Un lungo fil rouge, quello del minerale, che attraversa l’intera Regione Campania e quindi non potevamo non parlare di mineralità dei vini. E’ questo il leit motiv che ha caratterizzato la terza edizione di Eruzioni del gusto, storica Kermesse, a cura dell’Associazione Oro Nero, tenutasi al Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa (NA) dal 17 al 20 settembre 2021.

 

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Non tutto ruota attorno al Vesuvio o all’Etna, ma tante sono le aree vitivinicole legate alla terra lavica, ed è così che, durante l’evento “Eruzioni del gusto”, nella sede del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, si è tenuta un’interessante masterclass, a cura dell’Ais Campania, che in un percorso degustativo, rigorosamente alla cieca, ha fatto finalmente luce su cosa sia il “minerale” di un vino.

Minerale è, infatti, un concetto, troppo spesso decantato nel mondo enologico. Eppure in cosa si sostanzia questo odore? A cosa può essere associato? E soprattutto da cosa deriva?

Nella notevole confusione che invaga negli ultimi tempi sull’odore del minerale, la masterclass “Vini Consorzi Campani” finalmente stabilisce un punto, connotato da certezze: è’ il terroir e ancor di più è proprio il terreno che è in grado di conferire ai vini questo concetto aleatorioe non palpabile di mineralità.

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Il Vesuvio

Si parte, dunque, dal luogo iconico per eccellenza: il Vesuvio. Qui la mineralità fa rima con vulcanicità e la si ritrova a mò di essenza in quelle viti di Aglianico, Sciascinoso, Piedirosso, Caprettone, Falanghina e Catalanesca che affondano le loro radici in questa terra ricca di lapilli, ceneri e pomici. Tutti depositi piroclastici che lasciano la loro firma nei vini prodotti all’interno della denominazione Doc Vesuvio.

E così, infatti, è anche nel Lacryma Christi Doc in degustazione, il cui nome è legato ad un mito di epoca romana che narra che Lucifero, l’angelo ribellatosi a Dio, strappò un pezzo di Paradiso durante la sua caduta verso gli inferi. Qual’era l’angolo di Paradiso è facilmente intuibile: il Golfo di Napoli. E così Cristo addolorato per lo strappo di questo pezzo di cielo pianse, e laddove caddero le sue lacrime nacquero viti rigogliose, quelle dalle quali oggi viene prodotto, appunto, il Lacryma Christi.

E in degustazione queste “lacrime di Cristo” si presentano in uno spettro olfattivo connotato dalla classicità che ci si aspetta da un blend di Piedirosso e Aglianico, e che si caratterizza per odori di frutta rossa, di ciliegie e lamponi, e note floreali come il garofalo, ma, soprattutto, l’elemento preponderante è quella lunga linea che vale a sostenere l’intero impianto olfattivo, la mineralità.

Qui sarebbero quasi superflue le spiegazioni visto che le vigne crescono alle pendici del complesso vulcanico Vesuvio – Monte Somma che si pone praticamente al centro di un comprensorio circolare dove tutto attorno crescono le viti da cui si ottiene la Dop Vesuvio e della quale il Lacryma Christy rappresenta una delle 8 tipologie della denominazione.

La Costiera Amalfitana

Attraversiamo i Monti Lattari, per percorrere quella lingua di terra che si apre a sud sul Golfo di Salerno ed è separata dalla Penisola Sorrentina, per giungere così in Costiera Amalfitana, alla ricerca di un’altra e diversa forma di mineralità.

A Tramonti, una delle sotto zone della Doc Costa d’Amalfi, si produce tra le varie tipologie della Denominazione, il Furore riserva, come quello offerto in degustazione. Un calice dove il blend tra Piedirosso e Aglianico si differenzia dalla prima degustazione già nel suo colore, questa volta più fitto e spesso nella materia. Segno e sintomo che le percentuali dei due vitigni sono in tal caso in pari percentuale., essendo l’Aglianico connotato di un’alta carica di antociani (ovverosia i responsabili del colore del vino).

Un calice dove si rinvengono i connotati tipici di un vino che, in quanto riserva (e, dunque, con un anno di affinamento ulteriore rispetto al suo base), porta con sé una nota alcolica che si esprime come ciliegia sotto spirito e di spezie dolci di vaniglia che valgono a richiamare il suo affinamento in legno e poi ..ecco che rispunta quella nota minerale, presentandosi però, sotto altra e diversa veste.

In questa denominazione la mineralità, pare, infatti, un rimando a quelle pietre nere che caratterizzano le stesse coste amalfitane.

Qui la piattaforma geologica è notevolmente differenziata e così se in un primo strato sono le rocce dolomitico-calcaree ad affiorare in superficie, nel sottosuolo più profondo, dove affondano le radici delle vigne, si nascondono, invece, fitte stratificazioni vulcaniche costituite per lo più da ceneri e lapilli e che paiono esprimersi sotto forma di odori di pietre arse al sole e di salinità nel calice in degustazione.

Il Sannio

Una serie incessante di chilometri ci portano, poi, nel cuore del Sannio, in provincia di Benevento, con un Taburno Riserva. Qui l’area di produzione è collocata alle pendici del massiccio montuoso di origine calcarea Taburno- Camposauro.

In questa terra, però, la vulcanicità ha senza dubbio un minor impatto, visto che il terreno si connota per una maggiore percentuale di argilla. Non è, quindi un caso, che quella mineralità che invece si riesce ad avvertire in modo preponderante nelle altre zone campane, in questo calice riesce ad essere scoperta solo da un naso molto attento e allenato.  

L’Alto Casertano

Il ritorno ad un’area fortemente minerale, è, invece, quella dell’Alto Casertano, l’area viticola più settentrionale della Campania. Qui nonostante l’ampiezza territoriale, l’omogeneità è data dalla natura vulcanica dei terreni: le vigne, infatti, si distribuiscono alle pendici di due massicci montuosi contigui: il monte Massico a sud-ovest e il vulcano spento di Roccamonfina a nord-est.

Ed è in questa lungo cerchio che dal litorale giunge fino alle montagne interne che si sviluppa la Doc Falerno del Massico, prodotto da vigne allevate quasi tutte a circa 350 metri sopra il livello del mare su terreni calcarei ricoperti da materiali piroclastici provenienti dai Campi Flegrei e dal vulcano spento di Roccamonfina.

Tutto ciò si trasforma, nel vino in degustazione, in un corredo olfattivo dove l’opulenza dei profumi propri di un Primitivo riserva, che dalla purea di frutta arriva finanche alla nota di pomodoro, viene, poi, perfettamente stemperata da quella nota vivace e leggiadra regalata, appunto, dalla mineralità e che in questo calice si presenta quasi a mò di odori inchiostro.   

L’Irpinia

In ultimo l’Irpinia, terra che per quanto distante dai confini vulcanici porta con sé tutto il corredo storico del Vesuvio,  ed infatti se il minimo comune denominatore dell’area è una base argillosa e calcarea del terreno, nelle sue stratificazioni più profonde si ritrovano “pezzi” della storia campana, con pomici, tufi, lapilli e ceneri a ricordo delle storiche eruzioni il cui materiale piroclastico è arrivato fin qui e oggi lo si ritrova sotto forma di odori minerali anche nel calice in degustazione, un Taurasi Docg 2015 dove stavolta assume le sembianze e gli odori di grafite.

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Con la masterclass “Vini Consorzi Campani “si stabilisce così un punto di inizio, tra i territori campani, alla ricerca della mineralità.

Eppure come essa si presenta al naso del degustatore rimane ancora un mistero e allora, forse, rimane ancora come unica e valida affermazione sul tema quella del grande enologo francese di Barsac, Denis Dubourdieu  “la mineralità è un descrittore sensoriale astratto e non può essere preso alla lettera”. Prendiamo, dunque, alla lettera solo che la mineralità è presente nei territori campani e che seguire la sua linea condurrà sempre all’assaggio di vini fortemente sensoriali.