Mai come oggi è necessario, restando sempre in ambito “food”, raccontare belle storie di immigrazione e integrazione.

L’esempio migliore, che mi sento di sottoporre alla vostra attenzione, è la storia di Hamed Ahmadi, arrivato in Italia nel 2006 per motivi completamente diversi, in occasione della “Mostra del cinema di Venezia” e ritrovatosi, a causa delle notizie sempre più allarmanti provenienti dall’Afghanistan, a presentare domanda di asilo politico in Italia.

Da quel momento si ritrova in un centro di accoglienza e forse proprio da questo parte la sua nuova vita.

Viene coinvolto dal Comune come mediatore linguistico all’interno del centro, poi come “animatore” e da quel momento, inizia ad avvicinarsi al cibo, coinvolgendo tanti ragazzi di nazionalità diverse e puntando sulle contaminazioni che ognuno di loro ha “maturato” durante i lunghi viaggi in fuga dai propri paesi.

Questa cucina, afghana o iraniana, ricca di contaminazioni turche e greche, comincia a riscuotere grande successo e da lì nasce l’idea di rilevare, con grandi sacrifici, una piccola attività di cibo take away, l’Orient Experience.

L’attività decolla e spinge i ragazzi, perché Hamed non è solo in questo progetto (la sua abilità sta proprio nel coinvolgere persone di nazionalità diverse) a rilevarne una seconda, alla quale si affianca anche un ristorante.

Dopo un po’ arriva anche Africa Experience, con un menù ispirato alle varie regioni dell’Africa, e ancora una sede a Kabul, nonostante Hamed da “rifugiato” non potrà mai più tornare in Afghanistan, poi ancora il Piece&Spice a Padova e tanti progetti futuri.

14 soci e 50 dipendenti nei vari locali, una storia bella da leggere d’un fiato che fa molto riflettere sul tema immigrazione e sul ruolo che un settore come quello enogastronomico può svolgere.

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“All’inizio del 2012 abbiamo trovato uno spazio, vicino a Fondamenta della Misericordia”, spiega Hamed. “Era un kebab senza troppo successo. Per iniziare avevo bisogno di 20mila euro. Non li avevamo, quindi sono andato a bussare alla porta dei ragazzi: c’è chi mi ha prestato 2mila euro, un altro ragazzo 500, un altro mille. In questo modo ho recuperato i soldi e l’attività è partita. Poi pian piano, lavorando, li abbiamo restituiti tutti”.

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