Ci sono amicizie che resistono al tempo e, qualche volta, finiscono per trasformarsi in un progetto capace di raccontare un intero territorio. È questa la storia diCorrado e Antonio, amici fin dall’adolescenza e che, dopo percorsi professionali molto diversi, hanno trovato nelfico bianco del Cilentoun motivo per condividere un nuovo cammino.

Antonio Longo e Corrado Del Verme

Corrado arriva dal mondo della finanza, al quale ha dedicato gran parte della propria vita professionale. Antonio, invece, ha seguito strade differenti, fino a studiare geologia, spinto dal desiderio di viaggiare e conoscere il mondo. Due esperienze lontane, almeno in apparenza, che intorno all’anno 2000 si sono incontrate in un’intuizione comune:valorizzare un prodotto della propria terra e portarlo oltre i confini locali.

Da quell’idea nasceSantomiele, azienda che da 26 anni lavora sulla valorizzazione del fico bianco del Cilento, cercando di restituire a questo frutto identità, dignità e una nuova dimensione gastronomica.

Il nome deriva da un’alterazione di “Santo Michele”, che era originariamente il nome del terreno da cui Corrado e Antonio sono partiti circa 26 anni fa per avviare il loro progetto. Da questo terreno, “Santo Michele” è poi diventato l’attuale “Santomiele”.

Un progetto cresciuto nel tempo, fino alla scelta di Corrado, avvenuta un paio di anni fa, di lasciare definitivamente la finanza per dedicarsi completamente a questa avventura. Poi è arrivataLa Ficheria, il ristorante nato da un’idea coltivata per almeno tre anni e diventato il naturale approdo di un percorso costruito con pazienza, passione e una precisa visione.

La Ficheria, il luogo dove il fico cambia ruolo

La Ficheria non nasce semplicemente come un nuovo ristorante. Il progetto vuole essere anche un’esperienza culturale e gastronomica.

L’obiettivo è ambizioso:cambiare il modo in cui si guarda al fico.

Per molto tempo questo frutto è stato associato soprattutto alla fine del pasto, alla frutta di stagione o alla pasticceria secca. A La Ficheria, invece, il fico conquista il centro della scena e accompagna l’ospite lungo l’intero percorso gastronomico, dall’antipasto al dessert.

Il protagonista è ilfico bianco del Cilento, appartenente alla varietà Dottato. Un prodotto profondamente legato alla storia agricola del territorio e capace di offrire caratteristiche organolettiche e consistenze che permettono interpretazioni molto diverse.

È proprio questa versatilità a diventare il punto di partenza della cucina della Ficheria.

Il fico può essere fresco, concentrato, trasformato in melassa, utilizzato come elemento aromatico oppure portato a temperature estreme. Può dialogare con il pesce, con la carne, con le verdure, con i formaggi e, naturalmente, con il mondo del dessert.

Il risultato è una cucina che non vuole semplicemente stupire, madimostrare quante identità possa assumere un ingrediente apparentemente semplice.

Un anniversario diventa un viaggio nella cultura meridionale

Per celebrare i 26 anni di attività di Santomiele, è stata organizzata la cena-evento estiva“Venerdì 17 – Il fico, il corno, il peperoncino”.

Il titolo già racconta lo spirito della serata: un viaggio tra simboli, sapori e suggestioni della cultura meridionale.

A guidare la cucina sono stati due professionisti legati da un rapporto di amicizia e collaborazione:lo chef stellato Andrea Impero e lo chef resident Daniele Binario.

La loro collaborazione professionale nasce in Umbria e si ritrova oggi in questo progetto dedicato al fico. L’obiettivo è stato quello di lavorare sull’ingrediente attraverso tecniche contemporanee, senza però perderne l’identità.

Il fico è stato così interpretato attraversotemperature, consistenze e preparazioni differenti, diventando ogni volta qualcosa di nuovo.

Il percorso degustazione ha preso ispirazione dai grandi titoli del cinema e del teatro napoletano, creando un filo narrativo capace di legare cucina, cultura e territorio.

“Così parlò Bellavista”: il fico diventa gazpacho

Il viaggio è iniziato con“Così parlò Bellavista”, un piatto che giocava già dall’impatto visivo con uno dei simboli della serata: il peperoncino.

A prima vista sembrava infatti un peperoncino. In realtà, si trattava di unpeperone friggitello, mantenuto quasi crudo e farcito con una tartare di ricciola.

Il fico è entrato in scena in una forma decisamente meno convenzionale: ungazpacho di fico, fresco e aromatico.

La dolcezza e la componente fruttata del fico hanno incontrato la sapidità della ricciola, mentre i profumi della macchia mediterranea hanno completato il piatto.

È un esempio efficace della filosofia della Ficheria: prendere un prodotto conosciuto e portarlo fuori dalla sua zona di comfort.

Il fico non è più soltanto il frutto che chiude il pasto. Diventa una salsa, una base aromatica, una componente capace di dialogare con ingredienti marini e vegetali.

“Partenope”: la melassa di fico incontra il polpo

Con“Partenope”, il fico ha assunto una consistenza completamente diversa.

Il protagonista del piatto è stato ilpolpo, scottato e cotto nella propria acqua, quindi accompagnato da una crema parmentier di patate, scarola dalla nota amaricante e peperone crusco.

A completare la preparazione è arrivata lamelassa di fichi Santomiele, utilizzata per laccare il polpo.

La consistenza densa e sciropposa della melassa ha creato un contrasto interessante con gli altri elementi del piatto, aggiungendo una componente dolce e intensa.

Il fico, ancora una volta, ha cambiato identità senza perdere il proprio carattere.

Accanto alla melassa è comparso anche ilFico Mondo Santomiele, ulteriore interpretazione di un prodotto che diventa ingrediente gastronomico a tutto tondo.

Qui emerge uno degli aspetti più interessanti del progetto: la capacità di utilizzare lo stesso frutto in forme completamente diverse, mostrando come una materia prima possa diventare un vero e proprio linguaggio culinario.

“È stata la mano di Dio”: il territorio entra nel piatto

Il percorso è proseguito con“È stata la mano di Dio”, un primo piatto costruito intorno a sapori forti e riconoscibili.

La preparazione vede protagonista lapasta mischiata di Gragnano, accompagnata da corno di capra bruciato e lardo di seppia.

Anche qui la cucina cerca il dialogo tra memoria e contemporaneità.

Ingredienti e tecniche apparentemente lontani vengono messi in relazione per costruire un piatto capace di sorprendere senza cancellare il carattere mediterraneo della proposta.

È una linea che accomuna l’intero menu: partire da elementi fortemente identitari e trasformarli attraverso una cucina contemporanea.

“Questi fantasmi”: il fico sotto zero

Il finale del percorso ha riportato il fico al centro della scena con una preparazione sorprendente:il fico ghiacciato.

Nel dessert“Questi fantasmi”, il frutto è stato abbinato apistacchio e latte di capra.

Dopo essere apparso in versione liquida e sotto forma di melassa, il fico ha assunto una nuova dimensione grazie al freddo.

La temperatura diventa così uno strumento per modificare la percezione dell’ingrediente e offrire al palato una sensazione completamente diversa.

Il dessert chiude idealmente il cerchio. Il fico, che tradizionalmente viene consumato proprio alla fine del pasto, torna al suo posto naturale, ma lo fa dopo essere stato protagonista di un viaggio che lo ha portato dall’antipasto fino al dolce.

Il vino cilentano completa il racconto

A accompagnare il percorso gastronomico sono stati i vini della cantina cilentanaTempa di Zoè, nome che richiama l’espressione “collina della vita”.

A raccontare i vini è stato l’enologoBruno De Conciliis, figura profondamente legata alla cultura vitivinicola del territorio.

La cantina propone vini biodinamici e caratterizzati da una forte espressività, nati da vigne considerate incontaminate.

Tra le etichette protagoniste della serata c’è statoAsterias, un Fiano non filtrato capace di esprimere morbidezza e, con l’evoluzione, anche interessanti sentori fumé.

Accanto ad Asterias è stato propostoXa, in un abbinamento che ha rafforzato il legame tra i prodotti della terra e una cucina costruita sulla ricerca dell’identità.

Fico e uva si sono così incontrati nello stesso racconto: due frutti della terra capaci di esprimere, attraverso modalità diverse, la ricchezza agricola del Cilento.

Dal prodotto alla cultura: la vera sfida di Santomiele

Il progetto Santomiele parte da una convinzione precisa:un prodotto del territorio può diventare molto più di una semplice specialità gastronomica.

Può diventare memoria, economia, cultura e identità.

Il fico bianco del Cilento porta con sé una storia agricola e una tradizione che rischiano di rimanere confinate alla dimensione locale se non vengono reinterpretate e raccontate.

La Ficheria prova quindi a compiere un passo ulteriore.

Non si limita a proporre il fico. Cerca difarlo conoscere sotto una nuova luce.

È una differenza importante. Valorizzare un prodotto non significa soltanto venderlo. Significa anche creare occasioni per comprenderlo, assaggiarlo in forme nuove e inserirlo in un racconto più ampio.

In questo senso, il ristorante diventa parte integrante della filosofia dell’azienda.

La cucina diventa il luogo in cui la materia prima può esprimere tutto il proprio potenziale.

L’amicizia come motore di un progetto lungo 26 anni

Dietro la storia di Santomiele e della Ficheria rimane però un elemento ancora più umano:l’amicizia tra Corrado e Antonio.

Si conoscono da ragazzi. Hanno seguito percorsi professionali differenti e hanno costruito esperienze lontane tra loro. Eppure, più di vent’anni fa, hanno scelto di scommettere insieme su un prodotto della propria terra.

È forse questo il tratto più autentico della loro storia.

Il progetto non nasce da una moda passeggera, ma da un rapporto personale che negli anni si è trasformato in una visione imprenditoriale.

E quando Corrado ha deciso di lasciare la finanza per dedicarsi completamente a Santomiele, quella scelta ha rappresentato un ulteriore passaggio: il momento in cui un’attività nata quasi come una scommessa è diventata una vera scelta di vita.

La Ficheria rappresenta oggi il risultato più recente di questo percorso.

Un fico capace di raccontare il Cilento

Guardando il percorso gastronomico della serata, emerge una considerazione semplice:il fico è molto più versatile di quanto siamo abituati a pensare.

Può essere fresco oppure ghiacciato. Può diventare un gazpacho o una melassa. Può accompagnare il pesce e il polpo, oppure dialogare con pistacchio e latte di capra.

Ma soprattutto può diventare uno strumento per raccontare un territorio.

È questo, probabilmente, il valore più interessante della Ficheria: trasformare un ingrediente quotidiano in una chiave di lettura del Cilento.

La cucina contemporanea, quando riesce a mantenere questo legame con la terra, non cancella la tradizione. La rende nuovamente visibile.

Ed è proprio attraverso questa prospettiva che il progetto Santomiele assume un significato più ampio.

La Ficheria guarda al futuro senza dimenticare le radici

Il futuro del progetto passa dalla capacità di continuare a sperimentare senza perdere di vista l’origine.

Il fico bianco del Cilento resta il punto fermo, ma attorno a esso possono nascere nuove tecniche, nuovi abbinamenti e nuovi percorsi gastronomici.

La sfida sarà continuare a sorprendere il pubblico mantenendo riconoscibile l’identità del prodotto.

In fondo, è questa la vera scommessa di Corrado e Antonio: dimostrare che un frutto profondamente legato alla memoria del Sud può trovare spazio anche nell’alta cucina contemporanea.

E laFicheriasembra essere nata proprio per questo.

Quando un frutto diventa identità

Dalla lunga amicizia tra due ragazzi alla nascita di un’azienda, fino all’apertura di un ristorante interamente dedicato al fico: la storia di Santomiele è soprattutto una storia di visione.

La Ficheria porta questa visione a tavola e la trasforma in esperienza.

Durante la cena“Venerdì 17 – Il fico, il corno, il peperoncino”, il fico bianco del Cilento ha dimostrato di poter cambiare forma, temperatura e consistenza, senza perdere la propria identità.

Dal gazpacho alla melassa, fino al fico ghiacciato, ogni portata ha raccontato una possibilità diversa.

E forse è proprio qui che si trova il senso più profondo del progetto:non chiedere alla tradizione di rimanere immobile, ma darle la possibilità di continuare a vivere.

Nelle mani degli chef, il fico diventa alta cucina. Nelle mani degli imprenditori diventa un progetto. Nel racconto del territorio diventa cultura.

E così, tra il Cilento e la tavola, un semplice frutto può trasformarsi in qualcosa di molto più grande:un’identità da assaporare, conoscere e tramandare.