“Inebriati d’arte”: al Museo artistico industriale Filippo Palizzi l’intervista a Peppe Guida, che ha firmato la cena site-specific con Wine&TheCity

Tra i loggiati maiolicati di fine ‘800 e gli spazi dell’antico convento di Santa Maria La Solitaria, la XVIII edizione di Wine&TheCity ha inaugurato una nuova riflessione sul dialogo tra vino, arte e alta cucina. La serata “Inebriati d’arte”, ospitata negli ambienti del Museo artistico industriale Filippo Palizzi di Napoli sulla collina di Pizzofalcone ha restituito alla città un luogo identitario, trasformandolo in un’esperienza immersiva dove patrimonio culturale e convivialità contemporanea si sono intrecciati in modo ameno ed elegante.



Ad accogliere gli ospiti, sotto lo storico loggiato decorato, è stata la session musicale degli studenti del liceo (coordinati dalla professoressa Chiara Mallozzi): un’ouverture di valore simbolico, capace di evocare la continuità tra formazione artistica, memoria storica e creatività contemporanea. La serata è proseguita tra le collezioni del museo (dipinti, bronzi, vetri, oreficerie, sculture e ceramiche) in un percorso che ha trasformato la visita in un’esperienza narrativa.
Nel cortile dell’istituto, l’aperitivo firmato dallo chef Peppe Guida ha introdotto il pubblico a un itinerario gastronomico costruito attorno ai vini del Vesuvio e a una cucina profondamente radicata nella tradizione campana ma aperta alla leggerezza e alla precisione contemporanea.


Culmine della serata è stato il “Convivio del tempo”, una cena visionaria a lume di candela allestita negli spazi dell’antico refettorio conventuale: due tavoli gemelli di dodici metri, sedute scolastiche e una scenografia site specific ideata dall’artista e table designer Sergio Colantuoni, tra busti in gesso, frammenti scultorei, pagine di antichi volumi latini, candelabri barocchi e installazioni vegetali.



Al centro della mise en scène, la cucina di Guida, stella Michelin dell’Antica osteria Nonna Rosa, ha raccontato con essenzialità e profondità il Mediterraneo: dall’iconico spaghettino all’acqua di limone al corallino con zuppa di scampi all’acqua pazza e santoreggia, fino al merluzzo con zucchine alla scapece. Nei calici le denominazioni del Vesuvio dal Caprettone al Lacryma Christi hanno accompagnato un iter culminato con la Santa Rosa scomposta di Francesco Guida e le zeppole fritte di Nonna Rosa servite personalmente dallo chef.L’evento ha avuto anche una concreta ricaduta sul territorio: grazie alla collaborazione con Gli angeli del bello Napoli e al presidente Francesco Muzio, la manifestazione contribuirà infatti alla pulizia dello scalone monumentale del complesso, con la rimozione di graffiti e scritte vandaliche.
Wine&TheCity ha costruito negli anni una formula indipendente, colta e radicalmente autonoma: nessun contributo pubblico, nessun finanziamento istituzionale, ma una progettualità sostenuta esclusivamente da sponsor e partner privati, coordinata da un team interamente femminile che ha fatto della libertà curatoriale la propria cifra distintiva, costruendo itinerari culturali eleganti, inclusivi e contemporanei.

A seguire, l’intervista a Peppe Guida, protagonista della serata e interprete di una cucina che combina memoria, rigore tecnico e sensibilità narrativa.
In un luogo che nasce per custodire arti applicate e visioni industriali, come hai tradotto la memoria materiale degli oggetti in esperienza gastronomica?
Io sono molto legato agli oggetti che portano addosso il tempo, che hanno una storia da raccontare. Mi piacciono tantissimo le ceramiche antiche, i piatti consumati, le cose imperfette perché raccontano una vita vissuta, perché dentro quegli oggetti ci sono ricordi di vecchie tavole imbandite, di pranzi della domenica, di storie tramandate.
La cucina, per me, funziona allo stesso modo. Anche un piatto semplice può custodire memoria ed emozione. Stasera ho cercato di fare questo: prendere ingredienti quotidiani come il merluzzo, la pasta o il limone e farli dialogare con un luogo pieno di artigianato, di mestiere e di umanità. Perché credo che il bello non sia nella perfezione, ma nelle cose che hanno un’anima e storie da raccontare.
La tua cucina stasera dialoga più con la storia del luogo o con l’energia contemporanea di Napoli?
Con tutte e due, perché Napoli è così. È una città che tiene insieme memoria e caos, eleganza e verità. Questo posto ti porta naturalmente verso il rispetto della storia, ma poi Napoli entra sempre nei piatti con la sua energia, con quella vitalità che non riesci a controllare. Io provo a fare una cucina sincera: radicata nella tradizione ma viva, mai ferma.
Wine&TheCity mette in relazione vino, arte e spazio urbano: nel costruire questo menu, hai pensato ai piatti come “opere” autonome o come tappe di un percorso sensoriale che accompagna il vino e la città?
Io non penso mai al piatto come qualcosa di fine a sé stesso. Un piatto, per me, deve sempre dialogare con quello che ha intorno: con il vino, con le persone sedute a tavola, perfino con l’atmosfera e le suggestioni che un luogo, come il Museo Palizzi, può trasmettere.
Mi piace l’idea del percorso, dell’accompagnare chi mangia dentro un’emozione che cambia poco alla volta. Ogni piatto deve lasciare qualcosa, ma anche prepararti a quello successivo. E Napoli in questo è unica, perché ti entra continuamente dentro: nei profumi, nei rumori, nell’energia. Alla fine tutto dialoga insieme, ed è lì che nasce l’esperienza vera.
Il Museo Palizzi rappresenta un’idea di formazione e mestiere: quanto conta oggi nella tua cucina il valore del “saper fare” artigianale rispetto alla spinta verso l’innovazione e la sperimentazione?
Conta tantissimo. Io credo che non possa esistere futuro, sperimentazione e innovazione senza una conoscenza profonda del nostro passato, delle nostre radici.
Oggi si corre molto dietro alla novità, alla voglia di stupire, ma la vera modernità nasce sempre da radici solide. Fare bene le cose semplici, oggi, è forse il gesto più contemporaneo che ci sia. La tecnica serve, la ricerca pure, ma devono stare sempre al servizio dell’emozione e del gusto.
Un amico dice sempre una frase che sento molto mia: “saper fare e far sapere, ma per far sapere devi prima saper fare”. E secondo me è proprio così.
La cucina mi ha insegnato soprattutto questo: ascoltare chi c’era prima di te, imparare da loro quei gesti antichi che si tramandano quasi in silenzio, avere rispetto per gli ingredienti e per il tempo che serve alle cose buone. Solo così impari il mestiere e solo dopo che ti è entrato dentro puoi costruire qualcosa di nuovo che abbia davvero un’anima.
Napoli è una città di stratificazioni e contrasti: se dovessi raccontarla in un solo piatto di questa cena, quale tensione fra tradizione e cambiamento, semplicità e complessità sceglieresti di mettere al centro?
Pino Daniele cantava “Napule è mille culure”, ed è vero: Napoli cambia continuamente faccia, umore, luce. È una città che riesce a essere popolare e raffinata, rumorosa e profondissima, chiassosa e poetica tutto nello stesso momento. Lo spaghettino all’acqua di limone per me racconta proprio questo. È un piatto che sembra semplice, quasi immediato, ma dentro ha tante sfumature: freschezza, acidità, delicatezza, tecnica. Un po’ come Napoli, che non finisci mai di conoscere davvero perché ogni volta ti mostra un colore diverso.
