Nuove vesti per il Benvenuto Brunello, quest’anno svoltosi, visti i tempi che (non) corrono, in versione “off” riservando ai soli addetti di settore e winelovers la presentazione delle nuove annate di Brunello 2016 e di Brunello riserva 2015.

Così al Chiostro del Museo di Montalcino si accede con contingenza e ordine, previa misurazione della temperatura e consegna di autocertificazione, per scoprire quella che è stata definita un’annata stellare.

E non è davvero un eufemismo, come confermato anche dalla nuova mattonella celebrativa apposta, nella piazza principale di Montalcino. Una formella che ogni anno vale a ricordare la qualità dell’annata del Brunello e quest’anno affidata all’estro di Federica Pellegrini, che ha ricordato, attraverso il disegno di un’araba fenice, non solo il massimo della valutazione qualitativa riconosciuta a questa annata, ben 5 stelle, ma, come affermato anche da Fabrizio Bindocci, Presidente del Consorzio, di auspicio per la “ripartenza del il vino e per tutti noi”.

Ebbene, viste le premesse, iniziamo la degustazione tra oltre 140 etichette presenti, tutti rigorosamente seduti in singole e separate postazioni e dove, in piena sicurezza, era possibile ordinare ed essere serviti direttamente dai sommelier dall’AIS Toscana (servizio e professionalità come sempre eccellenti).

Un pensiero generalista, e quanto mai poco pindarico, ma notevolmente realista, è l’incredibile precisione ed equilibrio che, chi più chi meno, è riuscito ad interpretare da quest’annata.  E che si è tradotta, poi, in calici dai sorsi vibranti, energici e con un leitmotiv di piacere che ha connotato (quasi) ogni bevuta 2016.

Ad uscirne vincente è anzitutto l’intera Denominazione che firma la sua cifra stilistica e la sua identità territoriale, confermando la grandezza del Brunello. Non di meno, certo i singoli produttori, anche se a dire degli stessi, era un po’ difficile sbagliare vista l’ottima annata caratterizzata da condizioni di crescita ideali rispetto alle annate più calde e secche. Al punto che se la gioca con quelle fino ad oggi considerate mitologiche e il pensiero va indubbiamente all’ 85, alla ’97, alla 2001 e 2004.

Questa serie di “fortunati eventi” si è riflessa, poi, anche in un numero alquanto cospicuo di Brunello da selezione di singole vigne. Tanti i produttori, infatti, che, quest’anno, hanno presentato, il loro “premier o gran cru monopole” con risultati sbalorditivi.

Ecco allora le mie impressioni, in un elenco che non è una graduatoria, ma che riprende solo il numero d’ordine dei miei appunti (peraltro confusionari) di quel giorno al BBOff2021.

1) Col di Lamo, con “Diletta 2016”, un Brunello da uve di una singola vigna, decide di non controllare il sangiovese, lasciandolo libero di esprimersi in tutti i suoi varietali. Un calice che assolutamente non ha seguito le mode del momento. Qui c’è l’incarnato e il profumo del sangiovese, c’è pellame e cuoio, poi la viola e la rosa.  E c’è la freschezza che rende il sorso tanto fine quanto elegante, ma soprattutto c’è quella giusta e, quanto mai dovuta, in un sangiovese, dose di sapidità. Ma che bravo Col di Lamo! Se Mario Soldati andava alla ricerca del Gragnano, quest’anno al BBOff 2021 la ricerca del sangiovese è senza dubbio in Col di Lamo.

2) Nel lungo elenco di assaggi che era possibile ordinare, Fattoria del Pino, pareva perdersi, visto che era incastrata, in ordine alfabetico, tra i nomi dei grandi “Big”. Era facile ordinare, quindi il suo precedente o il suo successivo. Eppure meglio stare sempre con l’occhio vigile, perché proprio quei Big sono stati battuti dal suo “Brunello 2016” con un alcol gestito perfettamente, elegante nei profumi e dove, ancora una volta, e per fortuna, ritrovo il varietale del sangiovese, e una beva tanto strutturata quanto dinamica.

3) C’è da dire, però, che se esistono dei “Big” è perché qualcosa, di certo, avranno fatto, per essere considerati tali, e lo conferma Poggio di Sotto con il suo “Brunello 2016”, che continua a segnare la storia di Montalcino, non per fama, ma per mera e meritata lode.  Nessuna sorpresa, quindi, o almeno così parrebbe. Se non fosse, invece, che alcuni grandi “Big” in questa batteria, si sono, invece, un po’ persi con vini, in qualche caso, dai livelli alcolici troppo alti per un’annata come la ‘16. Il Brunello dei fratelli Tipa, invece, è la classicità. E’ spezia e frutto nel corpo di un’antica matrona austera e rigida. Ma che poi, in fondo cerca solo amore, e quando questo succede (che a trasposizione nel calice significa al momento dell’assaggio) i suoi tannini scivolano nel palato e accompagnano una beva carezzevole, ma incisiva, tanto da essere contenti di essere venuti fin qui a Montalcino seppur in queste condizioni “da Covid-19”.

4) Al pari tra i Big che confermano la loro grandezza è, poi, senza dubbio, Tiezzi Enzo e Monica con la sua selezione di “Vigna Soccorso 2016”, un rosso dall’animo riservato e struttura serrata. All’olfatto il calice pare una coltre di frutta agrumata e bluastra, mista a note fumè e di stecca di liquirizia. Affascinante e dinamica la sua beva. Ma quanto più mi ha colpito, è che, ad oggi, questo sangiovese pare esprimersi cautamente, così facendo ben presagire quanta longevità, e dunque personalità, avrà ancora da esprimere.

5) Altra batteria di vini in degustazione e “Il Cielo di Ulisse” di Podere Le Ripi mette tutti d’accordo. Perfetto e sto.  Come a sette e mezzo quando ti capita la matta. Vino depauperato da qualsiasi artefatto, biodinamico nel sangue, quello del suo sangiovese, sapido e mentolato. Merito del suo produttore, Francesco Illy, integralista fino al midollo osseo, e merito, forse, anche della sua cantina, chiamata Aurea, che dopo 12 anni di lavoro vede finalmente il suo completamento: 750mila mattoni posati a mano, con tecniche costruttive che risalgono all’antica Roma, ed ispirate alla bio-architettura, per far riposare i suoi vini a suon di musica classica.

6) Roberto Vecchioni in un suo bellissimo libro, Il Libraio di Selinunte”) scriveva, e così mi insegnava, “È l’eccezione, lo sconvolgimento del consueto che ti rizza i nervi, ti sbulina l’animo”. Ecco, l’eccezione, nel mio caso, ha un nome, e si chiama Azienda Agricola Fornacina e assume una forma, quella di un “Brunello 2016”. E si definisce anche in una linea così tanto coerente, da far ritenere, quasi, che l’imprevisto sia molto più lineare del previsto.  Aspetto pulito ed elegante, naso pulito ed elegante, sorso pulito ed elegante. Poi da qui posso discettare su ognuno dei tre esami, ma ciò che rimane è la coerenza di questo vino.  E in ogni caso, così discetto: il profumo rimanda ad odori cupi e salmastri, tostati e di frutta scura. E la frutta, in tal caso è tutta biologica, visto che parliamo di un’azienda, a sud di Montalcino, che ne è in totale conduzione, per una produzione davvero esigua.  C’è una profondità nel sorso che pare entrare nelle terre delle sue vigne e nella sua annata. E’ “tanto” in bocca, per complessità e retronasale, ma non c’è alcun groviglio da districare: ogni elemento, dalla sua leggera nota glicemica alla spinta acida e sapida, pare amalgamarsi in un’affinità elettiva senza eguali con gli altri calici. Fornacina batte e sbaraglia.

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Vorrei concludere con due voci fuori dal coro, che seppur presentandosi all’anagrafe come “semplici” Rosso di Montalcino, all’assaggio paiono due Brunello. Sono due tenori da tenere costantemente d’occhio, il “Rosso di Montalcino 2018” di Albatreti e il “Rosso di Montalcino 2019” di Gorelli. Mi autorizzo (peraltro da sola) ad utilizzare per entrambi una stessa definizione, quella proprio di tenore. Dicesi, infatti, un tenore leggero o di grazia quella voce dal timbro chiaro e limpido, di limitato volume ma agile; spazia nella zona acuta del registro ed è fornito di capacità virtuosistiche (https://it.wikipedia.org/wiki/Tenore). Magari Albatreti e Gorelli non sanno di avere anche questa dote oltre che quella di essere dei grandi produttori di sangiovese.