La Frègula: la regina della pasta in Sardegna

Frègula sarda con lumache

La frègula di Sardegna compare forse per la prima volta in una fonte storica spagnola nel 1611, elencata insieme ad altre tipologie di pasta essiccata, col nome di “frigola”: poco male, è lei, la regina delle paste sarde.” (cit. Alessandra Guigoni)

Alcune teorie dicono che potrebbe essere arrivata in Sardegna grazie agli scambi commerciali con i popoli del Mediterraneo. In particolare con i Fenici che approdarono nell’isola nel IX secolo a.C. integrandosi pacificamente con la civiltà nuragica. Però, è importante sottolineare, che le popolazioni sarde conoscevano i cereali, compreso il grano duro, già da prima del loro arrivo. Fatto ampiamente dimostrato dai ritrovamenti di resti di pasti negli scavi archeologici. 

A seconda delle zone geografiche, mantenendo gli ingredienti di base, ovvero semola, acqua e sale, variano sia la ricetta che il nome. Così troviamo “Sa Frègua” in campidano e “Su Succu” in dialetto logudorese. Mentre nella Sardegna centrale, è chiamata “Su Ministru”, da minestra, servita come prima portata di un pasto, che può essere preparata in brodo o asciutta.

Tutti i nomi citati sono concessi, tranne quello erroneamente mutato in “fregola”, che nella lingua italiana, ha un altro significato, decisamente non riconducibile al nostro prodotto. Si tratta infatti della pulsione sessuale degli animali durante il periodo del calore, definita anche una smania o un desiderio eccessivo.

La frègula artigianale richiede un processo di produzione laborioso e occorrono esperienza e una buona manualità per ottenere un risultato ottimale. Gli ingredienti sono semplici: semola grossa e fine, sale, acqua e in alcune ricette anche l’uovo e un pizzico di zafferano, per chi lo apprezza.

Per preparare la frègula occorrono:

500 g di semola grossa

500 g di semola fine

2 uova

300 g di acqua

2 cucchiaini di sale

1 bustina di zafferano

Lasciati da parte gli attrezzi da cucina, si mischiano le uova sbattute con il sale, l’acqua ed eventualmente lo zafferano. All’interno de “sa scivedda“, un contenitore di terracotta a forma di tronco di cono, si lavorano manualmente i due tipi di semola, alternandoli tra loro, e unendo lentamente la miscela liquida. Compiendo dei gesti circolari con le dita bene aperte, si aggiungono, a piccolissime dosi, tutti gli ingredienti. Si continua pazientemente a mescolare, così che le semole inumidite si compattino. Si arriva in questo modo, ad ottenere delle briciole di diverse misure e dalla forma più o meno regolare. Il segreto della buona riuscita stà nel dosare perfettamente la semola grossa e quella fine con il liquido, così che quest’ultimo venga immediatamente assorbito, grazie anche al continuo movimento delle mani.

Su un cestino in giunco intrecciato, “sa canistedda“, si sistema uno strofinaccio di cotone sul quale i granelli devono essere posti ad asciugare, spargendoli bene sul fondo per evitare che rimangano attaccati tra loro. L’ideale è esporli al sole, che conferisce al prodotto, una buona durezza ed elimina l’umidità in modo efficace.

Il passaggio successivo avviene in forno, dove la frègula assume una coloritura più scura non uniforme e acquista un sapore più deciso. Il tempo di tostatura dipende dalle dimensioni delle briciole, e sarà comunque non più di 30 minuti.

Una volta sfornata, occorre lasciarla raffreddare completamente. Si procede poi con la separazione dei grani più grossi da quelli più piccoli, utilizzati in modo diverso in cucina. Attività che in passato era affidata ai bambini, che in questo modo collaboravano e si tenevano occupati a lungo.

In commercio, è diffuso trovare un tipo di pasta di semola denominata frègula sarda (o ancor peggio fregola). Questa, in realtà, spesso è prodotta in modo meccanizzato, completamente diverso da quello tradizionale. Il risultato è un insieme di palline regolari, dal sapore e dalla consistenza che non ricordano assolutamente le briciole che si ottengono preparandola a mano. Quindi è bene verificare quale acquistare, e sopratutto conoscere i pastifici che la realizzano ancora in modo artigianale.

Grazie alla sua versatilità, è presente in tantissime ricette sarde.

La frègula grossa si utilizza soprattutto per cucinare dei piatti asciutti, trattandola come un risotto. Quella a grana media, è l’ideale per cotture al forno che prevedono l’utilizzo di salsa di pomodoro e formaggio filante, come il pecorino giovane. Oppure servita con sughetti di pesce, molluschi o crostacei, che vengono assorbiti dai grani, rendendoli particolarmente gustosi. Tipica è la frègula con le arselle o con le lumache, a seconda delle zone geografiche in cui ci si trova. I grani più piccoli sono perfetti per la preparazione di zuppe di verdura o minestre, cotti brevemente nel brodo di carne o di pesce.

Vi propongo una ricetta classica della tradizione sarda: la frègula con le arselle.

Il miele in miscelazione: 3 cocktail di Mattia Pastori

Un ingrediente con una lunga storia, alleato dell’inverno e dalle mille sfumature: il miele esiste praticamente da sempre ed è un prodotto che, grazie alla sua versatilità, può avere svariati usi sia in cucina che nel mondo dei cocktail. Mattia PastoriMixology Expert e founder di Nonsolococktails, ripercorre la storia del miele e le origini del suo uso in miscelazione attraverso 3 ricette d’autore realizzate in collaborazione con Mielizia, azienda leader del settore, perfette per gli aperitivi.

Il viaggio inizia con un twist ispirato alla prima bevanda fermentata al mondo, l’idromele, per poi passare a un originale daiquiri che strizza l’occhio al mondo della cucina liquida mixando rum, gorgonzola e miele, per concludere con un cocktail low alcol in linea con una delle tendenze più forti dell’attuale mixology. Tre creazioni diverse legate da un unico fil rouge: sperimentare ed esaltare la ricca varietà di un ingrediente prezioso, che racconta storia e cultura gastronomiche italiane.

Un omaggio alle origini: Idromele di frutta 2.0
Fonte di energia e bevanda usata nell’antichità per festeggiare i novelli sposi, l’idromele ha una lunga storia e la sua creazione segna un momento storico di svolta nel mondo della miscelazione, quello in cui gli uomini hanno iniziato a realizzare i primi prodotti fermentati, antenati delle bevande alcoliche, proprio mediante l’uso del miele. Il primo drink studiato da Mattia Pastori è un Idromele di frutta 2.0, realizzato unendo al Miele di Clementino Mielizia due bevande fermentate: una di origine messicana, il Tepache, e una mediterranea, l’idromele, per ottenere un cocktail “ready to drink” da servire freddo, come un vino. Il Miele di Clementino è perfetto per questa ricetta: ha un colore chiaro, variabile dal bianco al giallo paglierino fino al beige chiaro; un profumo floreale e fruttato, con una nota fresca di zagara e un lieve aroma di scorza d’agrume; infine una piacevole nota acida, simile ai fiori d’arancio.

“Per questo primo cocktail mi sono ispirato alla reinterpretazione della ricetta dell’idromele, utilizzando il processo di produzione tipico di un famoso fermentato messicano: il Tepache, ottenuto appunto dalla fermentazione delle bucce di ananas” spiega Mattia Pastori. “L’idea della mia creazione è di utilizzare il metodo di recupero delle bucce di ananas, ma creando una bevanda più simile all’antico idromele: quindi ho scelto di costruire una honey water di Miele di Clementino della Basilicata che, fermentando grazie alle bucce di ananas, crea un Tepache meno speziato, elegante e dai profumi mediterranei, decorato con una foglia di timo”.

Ricetta Idromele di Frutta 2.0

Ingredienti (dosi per 1 litro)
850 ml Acqua Panna
150 g Miele di Clementino Mielizia
40 g ca di ananas
Buccia di 1 ananas maturo

Procedimento
Lasciare fermentare la buccia d’ananas per 36/48 ore ad una temperatura di circa 22/24 gradi.
Filtrare e lasciare in frigorifero la bevanda anche dopo averla filtrata: una volta in frigorifero continuerà a evolvere e a fermentare, diventando sempre più frizzante e acida nello stesso tempo.

Cucina liquida: il Gorgoquiri al Miele di Acacia
Un originale twist su un’icona della miscelazione cubana: il Daiquiri. La seconda creazione firmata Mattia Pastori strizza l’occhio al mondo del food pairing e della cucina liquida, attraverso l’utilizzo di ingredienti insoliti, come i formaggi, per ottenere un Gorgoquiri realizzato con rum, gorgonzola cremoso, lime e Miele di Acacia Mielizia. Questo miele si sposa perfettamente all’interno del cocktail grazie all’aroma delicato e sofisticato, con intense note di vaniglia e di fiori bianchi, che contrasta l’acidità degli agrumi e la cremosità del gorgonzola, giocando su una texture particolare e accattivante.

“Il Daiquiri è uno dei cocktail che mi ha sempre identificato, fin dalle prime esperienze in hotel: all’Armani avevamo una selezione di 10 Daiquiri diversi in menu, e anche oggi è presente nella selezione dei miei signature cocktail.” racconta Mattia Pastori. “Per questo ho deciso di creare un Daiquiri in grado di esprime il concetto di Liquid Kitchen, abbinando uno dei formaggi più cremosi e caratteristici della Lombardia, il gorgonzola, in questo cocktail dal DNA tropicale, dove ho sostituito lo zucchero con uno sciroppo di Miele di Acacia.”

Ricetta Gorgo Daiquiri 

Ingredienti
1 cucchiaino di gorgonzola cremoso
5 cl Havana Club 3 anni
2 cl Honey Water al Miele di Acacia Mielizia
2 cl Succo di Lime Fresco

Procedimento
Shakerare tutti gli ingredienti.
Servire in coppa da cocktail.

Un Americano low alcol con Miele di Castagno 

Un Americano che omaggia una delle tendenze protagoniste nel panorama internazionale della mixology: il low alcol, termine che coinvolge sia la ricerca di un basso tenore alcolico nel drink, che un’accezione più healty grazie all’inserimento di un ridotto apporto di zuccheri e calorie. L’idea è quella di proporre un drink simbolo dell’aperitivo italiano, utilizzando il sapore intenso e deciso del Miele di Castagno Mielizia e giocando sulla texture e i sapori, grazie all’inserimento di un altro prodotto prezioso che ci fornisco le api, ovvero il polline, che ha una consistenza soffice al palato ma anche molto cremosa.

“Sono molto legato al momento dell’aperitivo, che nel mio paese di origine nel pavese ha il valore di un vero rito di fine giornata”. racconta Mattia Pastori. “Nella mia creazione ho unito Vermouth, Bitter e una Soda a base di Miele di Castagno; per la decorazione ho pensato di guarnire il bordo del bicchiere con un crusta misto di polline e sale, unendo così l’effervescenza dell’Americano alla cremosità del polline, insieme con la sapidità. Il risultato è un’esperienza di degustazione insolita: il sale esalta il sapore del polline dolce e sofisticato, che poi viene “lavato via” dall’Americano classico, per un twist on classic che regala una dimensione sensoriale inedita a un cocktail tradizionale del panorama italiano.”

Americano con Miele di Castagno Mielizia

Ingredienti
4 cl Bitter Martini Riserva
4 cl Carpano Antica Formula
3 cl Acqua Perrier
50 g Miele di Castagno Mielizia
Crusta di Polline Mielizia deumidificato e sale

Procedimento
Per realizzare la soda al castagno, versare nel sifone l’Acqua Perrier e il Miele di Castagno. Una volta pronta, trasferirla nel bicchiere insieme agli altri ingredienti. Decorare con crusta di polline e sale.

Corporate background Mielizia-Conapi
Mielizia, sintesi di miele e delizia, è lo storico brand degli apicoltori di Conapi, Consorzio Nazionale Apicoltori, la più importante cooperativa di apicoltori in Italia e una delle più importanti nel mondo. Mielizia rappresenta un modello completo di “filiera del miele”: dalla scelta dei territori, alla produzione in apiario, fino al confezionamento e alla commercializzazione del prodotto finito.
Sono oltre 600 gli apicoltori e circa 110.000 gli alveari in tutta Italia, dal Piemonte alla Sicilia, da cui provengono mediamente oltre 3.000 ton/anno di miele. Conapi, che riunisce apicoltori biologici e convenzionali, è il primo produttore di miele biologico in Italia. L’impegno etico e di divulgazione del valore dell’apicoltura, che va ben oltre la produzione di prodotti apistici, hanno guidato il consorzio nella realizzazione di attività didattiche e formative che hanno determinato, tra l’altro, la realizzazione di numerosi progetti per le scuole, del “Parco delle Api e del Miele”.

(www.parcoapiemiele.com).

Detox time: tè matcha bio per tutti!

Tè Matcha​ Bio: potente detox

Il Natale è passato è ora di un bel tè detox, la clorofilla presente nel tè matcha è un potente agente detox che ha un effetto drenante e non solo, favorisce la perdita di peso perché è praticamente privo di calorie ed aiuta ad accelerare il metabolismo poiché favorisce la termogenesi.

Tè Matcha​ Bio

Il ​Tè ​M​atcha​ e il Chasen​

​Il mio consiglio è quello di comprare il té matcha di ​alta ​qualità e biologico. Questo ​tipo di ​tè viene preparato per sospensione e non per infusione, per cui dopo aver messo in una tazza il tè in polvere, si aggiunge l’acqua calda (la temperatura ideale è di circa 80°C) e si mescola con uno strumento apposito chiamato chasen, una sorta di frustino in bambù, che mescola il tutto in modo omogeneo.

Il chasen è una frusta in bambù utilizzata nella cerimonia del tè giapponese per preparare il tè matcha.
Tazza in Terracotta e Chasen
Tè matcha giapponese biologico in polvere

Le piante di Tè Matcha vengono ombreggiate nelle ultime settimane prima del raccolto. In questo modo producono più clorofilla e amminoacidi. Dopo la raccolta, le foglie vengono immediatamente essiccate e macinate molto lentamente in macine di granito per preservare il colore, l’aroma e il gusto delle foglie. Il risultato è la rinomata polvere verde giada.

Il Tè Matcha ha un sapore che ricorda lontanamente quello delle verdure fresche a foglia verde, come gli spinaci, ma a differenza di questo è molto gradevole, avvolgente, vellutato e burroso.

Il Tè Matcha contiene caffeina e un’alta concentrazione di L-teanina che regola l’assorbimento della caffeina, fornisce così una carica che non vi lascerà nervosi. La prova? Molto prima che diventasse di moda, i monaci giapponesi utilizzavano questo tè per aumentare la loro concentrazione durante la meditazione ed ancora lo fanno.

TRE​ MODI DI PREPARARE IL TÈ MATCHA

TRADIZIONALE ​

V​ersare la polvere di ​T​è Matcha (circa 1-2 g​r.​ a tazza) in una tazza, aggiungere 1/3 dell’acqua (totali 70 ml) portata ad ebollizione e poi lasciata 1 minuto ​a ​raffreddare, sbattere con una frusta di bambù fino a ottenere una crema, aggiungere l’acqua restante e continuare a mescolare. Il risultato: un tè verde straordinariamente cremoso, ricco e buono.

MATCHA LATTE CALDO

P​reparare il tè come nella versione tradizionale, aggiungere il proprio latte preferito montato caldo, dolcificare a p​i​acere e gustare.

MATCHA LATTE FREDDO​

P​reparare il tè come nella versione tradizionale, versarlo in un grande bicchiere di vetro, aggiungere 4-5 cubetti di ghiaccio e il proprio latte preferito montato freddo con cappuccinatore, dolcificare a piacere se lo si desidera e gustare. 

Per una versione più golosa e cremosa si possono preparare dei cubetti di ghiaccio con il proprio latte preferito invece che con l’acqua e frullarli prima di aggiungerli al tè.

Dove comprare il tè matcha bio?

Le aziende che vi posso consigliare sono diverse, in primis sicuramente Ambrosiae.

Il nome Ambrosia ha origini antichissime e, nella civiltà greca, era usato per indicare il cibo degli dei, un cibo prezioso che rendeva immortale chiunque lo assaggiasse.

Ambrosiae –plurale latino di Ambrosia– ha le sue radici in questa parola e in un’idea molto semplice: l’impatto dell’alimentazione sulla nostra salute è ben più importante e significativo di quanto si pensi.

Fuel your mind, love your body!

www.ambrosiae.com

Ambrosiae srl – Via del Lavoro 19, 63076 Monteprandone (AP) – Italy

kissatea.com/en/matcha

Kissa Tea GmbH
Kohlmarkt 16
A-1010 Vienna
Austria

www.kissatea.com

La Mela Cotogna: Ricordi, tradizioni e ricette…

Non mi sono mai piaciute le case impeccabili, abitate da famiglie perfette, quelle da pubblicità in tv o da rivista patinata. Amo le case colorate, ricche di oggetti che hanno un’anima, e sono in grado di raccontare una storia anche a chi non li ha usati. Non quelli accumulati senza un senso per una voglia di possesso, bensì quelli che hanno visto e vissuto grandi emozioni.

A Barumini, nella casa che era dei miei nonni e prima ancora dei bisnonni, si intrecciano le vite e i ricordi di tante famiglie “difettose”, e di tante generazioni che non si sono conosciute, ma che si uniscono adesso, nei loro oggetti, restituendo il calore e l’amore che hanno raccolto nel corso degli anni.

E così, guardando una formina in alluminio, mi ritorna in mente il profumo del flan di latte, della cotognata e del gattò. I canestri di giunco intrecciato, mi fanno pensare alla pasta fresca e ai ravioli messi ad asciugare. I finimenti appesi mi riportano a nonno Sanna, che seppur con lo sguardo severo, era capace di tanta tenerezza. Poi i colorati ricami di mia zia Mariella, fatti di animaletti e fiori, che sembra danzino su tende e tovaglie.

Lei mi ha insegnato il punto croce, che trasformava la bambina sempre in movimento, in una attenta e curiosa allieva. Ovunque i ricordi dei suoi viaggi in giro per il mondo, dal Tibet al Brasile, dalla Norvegia alla Russia. Pantofole, collane, bamboline, libri, tantissimi libri, tutto qui dentro parla di lei. Babbo col suo estro e Maria con il suo animo poetico, ma soprattutto con profondo rispetto e passione, hanno ridato vita ad una casa che per troppo tempo è rimasta chiusa, restituendole la bellezza e l’attenzione che merita.

Protagonista di tanti buonissimi dolci che mia zia preparava in questo periodo, era la mela cotogna.

I grandi frutti carnosi, dalla forma irregolare, una volta raccolti, erano posti nelle cantine o su in soffitta. Adagiati su stuoie di canne e sacchi di iuta e ricoperti dalla paglia, si conservavano a lungo, anche per mesi. Il loro aroma floreale molto intenso, si propagava ovunque nella casa. Per questo motivo, era abitudine metterne qualcuno dentro gli armadi per profumare la biancheria.

Il cotogno risulta essere uno degli alberi da frutto più antichi conosciuti all’uomo. Pare addirittura che fosse coltivato già dai Babilonesi e dai Greci, diffondendosi poi in tutta l’Asia Minore e nel Caucaso, fino ad arrivare nei paesi del Mediterraneo

Quando nascono, le mele cotogne, sono ricoperte da una fitta peluria che le protegge fino alla maturazione. A quel punto, il velo opaco scompare, rivelando la sottile buccia giallo oro. Tipicamente autunnali sono raccolte da ottobre a novembre, fino a inizio dicembre. Oggi, si trovano a fatica, in particolare nella grande distribuzione, e vengono annoverate tra i frutti rari e dimenticati. Basti pensare che in tutto il territorio italiano, sono dedicati alla loro coltura, solamente cento ettari di campi. Lo scarso successo dipende probabilmente dalle caratteristiche organolettiche. La polpa risulta molto dura e quasi impossibile da mangiare cruda, per il sapore acido e l’effetto allappante.

Ma non ci si dovrebbe fermare all’apparenza. Infatti questo frutto profumato, è un concentrato di sostanze nutritive antiossidanti, che garantiscono il benessere cardiovascolare e gastrointestinale. Le mele cotogne sono ricche di acqua e di fibre, mentre hanno una bassissima percentuale di grassi e proteine, e cosa non da poco, un apporto calorico ridotto, di solo 38 Kcal per 100 grammi. Tra le fibre presenti c’è la pectina, che può vantare proprietà antinfiammatorie, e che risulta di grande efficacia contro il reflusso e l’ulcera gastrica indotta dall’abuso di alcool. L’acido malico aiuta a tenere sotto controllo i valori della glicemia e del colesterolo nel sangue. Dal punto di vista dei micronutrienti, contengono importanti minerali, tra cui potassio e fosforo, e vitamine, in particolare la vitamina C e alcune del gruppo B. La buona presenza di potassio conferisce loro, proprietà diuretiche, utili quindi a regolare la pressione.

Per poter consumare la mela cotogna, è meglio procedere alla sua cottura. Si taglia in piccoli pezzi, eventualmente eliminando la buccia, e si lascia sul fuoco per alcuni minuti, in una pentola con acqua e zucchero, finché la polpa non si sarà ammorbidita. Il succo che si ottiene può essere utilizzato come decotto curativo, perfetto per raffreddori e mal di gola. Le ricette della tradizione prevedono l’aggiunta di spezie che ne esaltano il sapore, come la cannella, lo zenzero e l’anice stellato. Assume un sentore affumicato molto gradevole, se tenuta a lungo sotto la cenere calda del camino. E diventa un dessert raffinato, se cotta nel vino rosso, o ancor meglio nella Vernaccia, nella quale sono immersi un paio di chiodi di garofano, che ne valorizzano l’aroma e mitigano il gusto pungente.

Risulta essere un ottimo ingrediente, anche per la preparazione di torte e crostate. Una valida alternativa alla più classica torta di mele, è quella preparata con le mele cotogne. Tagliate a fette regolari e precedentemente cotte in acqua con succo di limone e zucchero, si aggiungono al tradizionale impasto, ottenendo un dolce soffice e fragrante.

Il massimo della resa e della bontà, si ha con le conserve e le mostarde. La cotognata è una gelatina solida preparata utilizzando solo con il frutto, il succo di limone e lo zucchero, lasciati sobbollire a lungo. Si consuma semplicemente spalmata sul pane, oppure è perfetta per farcire crostate e biscotti. La mela cotogna, grazie all’alta quantità di pectina presente nella sua polpa, risulta di grande aiuto per favorire l’addensarsi naturale di marmellate a base di altri frutti, senza dover usare prodotti gelificanti. Un beneficio sfruttato anche dalla più antica ricetta della mostarda, nata proprio con lo scopo di conservare la frutta per lunghi periodi.

Nel libro dei ricordi di mia zia, ho trovato due preparazioni che meritano una menzione. Il liquore e la marmellata di mela cotogna. Il problema, come spesso accadeva in passato, è che le dosi non sono riportate in modo esatto, quindi mi affiderò all’esperienza e all’occhio.

Liquore digestivo di mele cotogne

Il primo passo consiste nel lavare accuratamente i frutti, eliminando i torsoli e grattugiando grossolanamente la polpa, che dovrà essere lasciata a fermentare per un paio di giorni, in un contenitore di vetro piuttosto capiente.

A questo punto, aiutandosi con un piccolo tornio o un passaverdure si strizzerà quanto ottenuto, e il liquido andrà addizionato ad uno sciroppo, in dosi che prevedono orientativamente, un litro di succo, per un litro di alcool, per mezzo chilo di zucchero.

A seconda dei gusti, il composto può essere aromatizzato con chiodi di garofano o cannella. Dopo questi semplici passaggi, inizia il processo di macerazione, che prevede la conservazione per circa tre mesi in un luogo fresco. Al termine di questa fase si filtrerà, e il liquore digestivo a base di mela cotogna, sarà pronto da gustare.

Marmellata di mele e mele cotogne

1,500 gr di mele cotogne

500 gr di mele

800 gr di zucchero

Il succo di 2 limoni

Dopo aver sterilizzato i vasetti in vetro e i coperchi, facendoli bollire in acqua per 30 minuti, si procede a lavare accuratamente le mele cotogne, mantenendo anche la buccia, e a tagliarle in pezzi molto piccoli. Utilizzando un contenitore ampio, andranno irrorate con il succo dei limoni, e coperte interamente con lo zucchero.

Vanno lasciate riposare almeno un paio d’ore e poi, dopo aver aggiunto le mele sbucciate e tagliate a fette sottili, trasferite in una pentola alta e poste sul fuoco a fiamma media, fino a quando il composto non cambierà consistenza e colore diventando di un bel rosso bordeaux.

Si procede ad invasare quando la marmellata è ancora bollente, chiudendo i vasetti e lasciandoli raffreddare capovolti, così che si crei il sottovuoto.

Sarebbe consigliabile approfittare dei mesi autunnali per consumare questo frutto, e magari fare scorta di confetture a base di mela cotogna, da tenere in dispensa tutto l’anno.

VINCE LA CINA CON IL SORBETTO DI LITCHI PROFUMATO AL GELATO WORLD ERITAGE ALLA NUVOLA

Un grande successo di pubblico e di amanti del gelato che ha visto il trionfo della Cina per il miglior gelato al Sorbetto di litchi profumato al pepe verde di sichuan e zenzero con crumble di semi di girasole mandorle e sesamo nero salsa al The verde e liquore al bambù e perle di occhi di drago.

Il podio del miglior gelato del mondo fatto a squadre, ciascuna delle quali con la partecipazione di esperti gelatieri italiani, ha visto al secondo posto la vittoria del Giappone e al terzo dell’ Uzbekistan. Il Giappone con il suo HOJICHA”, un gelato ottenuto dall’infusione con latte non alterando la qualità ed i sentori di uno dei più antichi the della tradizione giapponese nato i primi del 900, ha risvegliato antichi sapori al palato dei più esigenti. Stessa sensazione che si è sprigionata con “Le vie della seta”, che ha ottenuto il terzo posto, grazie al loro sorbetto al melone uzbeko con mandorla vestita di uva nera e sorbetto al melograno con crumble di albicocche essiccate e mandorle e fior di zafferano e miele di cotone con noci caramellate.

Sono stati poi dati premi speciali. Quello creative taste assegnato dalla stampa alla Cina; premio speciale qualità – squadra Italia Egitto; Premio speciale Alberto pica all Bulgaria e infine Premio speciale viaggio sensoriale – Funvic all’Arabia Saudita. Erano sette le squadre in gara con l’Italia fuori gara per ragioni di ospitalità: Arabia Saudita, Bulgaria, Cina, Egitto, Giappone, Thailandia e Uzbekistan.

“E’ stata una edizione ricca di emozione e di novità – ha spiegato Claudio Pica, Segretario Generale Associazione Italiana Gelatieri – abbiamo voluto dare un messaggio, oltre che di pace e scambio culturale, anche di ripartenza. Bisogna far ripartire tutta la filiera e aprirsi a nuovi mercati esteri. L’internazionalizzazione deve essere l’input per creare business e per valorizzare sempre di più l’eccellenza che rappresenta il gelato artigianale italiano”. I gelati vincitori potranno essere assaporati in diverse gelaterie italiane per tutta la settimana.

Contatti Associazione 
Via del Circo Massimo 9  
00153 Roma 
Tel. 06. 57288854
https://www.associazioneitalianagelatieri.it/