona così, richiedendo sempre, per le decisioni, una doppia maggioranza: quella basata sul numero di abitanti (che favorisce i grandi Paesi) e quella basata sul numero dei Paesi Membri (che evidentemente assicura un ruolo anche agli Stati di dimensioni più ridotte).

Su’Entu, la storia in cantina della famiglia Pilloni

La Cantina Su’Entu si trova a pochi chilometri da Sanluri in Sardegna, nella località Nuraxi Pusceddu, e si sviluppa per 50 ettari di cui 32 coltivati a vigneti. In piena Marmilla, fin dal dopoguerra, i terreni calcareo argillosi, storicamente ideali per la coltivazione della vite, videro la massima espressione nella produzione di Nuragus e Monica grazie a Ernesto Pilloni, capostipite della famiglia e padre di Salvatore che nel 2009 pianta nuovi vigneti e fonda la cantina, consolidando un legame profondo con la propria terra e le proprie radici.

Oggi a Su’Entu, insieme a Salvatore ci sono i figli Valeria, Roberta e Nicola, che con una squadra di giovani viticoltori e cantinieri producono ed esportano vini in tutto il mondo.

Dopo aver percorso poco meno di 2 km della provinciale 48 da Sanluri in direzione di Lunamatrona, si varca un imponente cancello e arrampicandosi lungo una ripida collina, circondata dalle vigne, arrivati sulla cima si trova la cantina che domina l’intero territorio. È un luogo bellissimo, silenzioso che offre una gran pace. Qui soffia possente il vento, senza confini e in tutte le direzioni. Questa caratteristica ha ispirato il nome Su’Entu in dialetto campidanese.

La Cantina si presenta come una struttura moderna, costruita in pietra, calcestruzzo e travi in legno lamellare. La pianta quadrata con corte centrale sulla quale si affacciano tutti gli ambienti, offre uno sguardo che si perde oltre l’orizzonte.  In giornate serene si arriva ad ammirare dal Gennargentu fino alla Sella del Diavolo nel lungomare Poetto di Cagliari.

Mi accolgono Roberta Pilloni, una delle titolari e Domenico Sanna, che si occupa con successo dell’ospitalità e degli eventi. Ci sediamo nel salone che risulta particolarmente confortevole e luminoso grazie alle ampie vetrate. Dopo poco arriva, “Tranquillo” (come precisa Roberta, di nome ma non di fatto) il gattone della cantina che qui, come tutti, lavora e si guadagna il pasto quotidiano rincorrendo topi e insetti nella campagna circostante. È perfettamente a suo agio in mezzo ai visitatori, fa un giro, ruba una carezza e torna alle sue faccende.

Mi fate una breve cronistoria della cantina?

Domenico Sanna: <<Nel 2019 abbiamo festeggiato i 10 anni della fondazione, illustrando i nuovi progetti aziendali. Sono stati compiuti importanti investimenti, che ci auguriamo diano un nuovo slancio per i prossimi tempi. Si è acquisito un corpo territoriale di 30 ettari, con vigneti leggermente più a valle, distanti circa 1km e mezzo da qui e in quell’occasione abbiamo presentato un’undicesima etichetta: Su Oltre, la nostra riserva di Bovale con un 30% di Merlot.>>

<<Nell’anno appena passato il 2021, è caduto l’anniversario della prima vendemmia, ma il 2022 sarà ancora più importante, perché sono 10 anni di produzione del Bovale, e vorremmo festeggiarlo raccontando quanto di buono e di positivo si è fatto su questo vitigno.>>

<<In termini statistici, siamo stati dei precursori, perché quando nel 2012 è stata recensita la prima annata, sulla guida era presente un solo Bovale, il nostro, che allora non si chiamava ancora Su’Nico. Nelle ultime edizioni, sono comparse ben 14 nuove etichette di questo vino. È motivo di orgoglio per Su’Entu, in primo luogo perché si è aperto un mondo che era inesplorato, ma soprattutto perché la Sardegna ha trovato un nuovo modo di esprimersi rispetto a quello troppo legato alla tradizione dei soli due vitigni, un bianco e un rosso. È stata l’occasione, non solo per noi, ma in generale per il mondo del vino sardo, per concentrarsi su quello che è il nostro grande patrimonio di biodiversità in campo vitivinicolo, un mondo da scoprire e valorizzare, anche fuori dagli ambiti regionali.>>

Raccontatemi le origini di questa passione e quale è stato il percorso che vi ha portato ad oggi.

Roberta Pilloni: <<La coltivazione dell’uva è una antica tradizione di famiglia che è stata lasciata e poi ripresa. Mio nonno, Ernestino detto Nico, (da lui, il nome del Bovale) faceva il contadino e vendeva quanto produceva, soprattutto legumi, ceci, lenticchie, fagioli ma anche olive e mandorle, molto diffuse in questi territori.>>

<<Si dedicava solo a piccoli vigneti, che andavano a soddisfare giusto il fabbisogno familiare. Il prodotto non era di altissima qualità, anche perché veniva fatto in modo totalmente artigianale e senza seguire alcun protocollo. La sua bevibilità era condizionata da diversi fattori, dal clima, dall’impegno e dal tempo impiegato ma soprattutto dalla casualità. Il vino ottenuto, veniva comunque consumato, visto che non c’erano molte alternative, se non comprarlo da altri produttori, e anche in quel caso non è detto che fosse eccelso.>>

<<La vigna di mio nonno venne poi espiantata. All’epoca la politica incentivava l’abbandono dei campi e inoltre, era un ragionamento diffuso da parte delle famiglie, che i figli non dovessero affrontare la difficile vita del contadino. E utilizzando queste agevolazioni, potevano permettersi di farli studiare e di avere una possibilità alternativa che veniva vista come più valida. Le stesse quote, le stesse autorizzazioni all’espianto che mio nonno aveva ceduto, le abbiamo ricomprate noi dopo anni, grazie al progetto che mio padre Salvatore ha deciso di portare avanti.>>

<<Oggi sta succedendo esattamente il contrario. Molti giovani anche profani, si stanno avvicinando al mondo agricolo, avendo superato la diffidenza sociale che lo vedeva fatto solo di sacrifici e poco rendimento economico. Le cose infatti sono cambiate, la meccanizzazione e gli strumenti tecnologici rappresentano degli aiuti validi che permettono di avere una resa superiore per una minore fatica e di vivere tranquillamente come un impiegato di qualsiasi altro settore.>>

<<Basti pensare all’irrigazione, prima dell’introduzione di queste innovazioni, si doveva essere presenti fisicamente in vigna, aprire e chiudere manualmente le condotte, senza poter godere di domeniche o giorni liberi. Adesso è sufficiente avere uno smartphone, per controllare tutto a distanza. Con l’agricoltura di precisione, con le nuove tecnologie dell’industria 4.0 che ti permettono di lavorare o monitorare da remoto, non serve più andare in cantina in piena notte per verificare se è tutto a posto. Il contadino moderno è decisamente più libero e tranquillo rispetto a quello del passato.>>

Quindi adottate un approccio tradizionale, o utilizzate delle tecniche più innovative per la produzione?

Roberta: <<Entrambe le cose, perché la tradizione va bene fino ad un certo punto, nel senso che è una base che va rispettata, ma solo in certi ambiti. Per noi tradizione è anche reimpiantare dei vitigni antichi che erano stati dimenticati. Ecco in quel caso si punta sulla continuità e sulla storia, mentre l’innovazione viene adottata per migliorare e facilitare il nostro lavoro e quello dei nostri dipendenti in vigneto e in cantina.>>

Siete una realtà che rappresenta un’eccellenza in Sardegna, producete degli ottimi vini e siete riusciti a creare una struttura che permette tutta una serie di utilizzi diversi. Qual è il rapporto con i vostri clienti?

Domenico: <<L’azione meritoria, è stata compiuta da Salvatore e da tutta la famiglia Pilloni, che insieme hanno creduto, in un momento in cui era difficile farlo, nella possibilità di creare qualcosa di nuovo, di diverso dal solito. Oggi è facile parlare di cantina associata all’enoturismo, ma anni fa, quando hanno iniziato, ancora non era un messaggio diffuso. Allora, spazi così ampi, una sala così grande, riservati all’accoglienza, non erano visti come qualcosa di utile. Le cantine erano semplici luoghi di produzione agricola, dei capannoni isolati.>>

Roberta: <<Si pensava ai possibili visitatori, che potessero fruire di strutture come questa, solo nelle località vicine al mare, mentre in questo luogo, in pieno campidano, non era certo scontato. Noi già allora, a differenza di altre cantine nostre coetanee, sorte in zone interne della Sardegna come la Marmilla o l’Ogliastra, avevamo il progetto di far arrivare i turisti fino a qui.>>

Domenico: <<L’averci creduto sia in termini strutturali, che in termini di investimento, ha rappresentato una svolta. E oggi si raccolgono i frutti di queste scelte. La nostra forza è l’essere riusciti a costruire un rapporto speciale con i clienti, che per noi sono ospiti, che si sono fidelizzati, che vengono alle manifestazioni che organizziamo, che parlano positivamente delle esperienze fatte qui in cantina.>>

<<Ti racconto un aneddoto: durante gli eventi, omaggiamo i visitatori con il calice marchiato Su’Entu. In tanti hanno a casa un vero e proprio servizio di bicchieri con il nostro logo, perché tornano spesso e volentieri a trovarci. Questo è un segnale positivo di un lavoro che si è compiuto e si continua a compiere, ma che non si sarebbe potuto realizzare senza scelte visionarie e lungimiranti di chi ha creduto e investito tempo, denaro e fatica nel progetto iniziale.>>

Parliamo di accoglienza nel territorio.

Domenico: <<Quando si parla di turismo in Marmilla, si pensa immediatamente a Barumini, all’Altopiano della Giara, che, secondo il parere di tanti, ha un potenziale quasi completamente inespresso. Perché se fosse gestito in maniera differente, rappresenterebbe un’industria del turismo incredibile. Purtroppo, poi, nonostante ci sia un buon movimento di persone, sono ancora carenti i servizi essenziali.>>

<<Nel 2020 a Ferragosto la nostra cantina era aperta, per noi era un giorno lavorativo perché dopo un anno di pandemia non avevamo certo in programma di fermarci. Sono arrivati tanti turisti, viaggiatori di passaggio creando un bel via vai, anche grazie alla vicinanza con la Statale 131 Carlo Felice. Dopo la visita guidata, tutti volevano fermarsi in zona e, incredibile ma vero, non c’era un ristorante aperto. Per tutta la settimana è stato davvero difficile indirizzarli verso locali dove poter mangiare.>>

<<Ci sono dei segnali evidenti che le persone amino questi territori, ricchi di tradizioni, di bellezze naturali e culturali, eppure, quando il sindaco di Baradili ha avuto l’idea nel Consorzio Due Giare di fare le aree camper nei comuni associati, è stato guardato con diffidenza. Ebbene, nei fine settimana capita spesso di vedere nella piazzola a loro dedicata, un buon numero di vetture.>>

<<Quando abbiamo organizzato l’evento: “Baradili capitale della pizza”, abbiamo ospitato fino a 12 camper che per un paese così piccolo, è davvero una cifra da record. Questo è indicativo del fatto che la Marmilla, nonostante non sia molto conosciuta, sia isolata e non abbia attrattori naturali fortissimi come il mare, se si riesce a creare i giusti eventi, non ha nessuna difficoltà a far arrivare e ad accogliere tanti turisti.>>

<<Ti do un dato: nel corso del 2018 Su’Entu ha avuto ben 10.000 visitatori. In Sardegna, siamo tra le prime tre cantine che offrono turismo esperienziale, e considerato che le altre due si trovano in zone molto più turistiche della nostra, non possiamo certo restare indifferenti davanti a questi numeri.>>

<<Il nostro obbiettivo è che Su’Entu diventi come una porta della Marmilla che si apre sull’intero territorio. Quelli che ci raggiungono sono visitatori autonomi, non abbiamo mai preso in considerazione il circuito dei croceristi né i tour operator, anche per lontananza geografica dai luoghi di approdo, e perché richiederebbero un’organizzazione molto più complessa per via dei tanti passaggi che si devono compiere tra agenzie. Inoltre, con i gruppi si può interagire poco perché hanno già tutto organizzato: arrivano, fanno una visita veloce e vanno via. Quando invece si lavora su numeri inferiori ma di persone che si muovono per conto loro, si possono coinvolgere tante altre attività produttive.>>

<<Al momento il nostro progetto turistico è una sorta di minitour che preveda la visita, oltre ai monumenti più significativi della zona, come il Nuraghe di Barumini e il Castello medioevale di Sanluri, anche una piacevole permanenza in cantina. Da qui poi, si possono raggiungere i ristoranti nei dintorni, da Coxinendi a Sanluri, fino a Sa Scolla a Baradili. Insomma, vogliamo instradare i visitatori verso una conoscenza dei posti, con un discorso teso a fare rete che porti benefici per tutti, perché è insieme che si possono veramente cambiare le cose.>>

<<Se non si supera la vecchia mentalità che tende a disunire, le persone difficilmente tornano. Se invece trovano un intero territorio pronto ad accoglierle e a offrire loro dei servizi, momenti di piacevole svago e anche di conoscenza, questa diventerà una meta abituale. Abbiamo clienti affezionati anche tra gli stranieri che quando si trovano in Sardegna per le ferie, tornano puntualmente a trovarci e approfittano per fare acquisti di prodotti artigianali locali. Non solo i nostri vini, ma anche olio, legumi, pasta, pane, dolci e tutto quanto trovano in zona.>>

Quali sono stati i vostri eventi di maggior successo?

Domenico: <<Il 18 maggio del 2020 abbiamo presentato un nuovo vino: Su’Diterra Bovale Marmilla IGT 2020, ed è stato il primo evento dopo la chiusura forzata. Si poteva finalmente far accomodare le persone e farle mangiare insieme. Per questo si è scelto un luogo ancora più spettacolare dove accoglierle, facendoci ospitare dal Castello di Sanluri, l’unica fortezza medioevale ancora abitata in Sardegna. Abbiamo coinvolto non solo gli ospiti ma anche tanti professionisti del settore, chef e sommelier molto noti e la stampa, portandoli a visitare un monumento di grande pregio, che non tutti conoscevano. Un emozionante riconoscimento al nostro lavoro è arrivato da Ivan Paone, vice-Direttore del quotidiano L’Unione Sarda, che ci ha citati come esempio su come si dovrebbe promuovere in modo efficace un territorio.>>

<<La filosofia che ci guida è questa. Indirizziamo tutte le energie che abbiamo, verso la cooperazione e la valorizzazione della terra meravigliosa nella quale siamo nati. Se abbiamo una meta e crediamo in qualcosa, procediamo senza fermarci. Poi se arriva anche un sostegno esterno ben venga, però intanto evitiamo di restare statici in attesa.>>

<<La cantina e tutto ciò che ci gira intorno, è nato dall’impegno e dalla fiducia in noi stessi, che abbiamo portato avanti un pensiero positivo anche davanti alle difficoltà. E pian piano, Su’Entu è diventato un palcoscenico per chi cerca di lavorare con qualità nel mondo del cibo. Pizzaioli, giovani chef, ma anche cuochi affermati, si sono alternati qui, lasciando la loro impronta. La famiglia Pilloni ha fatto una scelta coraggiosa perché non si è legata ad uno chef in particolare, aprendo le proprie porte a diverse figure professionali.>>

<<A tal proposito, lo scorso ottobre, durante la manifestazione “Cantine aperte in Vendemmia” promossa dal Movimento del Turismo del Vino, abbiamo accolto tra i migliori pizzaioli sardi, offendo la possibilità ai partecipanti di vivere una grande esperienza enogastronomica. Nel corso degli anni, abbiamo avuto il piacere di ospitare grandi nomi che gravitano in questo campo, quali la Pizzeria Panetteria Bosco di Tempio Pausania, i RE I MI di Sassari, Sa Scolla di Baradili e Cagliari fino a Framento di Cagliari.>>

<<In questo frangente non ci siamo dedicati solo alla ristorazione ma c’è stata anche una importante collaborazione tra cantine. Gli ospiti hanno potuto fare un confronto tra le diverse produzioni di Bovale grazie alla presenza, oltre alla nostra, di Cantine Argiolas, Quartomoro, Fradiles, e Cantina della Vernaccia.>>

<<Un’altra iniziativa che merita di essere citata è quella portata avanti lo scorso anno per tutta l’estate. Iniziata nella stagione 2020, abbiamo replicato anche nel 2021. Una serie di appuntamenti pensati proprio per far emergere e valorizzare i piccoli ristoranti, particolarmente provati dalle chiusure forzate coinvolgendoli nei giorni di bassa affluenza, in “Aperitivi in Cantina”, cooperando tra noi e valorizzando quanto c’è di buono nel territorio così da far trovare alle persone sempre qualcosa di nuovo e di interessante da fare.>>

Siete esperti di enoturismo, come vi è venuta l’idea di organizzare delle visite guidate alla cantina? Come si svolgono? E a chi sono rivolte?

Roberta: <<Io, Domenico e Martina ci occupiamo dell’accoglienza. Non sempre le visite sono su prenotazione perché molti turisti arrivano alla porta, quindi tendiamo a personalizzarle. Hanno una durata variabile dai 30 minuti circa in su, in base all’interesse degli ospiti, se più o meno esperti o incuriositi dal conoscere come si svolgono tutte le fasi di produzione.>>

<<Capita sovente che arrivino dei colleghi produttori, interessati ad argomenti più tecnici che si trattengono decisamente di più, nonostante magari siano qui in vacanza, ma approfittano dell’occasione per un confronto. È una cosa che facciamo anche noi, non riusciamo a staccarci mai dal lavoro, perché ovunque vai, in qualsiasi parte del mondo, se c’è una cantina interessante, la visita è una cosa quasi obbligatoria. Da addetto al settore, è normale voler conoscere e misurare il tuo lavoro con quello degli altri.>>

Parliamo dei vini e dei premi ricevuti.

Domenico: <<Abbiamo preso diversi premi nel corso degli anni, tra cui i tre bicchieri del Gambero Rosso, (due volte per il Bovale) e il Berebene, il premio per il buon rapporto qualità-prezzo sul nostro vermentino Su’Imari.>>

<<È una grande soddisfazione aver ricevuto un riconoscimento da questa guida del Gambero Rosso, perché a nostro parere è davvero ben fatta e aiuta i consumatori a trovare vini di qualità a prezzi non eccessivamente alti. Elenca infatti i prodotti migliori sotto i 13 euro. Bere bene, spendendo il giusto anche nella quotidianità, può sembrare complicato, ma usando questo manuale di riferimento per la categoria, risulta invece assolutamente fattibile.>>

<<Cosa penso dei premi? Penso che non si debba lavorare solo con lo scopo di ottenerli e che non rappresentino un punto d’arrivo. Al contrario, devono essere uno stimolo per cercare di fare ancora meglio non solo in cantina, ma nell’intero territorio.>>

<<Perché, se Su’Entu riesce a produrre in Marmilla vini di qualità, riesce a prendere riconoscimenti, riesce ad attrarre turismo, io sono convinto che questa filosofia se fatta conoscere, possa essere contagiosa. Purtroppo, sempre più spesso, si tende ad imitare il peggio delle azioni umane. Ecco perché i premi sono importanti, perché danno visibilità offrendo un esempio positivo a chi si è fermato e non crede più nelle potenzialità del nostro territorio.>>

<<Quando facciamo una visita guidata iniziamo dicendo: “Se si parla di Marmilla associata al vino, molti ritengono che siano due cose diametralmente opposte.” Assolutamente falso, infatti alla fine degli anni 80, in questi territori c’erano ben 2.600 ettari di vigne, un patrimonio che si è perso ma che si può recuperare. Ecco perché vorremmo invogliare i ragazzi che non sanno cosa fare del loro domani, a dedicarsi all’agricoltura di qualità per restituire ricchezza a questi luoghi e alle persone che li abitano.>>

<<La nostra è un’azienda molto giovane, non solo dal punto di vista anagrafico, perché ha poco più di dieci anni di vita, ma soprattutto per l’età media delle persone che ci lavorano tra uffici, produzione, e vigne. Noi viviamo i premi un po’ come quando una squadra vince un torneo calcistico. Traiamo da loro energie positive, li apprezziamo, certo, ma poi, una volta ottenuti, ci si deve rimettere subito al lavoro per arrivare a risultati ancora migliori l’anno successivo.>>

Avete solo vigne di proprietà, oppure raccogliete anche le uve conferite da altri produttori?

Domenico: <<In questo momento abbiamo solo le nostre vigne, però si spera in futuro di poter coinvolgere altri produttori. Sotto una gestione attenta, con la supervisione di agronomi esperti, è assolutamente auspicabile che nasca una rete di collaboratori, un po’ come è accaduto in altre zone della Sardegna. Nel Parteolla, le cantine, dalle più grandi fino a quelle più piccole, hanno uno zoccolo duro di produttori d’uva che hanno creato la base di un’economia locale solida e forte.>>

<<Basti pensare che, se una persona interessata, voglia acquistare un terreno agricolo tra Serdiana e Dolianova, non lo trovi a nessun prezzo. Perché chi lo possiede, anche se non coltiva una vigna, ne conosce il potenziale di vendita. Invece in questa zona, se ti sposti anche pochi km da Sanluri, nei piccoli paesi trovi facilmente degli appezzamenti a prezzi irrisori. Qui purtroppo la terra ha poco valore perché non ci sono prospettive economiche, e noi vorremmo fare da traino per crearle nel tempo.>>

Quali sono i vostri canali di distribuzione? Come funziona la vendita nazionale e all’estero?

Roberta: <<Abbiamo adottato un sistema di distribuzione diretta, contando sulla collaborazione di 40 agenti plurimandatari e scegliendo di non affidarci a dei noti cataloghi nazionali, che per quanto permettano di ampliare il giro d’affari, fanno perdere i rapporti diretti con i clienti.>>

<<Ci sono zone geografiche dove i nostri vini hanno un maggiore successo, mentre in altre è più difficile farsi conoscere. Siamo un po’ indietro nel percorso che altre ragioni hanno iniziato ben prima di noi. Quindi, proporre una bottiglia di Vermentino in Basilicata, richiede dieci volte lo sforzo richiesto per arrivare ad un mercato come quello di Roma o Milano, anche per la presenza in loco di numerosi emigrati sardi. È nostro obiettivo continuare a crescere ma in modo coerente con la nostra filosofia di produzione e vendita.>>

<<Anche a livello internazionale ci avvaliamo di collaboratori locali che ci introducono alle regole di importazione dei singoli paesi. Per darti un dato, possiamo dire che un 60% delle bottiglie prodotte resta in Sardegna, un 20% va nella penisola, mentre il restante 20% arriva all’estero. Ci piace mantenere un buon contatto con la clientela locale che ci sceglie con convinzione e ci garantisce una buona fidelizzazione.>>

Quali sono i vostri ruoli in cantina?

Roberta: <<La nostra è un’azienda familiare, siamo tutti sempre disponibili e nonostante si abbiano dei ruoli definiti, capita tranquillamente che si possa sconfinare uno nel lavoro dell’altro. Io mi occupo di accoglienza, mia sorella Valeria della parte commerciale, mio fratello Nicola di quella produttiva. Anche Domenico che è dedito soprattutto alla cura dell’ospitalità e degli eventi, se occorre, entra nel merito anche degli altri settori. Insomma, vige la regola dell’essere tutti multitasking.>>

<< Quello della ristorazione è un settore in crisi che in questo periodo ha risentito ancora di più delle difficoltà. Noi abbiamo deciso collegialmente, che è bene continuare a sforzarsi per creare dei canali di comunicazione validi con i clienti. E anche in periodo di chiusura forzata non ci siamo fermati, andando controcorrente, creando delle degustazioni on-line, coinvolgendo le persone che continuavano comunque a seguirci. Abbiamo affrontato le situazioni di crisi con coraggio, razionalmente, adattandoci al momento, consapevoli che tutto fa parte di un ciclo vitale e si deve essere pronti sempre a ricominciare.>>

Quando si pensa ad un’azienda familiare soprattutto in Italia si pensa ad un ambiente chiuso, qui a Su’Entu è diverso. C’è una famiglia che ha una tradizione imprenditoriale, e c’è un’apertura ampia verso il mondo. Si è creato un bell’ambiente di confronto e di crescita. Tutto è frutto di riflessioni, che in certi casi possono sembrare inutilmente lunghe, ma in realtà qualsiasi decisione nasce da ragionamenti collettivi e forse è proprio questa la chiave del loro successo personale e imprenditoriale.

Winelivery, l’app per bere comodamente da casa

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L’App per Bere! consegna vino, birra, cocktail e altri drink in 30 minuti a casa tua alla giusta temperatura

Winelivery è una nuova frontiera del delivery, il primo servizio italiano di consegna nell’ambito del beverage a domicilio. Non più consegne di solo food, ma finalmente un’app dedicata ai nostri amati drink.

Con Winelivery non c’è da preoccuparsi se abbiamo dimenticato di “prendere da bere” per una cena, o di fare un regalo anche all’ultimo momento, poiché basta scaricare l’app e in modo facile, comodo, veloce e conveniente, ciò che cerchiamo sarà a casa nostra in 30 minuti ed alla temperatura ideale.

Non ci sono intermediari, ma un diretto contatto con i produttori, previa selezione delle etichette migliori da parte di un team di esperti. Lo scopo è quello di offrire una novità, un nuovo modo di bere, una nuova esperienza e, perchè no, regali alternativi.

Questo nuovo delivery nasce nel 2016 dall’idea di tre giovani imprenditori: creare una realtà che si occupasse di consegnare al domicilio drink nel minor tempo possibile e con un servizio eccellente anche solo per una serata di relax tra amici. É così che, dopo varie riflessioni e sperimentazioni giornaliere, hanno realizzato Winelivery, partendo da Milano e, ad oggi, disponibile in 70 città.

Per provarlo, basta scaricare l’app, registrarsi, inserire il proprio indirizzo e scegliere ciò che si preferisce. Ma, per comprendere meglio la funzionalità dell’app, noi di Foodmakers abbiamo intervistato il responsabile di Winelivery Paesi Vesuviani: Andrea Toscano.

Ciao Andrea, ti va di parlarci un po’ di te?

Certo. Mi chiamo Andrea Toscano, ho 25 anni e sono laureato in economia aziendale con indirizzo“business administration” alla Federico II di Napoli. In seguito, ho continuato il mio percorso di studi iscrivendomi ad un Master in Digital Marketing, con lo scopo di dar vita ad una mia attività imprenditoriale. E così è stato. Un po’ per caso, sono diventato un partner di Winelivery.

A tal proposito, com’è nata l’idea di Winelivery?

Winelivery nei paesi vesuviani è nato come una sorta di “spin-off” di Winelivery Napoli. Ma, precisamente, l’attività Winelivery nasce nel 2016 a Milano dall’idea di tre ragazzi che, con il tempo, è cresciuta espandendosi in tutta Italia. Infatti, ad oggi, su tutto il territorio nazionale ci sono circa 70 store dove vengono vedute le bottiglie. Tra questi c’è anche il mio. Ho voluto raccogliere la sfida e avere finalmente la possibilità di mettermi in gioco.

Lo scopo è quello di espandere il servizio di delivery anche ad altre zone, un po’ più lontane e difficoltose da raggiungere, il tutto in un tempo stimato di 30 minuti. Un obiettivo ambizioso.

Quindi essendo un delivery, c’è un app da scaricare. Cosa possiamo trovare all’interno?

Sì, c’è un app che può essere scaricata sia da iOS che da Android, e funge come una vera e propria enotetca online. Una volta scaricata, bisogna registrarsi, inserire il proprio indirizzo di consegna e poi cominciare a “spulciare” le varie categorie presenti: vini, birre, super alcolici, analcolici, kit per il beverage compreso di bicchieri e ghiaccio, best seller, consulenza per una scelta adeguata al food e alle proprie esigenze. Per alcuni le etichette non sono mai abbastanza, per altri invece sono troppe: agli eterni indecisi “l’App per bere” ha dedicato ben tre test per scoprire con cosa brindare: uno dedicato agli amanti del vino, uno ai gin e uno ai whiskey. E poi, due particolari, ovvero, la categoria “Regali” per ogni tipo di occasione e “l’esperienza in cantina” con cui è possibile effettuare visite nelle cantine più belle d’Italia.

So che tra le categorie c’è “invita e guadagna” in cosa consiste?

Winelivery sulla propria app ha creato un “tappadanaio” un sistema per premiare i propri utenti: al momento della registrazione, ogni utente riceve un codice alfanumerico che può girare ai propri amici e invitarli ad iscriversi. Questo codice può essere utilizzato sia al momento della registrazione sia per ricevere 10 euro di sconto su un’acquisto minimo di 15 euro. Facendo questo, l’utente che ha consegnato il codice, avrà a disposizione 500 tappi per ogni ordine effettuato dal nuovo utente e 100 tappi per la loro registrazione, in tutto sono 6 euro da spendere sull’app o per fare esperienze. E poi per ogni ordine si possono guadagnare tanti tappi da usare per riscattare dei bellissimi premi!

Poco fa hai parlato dei prodotti che offrite, ma come avviene il processo di selezione? Ci sono dei produttori di fiducia?

Un parte degli acquisti avviene su scelta propria, ovvero, da parte del partner. Non si hanno vincoli particolari, ma bisogna rispettare un numero minimo di etichette per ogni prodotto, questo per tutti gli affiliati. Ogni partner ha però i propri “must have”, prodotti che non possono assolutamente mancare. La scelta dipende dal territorio in cui ci si trova, in base ai trend o alle preferenze degli abitanti del luogo. Ad esempio, noi dei paesi vesuviani abbiamo contatto con molte cantine del luogo, perchè sappiamo che i loro vini vengono apprezzati e riconosciuti dal territorio circostante.

Si può dire quindi che c’è una politica di collaborazione, una sorta di partnership? E a tal proposito, sull’app ho visto che spesso fate anche collaborazioni con partner fuori dall’ambito food&beverage…

Sì, questo è sempre a discrezione del partner locale. Ma, l’azienda, punta tanto ad avere strategie di collaborazione con attività commerciali di vario genere per offrire un valore aggiunto anche a loro, a livello territoriale e nazionale. Questo può portare ad una fidelizzazione della clientela e può scatenare anche un effetto “wow”. Basti pensare ad un impiegato che riceve come regalo di Natale, da parte della propria azienda, una bottiglia di vino con la nostra collaborazione.

Puntiamo, quindi, anche a instaurare sinergie di collaborazione in ambito B2B che diano ancora più valore aggiunto al servizio Winelivery.

Riguardo a ciò che hai appena detto, siamo quasi a Natale e, di solito, soprattutto i giovani, si ritrovano insieme a casa per trascorrere una serata in compagnia. Potrebbe essere un ottimo contesto per utilizzare l’app, a cosa avete pensato?

Sì, l’app è fatta proprio per questo. É un’ottima soluzione. Per questo noi puntiamo anche sul tempo, vogliamo che i drink possano essere consegnati in 30 minuti e con temperatura adeguata grazie anche agli strumenti a nostra disposizione.

Per quanto riguarda questo periodo natalizio, siamo sicuramente un’ottima opportunità per fare regali semplici e graditi. Avremo a disposizione anche panettoni e pandori da comprare direttamente sull’app insieme alle stuzzicherie già disponibili. Il tutto viene inserito in un packaging natalizio pensato per l’occasione.

Facendo riferimento al fattore lavoro: immagino voi abbiate dei rider, si può lavorare con voi?

Ci sono rider che dipendono direttamente dal locale, non ci appoggiamo a piattaforme esterne. Si può sicuramente lavorare con noi, cerchiamo sempre

qualcuno. Tutti i rider rispondono direttamente a noi e lavoreranno solo nella zona di competenza del singolo partner. L’obiettivo è sempre rispettare il tempo di 30 minuti.

Come intuisco dal tuo entusiasmo e dalle tue parole, tu come anche altri partner avete intenzione di progredire, di proporre sempre qualcosa di nuovo per stupire la vostra clientela.

Sicuramente proviamo a progredire singolarmente, ma anche l’azienda cerca di farlo. Vorremmo sviluppare anche una nuova piattaforma solo per il canale HO.RE.CA. e quindi per la distribuzione ai ristoranti. Vorremmo creare nuove categorie per incuriosire continuamente. Ci sono tante categorie, tante opzioni interessanti, proprio per questo consiglierei di scaricarla e di “spulciarla” un po’.

In parole povere, l’app accompagna nella scelta del prodotto.

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