Cantina Ventiventi: l’arte del metodo classico emiliano in scena all’Ostaria Pignatelli di Napoli

Il 12 maggio 2026, la tipica cucina napoletana dellOstaria Pignatelli ha fatto da palcoscenico a un incontro enogastronomico d’eccezione: la presentazione dei vini della Cantina Ventiventi. Tra fritture partenopee e bollicine modenesi, è andato in scena il racconto di una giovane realtà vitivinicola emiliana, guidata dalla visione di tre giovani fratelli e dalla scommessa coraggiosa sul Metodo Classico applicato ai vitigni autoctoni.

Dalle porte per le banche ai filari: la storia dei fratelli Razzaboni

La storia della famiglia Razzaboni, fondatrice dell’azienda, inizia lontano dalle vigne. Il nonno degli attuali proprietari avviò, circa 70 anni fa, un’azienda di infissi che il padre ha poi trasformato in un’impresa specializzata in porte di sicurezza per istituti bancari e casse continue, portandola da 10 a 180 dipendenti . È stato proprio il padre,Vittorio, mosso da una grande passione per il vino, a proporre ai figli di lanciarsi in una nuova e stimolante avventura agricola.

Famiglia Razzaboni

La proposta è stata accolta con entusiasmo dai tre fratelli: Andrea, che ha studiato enologia e viticoltura; Riccardo, che ha una formazione in economia e segue la parte commerciale; e Tommaso, il più giovane, che sta maturando esperienza in cantina e in Francia.

Lavorare come fratelli non è sempre semplice, ma proprio in questa complessità troviamo la nostra forza” ha dichiarato Andrea Razzaboni, ma è bello condividere a 360 gradi la gestione dell’impresa familiare.

Il primo passo risale al 2014 con l’acquisto dei terreni a Medolla, in provincia di Modena, per poi arrivare al primo impianto nel 2016 e alla prima vendemmia nel 2018. Il nome della cantina, Ventiventi, simboleggia l’anno zero del loro debutto sul mercato. L’uscita dei primi vini coincise sfortunatamente con lo scoppio del Covid nel febbraio 2020, un imprevisto che i fratelli hanno affrontato con ironia, battendo “il record mondiale di autoconsumo familiare” scolandosi gran parte delle 10.000 bottiglie prodotte, ma che ha anche permesso ai loro vini di riposare più a lungo sui lieviti. Oggi, l’azienda è cresciuta fino a produrre tra le 66.000 e le 75.000 bottiglie annue e dal 2023 fa parte della FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti).

La filosofia: ecosostenibilità e terroir argilloso

Ventiventi sorge in un unico grande appezzamento di pianura, con 70 ettari di proprietà di cui 30 vitati. A differenza dei tipici terreni sciolti del modenese, la tenuta è caratterizzata da un suolo ricco di argilla (circa il 46%), che conferisce ai vini una spiccata sapidità.

Partiti in regime rigorosamente biologico fin dal 2016, i fratelli hanno dovuto recentemente virare in modo pragmatico verso la lotta integrata per salvare i vigneti dalla flavescenza dorata, un flagello che in pochi anni li aveva costretti a tagliare oltre il 20% delle piante .

L’innovazione tecnologica per assecondare l'”anima green”

La spinta verso il futuro della Cantina Ventiventi non si limita alle scelte enologiche in cantina, ma abbraccia una visione di ecosostenibilità a 360 gradi, supportata da tecnologie all’avanguardia. Per assecondare la propria “anima green”, l’azienda lavora quotidianamente su tre aspetti fondamentali. Il primo è l’indipendenza energetica, perseguita attraverso un impianto fotovoltaico da 54 kWp capace di produrre circa 56.000 kWh all’anno. Il secondo è un sistema di irrigazione di precisione a goccia, altamente tecnologico, che permette di ridurre sensibilmente il consumo di acqua e la dispersione delle sostanze nutritive. Ma il vero fiore all’occhiello dell’innovazione in vigna è la “macchina a recupero“: questo speciale dispositivo utilizzato durante i trattamenti permette di recuperare tra il 40% e il 90% dei prodotti impiegati, abbattendo in modo drastico la dispersione di rame e sostanze naturali nel suolo e nell’aria. In Ventiventi, ogni singola macchina e strumento sono stati scelti con uno scopo ben preciso: fare viticoltura di qualità nel massimo rispetto dell’ambiente.

I vini e il menu: quando il Lambrusco sposa Napoli

Il pranzo all’Ostaria Pignatelli ha dimostrato come la spiccata acidità naturale di uve come il Lambrusco di Sorbara e il Salamino sia perfetta per la produzione di Metodo Classico destinati a lunghi affinamenti. Lo chef ha proposto un menù studiato appositamente per esaltare il carattere “gastronomico” di queste bollicine, capaci di sgrassare il palato pur mantenendo una bassa gradazione alcolica .

  • L’aperitivo di benvenuto: Gli ospiti sono stati accolti dal Ventiventi Brut Metodo Classico, un extra brut (4 g/l di zucchero) affinato 50 mesi, composto all’85% da Chardonnay e al 15% da Lambrusco di Sorbara aggiunto come mosto per la rifermentazione. Una bollicina tesa e pulita, ideale per risvegliare le papille.
  • L’antipasto centrotavola: Una selezione partenopea di bruschette del Cantabrico, fiori di zucca ripieni, alici fritte e le immancabili pizzette di “cicinielli” (i bianchetti napoletani). A questo tripudio di sapori e fritti sono stati affiancati due calici: il Blanc de Blancs Metodo Classico (la cui acidità taglia l’untuosità del fritto) e La Vie, un Lambrusco di Sorbara in purezza vinificato con Metodo Martinotti.
  • Il primo piatto: In abbinamento a una cremosa Pasta e patate della tradizione e a un Pacchero con pescatrice, è stato servito il Ventiventi Rosé Metodo Classico. Si tratta di un Sorbara in purezza affinato 50 mesi, il cui tocco di classe risiede nel dosaggio: viene aggiunta una piccola percentuale di vino di riserva conservato in tonneau con il metodo della “mezza solera”, quasi a ricordare i rincalzi del tradizionale aceto balsamico modenese. La scrupolosa vinificazione in riduzione e con rese molto basse (40-45%) permette a questo vino di sprigionare struttura senza l’invadenza amara tipica delle catechine del Sorbara.
  • Il secondo piatto: Il momento critico del menu abbinava due elementi complessi: Frittura di gamberi e calamari e Polpette al ragù. Per affrontare questa sfida, Ventiventi ha schierato due prodotti distinti. Sulla frittura, la rustica ma elegante acidità a zero zuccheri dell’Happy Selvaggio Ancestrale (le cui etichette sono disegnate dai ragazzi disabili dell’associazione AstronaveLab) ha pulito magistralmente il palato. Per domare la carne delle polpette, invece, è intervenuto l’audace Rouge de Noirs Metodo Classico, un rarissimo spumante 100% Lambrusco Salamino affinato 40 mesi sui lieviti, capace di sprigionare la giusta trama tannica per accompagnare il ragù.
  • Il dolce: L’esperienza si è chiusa con una classica torta Caprese, a coronamento di un matrimonio perfettamente riuscito tra l’innovazione emiliana e la tradizione culinaria campana.

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