Annalisa D’Incecco è abruzzese di origine ed è una sinologa, laureata in lingua cinese sia In Italia che nell’Università di Pechino, dove ha vissuto circa 3 anni. Ha girato il mondo, per passione e per lavoro ed è proprio attraverso i viaggi che ha imparato a confrontarsi con realtà diverse e multietniche. Dopo due recenti esperienze televisive, da Masterchef a Il Ristorante degli chef, programma in cui si è classificata al secondo posto nel 2018, ha iniziato una serie di collaborazioni con aziende alimentari e associazioni di pizzaioli e chef partecipando a show-cooking, demo e workshop di cucina e pasticceria presso scuole e associazioni culturali. Un altro progetto importante è il suo blog Be Creative Food in cui condivide la sua passione per la cucina e spiega il suo modo di concepire il mondo attraverso le sue ricette fusion e alternative.

Ciao Annalisa ci racconti come nasce la tua passione per la cucina?

Credo che l’amore per la cucina sia scritto nel mio DNA da sempre. Sin da piccola ero una bambina molto golosa, ho sempre gradito tutto ma non sono mai stata di bocca buona perché sia mia madre che mia nonna paterna mi hanno abituata al cibo buono. Da ragazzina, quando le mie amiche di scuola andavano a fare shopping, io preferivo restare a casa a fare dolci e inventare ricette, passavo ore a sfogliare libri di cucina. Poi, andando a vivere da sola a Roma a 18 anni, ho potuto avere carta bianca sul mio menù quotidiano, in pratica avevo a cena sempre degli amici e quando mi sono trasferita all’estero è esplosa la mia voglia di sperimentare una cucina differente.

Come nasce l’idea di partecipare a Il Ristorante degli Chef?

In realtà venivo già da due esperienze di casting in cui le cose non erano andate esattamente come desideravo,  quindi non avevo alcuna intenzione di accanirmi con provini e tv. Poi una mia amica mi ha fatto presente questo annuncio e ho deciso di inviare la candidatura. Non era il discorso televisivo che mi interessava, quanto  quello più “mediatico” visto che da tempo sono alla ricerca di un lavoro che mi gratifichi. Ho quindi pensato che potesse essere una occasione  in più per darmi una possibilità in un settore che mi ha sempre appassionata, pur non essendo  io una chef.

I giudici Andrea Berton, Philippe Lèveillè e Isabella Potì, ci racconti cosa ha tratto da loro?

Per me è stato un onore immenso anche se mi dispiace che professionisti come loro abbiano dovuto assaggiare dei miei piatti, tutto sommato opera di una amatoriale e con tanti difetti tecnici.

Di sicuro ho messo il cuore in ogni preparazione, e devo dire che mi sono sempre sentita apprezzata da loro. Ma soprattutto compresa: hanno capito che davvero per me cucinare è una fonte di gioia. Per lo Chef  Leveille, lo ammetto, ho avuto un debole sin da subito: la sua eleganza nei modi, nei suoi piatti, nel modo di porsi nei riguardi di tutti noi concorrenti, anche nel fare delle osservazioni, ha sempre dato conisigli di cuore .Quando ho dovuto riproporre il suo piatto, forse non si è visto, ma avevo il cuore in gola dall’emozione. Terrò sempre a mente una frase che mi ha ripetuto più di una volta “devi credere in te”. E ha ragione.

Chef Berton ha dato a volte un’idea di maggiore austerità rispetto agli altri chef, ma personalmente, è stato sempre molto a modo, muovendomi critiche sempre costruttive e motivandomi quando facevo un buon lavoro. Questa serietà di lui a me comunque ha colpito, perché io sono una che spesso per insicurezza non sa prendersi sul serio.

Chef Potì forse era quella che da me si aspettava di più, avendo io una grande passione per la pasticceria. Quando si avvicinava ai nostri fornelli, per molti era la più temuta, con quell’ aplomb sempre impeccabile, ma a me dava un ché di rassicurante, non so cosa scattasse, ma averla vicino non mi ha mai fatta sentire osservata e ha anzi creato una energia positiva che mi dava carica.

Da lei mi piacerebbe poter prendere quella sicurezza che io alla sua età potevo solo  sognarmi..

Ti aspettavi di arrivare fino alla finale e al secondo posto?

Per me questa avventura si è divisa in due fasi, del tutto opposte. La prima, in cui non credevo nemmeno di essere selezionata negli 80 aspiranti, fase che è durata fino alla prima puntata quando ero già concorrente ufficiale. E poi ho iniziato ad acquistare fiducia: mi ero lasciata reprimere nel periodo delle selezioni da tutte le voci che sentivo “io so fare questo, io so fare quest altro” e dentro di me pensavo “io al massimo cucino per parenti e amici, non ho un roner, né un sifone, non ho mai usato  una marea di elettrodomestici e impasto ancora tutto  a mano sulla spianatoia di legno”.

Mi sentivo indietro per queste ragioni, ma poi ho pensato che  dovevo cucinare come se fossi a casa mia, ricordando tutti i sapori che ho conosciuto nei miei viaggi che rispetto ad altri erano una risorsa importante,  e dimenticarmi delle telecamere è stata la miglior cosa che potesse accadermi. Ho iniziato a lavorare con tranquillità diventando più veloce e quando ormai eravamo rimasti in pochissimi,  onestamente, l’ho sperato eccome, e  l’ho sempre ammesso anche nei confessionali. Volevo arrivare fino alla fine.

Hai viaggiato molto e vissuto all’estero, cosa porti nei tuoi piatti di queste esperienze?

I vari anni in Cina sono stati fondamentali per educare il mio palato, ho imparato a conoscere le spezie e frutti mai visti in Europa, ma soprattutto a concepire il cibo come una filosofia. Quando si dice che siamo ciò che mangiamo, dico che siamo anche quel che cuciniamo. Sicuramente quello che noto è che spesso i colori dei miei piatti richiamano quelli della cucina cinese, della salsa di soia, dei fondi bruni, e anche nei dolci riemerge sempre quel colore del caramello e delle farine non raffinate. Una abitudine che mi è rimasta, inoltre, è mischiare a tavola pietanze di origine diversa. In Italia siamo abituati alle portate, a un ordine, e se decidiamo di cucinare un secondo di pesce, difficilmente prepariamo un primo piatto a base di carne. Invece a me piace mangiare più cose insieme, come in Oriente, perché se nelle ricette di pasticceria va rispettata la chimica, in altre preparazioni posso osare rompendo alcune regole.

Concluso il programma ci racconti di cosa ti stai occupando?

Pochissimo dopo la fine del programma, ho iniziato a ricevere inviti come ospite in eventi organizzati da associazioni di Pizzachef (e qui ringrazio la grande famiglia di Passione Pizza), e da lì è iniziata  una collaborazione costante, anche come Brand Ambassador per alcune aziende legate al food, dedicandomi a show cooking, demo, eventi e corsi amatoriali di cucina e pasticceria. Ho aperto il mio blog www.becreativefood.it per condividere le mie ricette e gli eventi in programma, ma anche a sponsorizzare alcuni prodotti creando ricette ad hoc. A breve partiranno due nuove importanti collaborazioni, ma per ora top secret.

Facciamo il gioco della Prova del cuoco: ci inviti tutti a cena cosa prepari?

Beh, qualcosa che immagino non possiate mangiare tutti i giorni. A casa mia non troverete antipastini all’italiana, tipo taglieri di salumi.

La polpettina cacio e ovo al curry che ho preparato alla finale ve la farei assaggiare, con delle papas alla dominicana, poi vi proporrei degli gnocchetti  con frutti di mare e ceci, e per dessert una torta  al platano con crema inglese al caffè e cardamomo.

Quali sono i tuoi progetti per il prossimo futuro?

Cucinare in giro per l’Italia e anche fuori. A 40 anni, senza gavetta alle spalle, non è sufficiente la passione per sognare di diventare una chef.  Intanto il diploma di pasticceria è preso, e l’idea di docenze amatoriali mi piacerebbe molto, in fondo insegnare era il mestiere che svolgevo in Cina, anche se non ai fornelli. In ogni caso, ovunque, purché si tratti di cucina.

Sei pescarese, quale piatto della tradizione abruzzese sei più legata e perché?

Come detto prima, la polpetta cacio e ovo mi piace perché è un piatto della tradizione povera, quando la carne era un lusso e si utilizzava il pane. Nella sua semplicità, è una ricetta che mette d’accordo adulti e piccini, e non manca mai nelle festività più importanti sulla tavola di un abruzzese.

Qual è il tuo sogno nel cassetto?

Credo che la cosa più bella in questa vita sia viaggiare. Da lì nasce tutto: la scoperta di ciò che non conosciamo, il superamento di tanti limiti personali, la conoscenza della diversità, il divertimento, in confronto. Come in cucina. Quindi il mio sogno lo definirei quello di una “nomade della cucina”, spadellando in giro per il mondo.