In provincia di Avellino, a due passi da Montefalcione, cittadina potente già sotto gli Etruschi e avente una falce (simbolo del lavoro contadino) nello stemma comunale, si trova l’azienda vinicola Donnachiara “vocata” – per tradizione, territorio e precisa scelta della famiglia Petitto che ne è proprietaria – alla produzione delle tre Docg irpine: Fiano di Avellino, Taurasi e Greco di Tufo, oltre che dei tradizionali Aglianico e Falanghina.

Abbiamo intervistato Ilaria Petitto:

Qual è la storia di  Donnachiara?

La storia è lunga perché è la storia di una famiglia originaria della provincia di Avellino che tra fine 800 e primi 50 anni del 900 aveva proprietà agricole condotte con il sistema della mezzadria.
Per spiegarti la storia ecco  un video in cui mia madre la riassume bene
Io qui racconto la mia, sono entrata in azienda nel 2009 dopo aver fatto l’ultimo Concorso Notarile.
Mia madre aveva cominciato nel 2005 ma l’azienda era molto piccola ( 10.000 bt) ho cominciato da subito a puntare lo sguardo all’estero, tutti mi consigliavano di affermare l’azienda prima in Italia, ma come sempre sono andata contro corrente.
In Italia il mercato era saturo e c’era un forte pregiudizio verso le aziende nate da poco, come sempre la mentalità italiana è strana piena di preconcetti , all’estero ho trovato molto più semplice proporre i nostri vini.
L’estero è più meritocratico e se vogliamo il business fatto a certi livelli è più professionale ho imparato moltissimo del mestiere negli USA li mi hanno insegnato come fare questo lavoro con approccio di business senza lasciare nulla al caso e senza navigare a vista.
 
Oggi dove siete arrivati (produzione, fatturati, mercati, referenze, etc…)?
 
Oggi produciamo 200.000 bt il fatturato si attesta oltre il Milione di Euro. I mercati principali : USA, Nord America, Europa, Asia e un 40% Italia.
Abbiamo due linee per i vini bianchi perché ci piace proporre una versione molto fresca in vetro trasparente espressione dell’annata in corso. E per gli stessi vitigni Falanghina, Fiano di Avellino e Greco di Tufo una versione selezione che in realtà per il Greco di Tufo oggi possiamo etichettare ufficialmente come Riserva, si tratta di vini che mettiamo in commercio un anno più tardi dopo un affinamento più lungo  in Cantina.
 
Dal punto di vista dei vitigni da dove siete partiti  e come avete poi avete diversificato ci racconti il percorso
 
Siamo partiti sicuramente dall’aglianico con mia madre perché l’azienda agricola che ha ereditato era stata trasformata in un grande appezzamento di Aglianico in areale Taurasi. Quando io sono entrata in azienda ed ho iniziato a viaggiare ho compreso che proponendomi come azienda campana non potevo non offrire ai nostri partner anche i vini bianchi irpini. Noi avevamo impiantato il Fiano di Avellino a Montefalcione, comune straordinario da un punto di vista paesaggistico e molto vocato per la produzione sia di Fiano che di Taurasi.
Quindi a poco a poco abbiamo inserito i bianchi, anche la Coda di Volpe inizialmente, poi la Falanghina, per poi negli ultimi anni cominciare a concentrarci nuovamente sulla produzione di Aglianico e Taurasi che ci stanno dando enormi soddisfazioni.
 
 
Territorio e sostenibilità, due parole spesso abusate, Voi invece come le avete declinate? Quali progetti avete realizzato?
 
Noi siamo nati sostenibili , avendo in realtà realizzato l’azienda da 0 a Montefalcione abbiamo da subito messo in pratica il concetto di sostenibilità. Impianto fotovoltaico ( uno dei primi in provincia) impianto di raccolta e riciclo delle acque, impianto di fitodepurazione, progetto VIVA al suo lancio con il ministero dell’Ambiente, allevamento biologico per il nostro vigneto di Fiano di Avellino a Montefalcione, certificazione biologica. Insomma più che parlarne abbiamo praticato sostenibilità.
 
La crisi Covid ci ha colto di sorpresa, come avete reagito e come vede  il futuro del vostro settore? Qualcosa cambierà?
 
Abbiamo reagito, perché siamo reattivi per attitudine, abituati al cambiamento, se penso che da aspirante Notaio sono poi diventata produttrice di vino, il cambiamento è uno stimolo non lo vedo come qualcosa di negativo. Poi mio padre mi ha insegnato a guardare oltre, io sono sempre proiettata al futuro, per cui anche la digitalizzazione della comunicazione era un processo già avviato ed in fase avanzata. Questo non significa che non stiamo soffrendo in questo anno terribile per tutti, ma stiamo provando in tanti modi a resistere. Non siamo fermi a piangerci addosso. Credo che il settore stia cambiando tantissimo e come sempre vedo la mia Regione dietro rispetto alle altre. Questi sono momenti in cui sarebbe fondamentale essere una squadra fare rete, mettere pezzi importanti nelle associazioni che contano, far sentire la propria voce, sedersi al tavolo con le istituzioni, molti lo stanno facendo, la Campania mi sembra il grande assente.
In particolare la crisi ha messo in evidenza la necessità di avere un canale digitale sviluppato , voi come siete organizzati?
 
Siamo organizzati bene nel senso che eravamo già presenti sia con la vendita e-commerce che con attività di social media marketing che aiutassero a muovere le vendite on line. Abbiamo ovviamente potenziato l’investimento spostando i budget che avevamo appostato per gli eventi in presenza tutti sul digitale. Abbiamo continuato a inviare campioni ai critici, ai blogger abbiamo fatto tasting virtuali, dirette, forse siamo stati più presenti di prima. Ma c’è ancora molto da fare siamo una piccola azienda con piccoli budget ma una cosa è certa abbiamo capito quali sono i nuovi media mentre molte aziende ancora non ci credono.
 
Per finire una nota di colore, il vino (non suo) che la fa impazzire e con cosa lo abbinerebbe?
 
Chablis mi dispiace doverlo dire perché non è Italiano ma è il mio vino preferito soprattutto con qualche anno sulle spalle da abbinare ad un favoloso spaghetto alle vongole che è il mio piatto preferito.