Borgogna. Siamo nella parte più a sud della Cote de Beaune, e  questo nonostante le vigne si trovino, però, tutte nel dipartimento della Saòne-et-Loire (quindi siamo in una specie di terra di limbo ai confini/inizi con la Côte Chalonnaise).

L’AOC Maranges è una delle più recenti della Borgogna – 1988 – ed è quasi interamente vitata a pinot nero.  E tra i 3 piccoli villaggi che compongono la denominazione (uno di appena 160 residenti) i climat classificati come 1°Cru sono ben 7.

E’ qui che si trova il  Domaine des Rouges Queues che gestisce, in biodinamica, cinque ettari di vigna suddivisi  tra ben 12 denominazioni diverse, compresi i più importanti premier cru di Maranges.

E tra questi ecco che spunta il Clos Roussots, un premier  cru che si trova sulle pendici inferiori del Mont de Sène, noto anche come il Monte delle Tre Croci e che viene gestito da questo Domaine e soltanto da altri  6 produttori.

Sono vigne  allevate dai 200 fino ai 600 m s.l.m. su terreno prevalentemente argilloso e la gestione del Domaine des Rouges Queues è davvero maniacale, basti pensare che il terreno viene ancorato lavorato a cavallo.

Fermentazioni, dunque, ovviamente spontanee, e come tradizione borgognona vuole, le stesse avvengono a grappoli interi ed in tini di legno. Pochi i travasi, e infine un affinamento in barriques mai nuove. Nessuna chiarifica né filtrazione, e soltanto poca solforosa prima dell’imbottigliamento.

Bene perché ci è piaciuto? Perché ve ne parliamo?

Perché c’è davvero bisogno di rifiondare il naso in un calice di pinot nero, di percepire i suoi odori e masticare i suoi sapori a prezzi finalmente accessibili per un 1^Cru.

Tra l’atro per un millesimo come il 2018 che è da considerarsi davvero come un’ottima annata. Il caldo e le poche precipitazioni, hanno, infatti, restituito vigore alle viti, dopo i segni non particolarmente eccelsi lasciati dalla ‘17 e quelli drastici invece della 16.

E in questo calice che rimanda anzitutto a cestini di fragole, ortica, genziana e china, i suoi profumi non sono così intensi né impattanti, eppure c’è qualcosa di profondo, che pare far tornare alla mente ad odori mediterranei. Un odore quasi insolito per un pinot nero, ma ben vero che ci può stare, visto che per quanto di Borgogna si parli, qui siamo sempre nel suo profondo sud. E ciò che rimane è la piacevolezza dell’odore stesso.

Ritrovare, poi, ampiezza e finezza in un unico sorso. Ed essere esili non significa essere deboli. Il sorso è, infatti, fiero, e non vola via, tra scampoli di seta che si intrecciano al palato grazie alla presenza di tannini gentili, che lasciano spazio ad un’equilibrata spinta acida.

Tutto era in sintonia. Un sorso, un funambolo.