Fabio Geda con i suoi romanzi ci ha fatto commuovere ed anche viaggiare con la fantasia in luoghi lontani ( Giappone, India, USA, etc…)

Il suo Nel mare ci sono i coccodrilli  (la storia di Enaiatollah Akbari, un bambino di 10 anni costretto a fuggire dall’Afghanistan per raggiungere l’Italia: un viaggio incredibile attraverso l’Iran, la Turchia e la Grecia che ha conquistato migliaia di lettori in Italia e all’estero) è sicuramente uno dei miei libri preferiti!

Con lui  stavolta ho discusso di cibo!

Qual è il tuo rapporto con il cibo?

Un rapporto d’amore, direi. Amo mangiare. Ma negli ultimi anni il rapporto si è evoluto. Ora amo sempre mangiare, sì, ma in mondo consapevole. Dai quarant’anni in su credo che ciò che ingurgiti e che di conseguenza diventa te, cellule eccetera, debba essere il più possibile sano per mantenere la macchina-corpo funzionante. Da ragazzino potevo mangiare anche un paio di scarpe da tennis, ora ho quasi abolito la carne, ho aumentato il pesce, cerco prodotti biologici e le verdure la fanno da padrone. A questo si aggiunge una tendenza a mangiare local ovunque io sia; a chilometri zero, come si suol dire, per quanto posso.
Nel tuo libro “Itadakimasu. Umilmente ricevo in dono. il protagonista, un viaggiatore solitario a cui piace smarrirsi nei quartieri di Tokyo e soprattutto assaggiare tutto il cibo, le preparazioni e le ricette preferite dai giapponesi per tentare di comprendere come sono e come vivono……..
 
Il cibo racconta storie, di per sé, senza bisogno di sforzarsi molto. E attorno al cibo si incontrano spesso persone che hanno voglia di chiacchierare. Sì, è vero, il posto migliore per chiacchierare non è certo il Giappone, vuoi per la loro riservatezza, vuoi per un non banale problema linguistico, ma io mi sono fatto accompagnare da due amici giapponesi che mi hanno aiutato a capire quello che mi capitava attorno. In ogni caso il mio non è un saggio, non è un libro di cucina, non è un reportage giornalistico: è una storia. Ci sono io sotto mentite spoglie, ci sono degli incontri, c’è la città e soprattutto c’è l’immagine mentale del Giappone che mi ero costruito dopo anni di frequentazione di quel Paese attraverso i libri, i film, gli anime. È un libro di viaggio. E come tale non ha altro obiettivo che quello di farti venire voglia di viaggiare – e assaggiare il cibo dei luoghi che attraversi.
Mangiare è anche un fenomeno antropologico, in Oriente cosa vuol dire farlo insieme, quali diversità ci sono con l’Italia?
Mi hanno colpito i tanti ristoranti che cucinano solo un piatto: solo soba, solo ramen, solo tofu. C’è una ricerca intensa della perfezione e della comprensione del gesto, e il Giappone è un Paese in cui la pulizia del gesto è tenuta in grande rilevanza. E mi ha colpito il fatto che molto spesso la cucina è aperta, è al centro della scena, e tu assisti alla preparazione del piatto. Non è un gesto nascosto, come in Italia, dove il cibo ti viene presentato impiattato, dopo che tutto è stato fatto; no, lì la preparazione del cibo fa parte dello spettacolo. Non per nulla noi diciamo buon appetito, e loro dicono: itadakimasu, ossia umilmente ricevo in dono. Il nostro è un saluto rivolto agli altri commensali, il loro è rivolto al cuoco e a tutta la filiera che ha portato quel cibo davanti ai tuoi occhi.
Oltre al Giappone nei tuoi viaggi in giro per il mondo che piatti ricordi e perchè?
 
Ricordo uno straordinario ceviche di pesce mangiato in Brasile. Ricordo la frutta della Colombia. Ricordo una tagine in Marocco, nel deserto. Adoro il pane del nord Europa, quello nero con i semi. E poi potrei sbizzarrirmi sull’Italia: dai tortelli di zucca di Mantova alle sarde alla beccafico siciliane. Che roba!
L’Expo doveva riportare l’attenzione sulla sostenibilità, che ne pensi occasione fallita?
Non so rispondere, sinceramente. Dovessi dire, direi che no, non credo sia stata un’occasione persa. Ma il mio problema non è mai il fare, ma il costo. Sono certo che qualcosa sia stato seminato grazie all’Expo. Ma è davvero necessario spendere tutti quei soldi per seminare ciò che l’Expo ha seminato? Queste grandi macchine, questi grandi eventi, questo sperpero di risorse, sono ancora lo strumento giusto per cambiare le abitudini e i pensieri della gente? Lo sono mai stato? O forse si potrebbe agire in modo più sottile, meno rumoroso, e di certo meno dispendioso, dando maggiore continuità alle proposte educative? Non so. Bisognerebbe discuterne.
Ultima domanda, il tuo piatto preferito e se cucini anche una tua ricetta?
Evito le ricette, perché sono il re delle insalate casuali: semi, frutta, verdura, tuberi, formaggi. Amo mescolare cibi crudi. Mi piace molto il cibo crudo – e poi fa bene, sappiatelo.
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Fabio Geda è nato nel 1972 a Torino, dove vive. Per diversi anni si è occupato di disagio minorile. Ha pubblicato i romanzi  Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani (2007), L’esatta sequenza dei gesti (2008), Nel mare ci sono i coccodrilli (2010), L’estate alla fine del secolo (2011) e Se la vita che salvi è la tua (2014). Ora sta pubblicando insieme a Marco Magnone la saga per ragazzi Berlin.