Recentemente, raccontavo qualche episodio della mia carriera e mi è stato chiesto quale fosse il più bel ricordo della mia esperienza lavorativa parigina o la mia più grande soddisfazione. Ho riflettuto due secondi perché avrei potuto dire “il giorno che ho aperto il mio ristorante” oppure quando cucinai per Jean Paul Gautier o per Miss France. Niente di tutto ciò ed ho ancora impresso nella pelle e nel cuore quell’episodio che, tra tante paure ed incertezze, innate in ognuno, ti da quella indiscutibile e, forse, unica certezza, poter gridare a voce alta IO SONO IO. Facendo un cambio direzione, camminavo nei lunghi corridoi della metro quando ad un tratto sentii una voce gridare, “chef chef” , continuo a camminare e sento “mamma mamma” mi girai curiosa e vidi un uomo di colore, affannato, che mi rincorreva, mi fermo e con un gran sorriso e con  le lacrime agli occhi mi prende le mani e le bacia come ad una Santa.

Un po’ impaurita, a dire il vero, lo guardo bene, pulito, ben vestito, buona dizione, mi disse Chef non mi riconosci?? Sono Bakari, pizza Gillio…. Si accese una lampadina, erano passati più di 10 anni, si parlava della fine anni 90…. Ti ho sempre cercata, ti ho sempre pensata, anche la mia famiglia in Africa ti conosce. Poi prende una foto dal portafoglio e mi presenta  sua moglie e 4 figli. Ancora oggi, grazie ai Social abbiamo dei contatti… È rientrato in Senegal ed ha un suo piccolo ristorante di quartiere.

L’imprenditore di oggi era un ragazzo appena arrivato dall’Africa, in attesa di documenti, sbarcava il lunario facendo il lavapiatti e le pulizie,  parlava poco il francese, viveva insieme a tanti altri in pochi metri quadri sognando un mondo migliore. Quei miei titolari diedero direttive chiare: per il personale 1 pizza o spaghetti al pomodoro per tante forchette. Me ne fregai perché a quel ragazzo volevo bene, passavamo tanto tempo insieme, mi raccontava dell’Africa, dei loro usi e costumi, delle loro ricette e della famiglia, sapendo che il costoso viaggio, forse, non gli avrebbe permesso di rivederla tanto presto. Parlavamo di calcio, di Maradona e di Pelé, di Platini e di Zidane e gli avevo anche insegnato Liberi Liberi di Vasco. All’inizio ci parlavamo a gesti ed in questo noi napoletani ci sappiamo fare.

Cucinavo carne di nascosto per i miei ragazzi, preparavo dolcetti e durante il ramadan mangiavo come loro, per capire o per rispetto, fin quando, un giorno il titolare mi sorprese e per farla breve fui licenziata ed anche Bakari che di tutti era il più debole. Se ci penso… Licenziata per aver dato da mangiare a dei ragazzi, venuti dalla fame e da una schiavitu’ che critichiamo, per entrare in quella della “a noi ci è concesso” perché siamo civilmente europei… Uscii felice da quella porta, non mi sono mai pentita perché io sono io. Non si può calpestare la dignità di un uomo. Da quel giorno non lo rividi mai più. In quei 10 anni Bakari aveva avuto i documenti, un regolare contratto di lavoro, imparato il francese grazie ai corsi comunali, fatta la gavetta ed amante della cucina trova un posto come chef di partita in un ristorante di cucina africana, si era felicemente sposato e non aveva mai dimenticato la sua mamma chef napoletana che l’aveva nutrito di carne, di amore e di speranza, perché al finale non ero molto differente, ero un’immigrata anch’io ed anch’io come lui avevo subito le ingiustizie più assurde.

Quel giorno, in quel corridoio di metropolitana, ho capito che avevo svolto bene il mio compito, non come chef ma come essere umano. Oggi, nel 2020, con una gravissima pandemia in atto, mi rendo conto che poche cose sono cambiate. Quella carne è sempre nella cassaforte dell’avidita’ umana. Meglio conservarla, anche se marcisce, piuttosto che sfamare le innocenti vittime della rapacita’. Domani il mondo non sarà diverso se ci svegliamo sempre uguali come ieri.

Certi scenari sono sempre identici e presenti più che mai perché è più facile criticare e puntare il dito nascosti dietro ad uno schermo, che  mettere un po’ la testolina fuori dalle zone di confort, perché è più facile criticare un immigrato che diventarlo, eternamente aggrappati al grembiule di mamma’, perché è più facile pagare la Maserati che le tasse, tanto se il tuo paese non funziona che ti frega, perché è più facile criticare il fallimento del Made in Italy piuttosto che capirne il motivo.

Dietro il “falso” sonno tranquillo di alcuni o la passeggiata in barca di altri, c’è il  sudore di una manodopera a cui nessuno pensa, fatta di sacrifici, di lacrime, di schiene a pezzi, di calli sulle mani, di umiliazioni, di sudore, di fame vera, di esseri umani. Allora dico grazie a Bakari, grazie alla signora Maria che pulisce le toilette, a Mohamed il lavapiatti, a Pasquale l’aiuto cucina, à Francesco il capopartita, ad Aziz il commis e tutti quelli che nell’ombra lavorano duro per rendere piacevoli le nostre serate. Riprendo lo slogan di un amico e termino: FACIT’ E BRAV’ che il Paradiso ci attende, l’ Inferno lo stiamo già vivendo.