Fotografare il cibo: 6 cose da capire.

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La produzione gastronomica e dunque il cibo, rappresenta la forma più aperta e tangibile delle culture di un territorio e quindi di un popolo: ciò che mettiamo a tavola è un vero e proprio linguaggio allo stesso tempo particolare ed universale — ma non solo.

Il cibo è narrazione e la food experience passa anche attraverso una rappresentazione iconica e dunque fotografica. L’immagine consente di evocare mentalmente una realtà assente, ma non di descriverla verbalmente (Bruner); ecco che la fotografia gioca un ruolo determinante. L’immagine fotografica conserva una stretta somiglianza con la realtà che rappresenta e spesso tende a rappresentare anche altro. Perché il cibo, l’alimentazione più in generale, è uno status symbol. Che ci si ritrovi in casa – da soli o in compagnia – oppure fuori, in qualche locale, ristorante – meglio se ben visto dalla critica di settore – la scelta di cosa mangiare sembra essere fondamentale per appartenere alla contemporaneità. Appartenenza che si sublima, si evidenzia, attraverso la fotografia e la sua pubblicazione sui canali social.

Se non sei un professionista, puoi accontentarti tranquillamente della buona qualità delle fotocamere digitali presenti sui cellulari, che funzionano molto bene anche a bassi livelli di luce, grazie alle loro straordinarie capacità ISO. E potresti accontentarti anche delle varie app che fanno un lavoro discreto di post-produzione, spesso migliorando luci, dominanze di colore ecc.

Prima che il digitale sostituisse del tutto la pellicola, lo sviluppo e la stampa; prima che il digitale liberasse il fotografo dallo scatto singolo, controllato e perfetto, i tempi lunghi prima del click imponevano una sorta di post-produzione ex ante. Il cibo era spesso finto, ricostruito con minuzia; i sughi erano spesso vernici, frutta e verdura di plastica o legno – in particolare se tagliate, aperte, per evitare il rischio che quella vera annerisse (dopo ore e ore) sotto le luci dello studio.

Il punto è che tutto ciò che serve è una fotocamera decente, che ti permetta di controllare l’esposizione, un treppiede e un po’ di idee! Perché le foto di cibo possono essere fatte tranquillamente in casa, utilizzando — seguendo la propria fantasia — ciò che si ha in casa. E per la luce basta una bella finestra ampia e luminosa.

Il cibo è un’esperienza sinestetica, coinvolge la vista, il tatto, il gusto, l’olfatto, l’udito. Tutti i sensi vengono coinvolti. La fotografia — purtroppo — lavora solo sulla vista, e la memoria; la salivazione che ne scaturisce è un effetto desiderato dovuto alla memoria e in parte all’immaginazione. E affinché l’immagine fotografica di un piatto sia “succulenta” bisogna capire alcune cose.

  1. Capire come funziona il cibo. No, non è necessario essere un cuoco, ma aver sentito parlare di tecniche di cottura (ad esempio) aiuta molto. È molto importante conoscere i vari alimenti, le differenze e le disponibilità stagionali; come riconoscere la freschezza di un prodotto e il suo colore, le caratteristiche visive che lo rendono “vero”. Per illustrare l’essenza di un alimento bisogna prima sapere cosa lo rende speciale.
  2. Capire che spesso ciò che rende speciale un alimento non è l’alimento stesso, ma l’immagine stereotipa che abbiamo di esso. Per fotografare e rendere una frutta particolarmente appetitosa — ad esempio — non basta andare dal fruttivendolo e prendere la mela più bella, bisogna pulirla, renderla lucida, a volte colorarla sotto le luci dello studio, insomma bisogna prepararla allo scatto. Non è una regola fissa ma la fase di trucco e parrucco vale anche per la fotografia food. Ecco che la pasta viene fotografata quasi cruda, nei sughi potrebbe essere usato del colorante e così via.
  3. Capire come fanno gli altri. Capire ciò che altri fotografi hanno fatto prima di te. Guarda gli scatti di altri fotografi, studiane il loro lavoro e scopri perché quelle immagini ti piacciono: Instagram e Pinterest sono i luoghi per eccellenza dove fare esperienza visiva di food. Vale sia per la luce che per la composizione: cercare di riprodurre scatti di altri fotografi può essere già un esercizio valido. Del resto alle elementari per imparare a scrivere ci facevano copiare dei testi tante e tante volte.
  4. Capire che la luce, insieme alla composizione, è la parte determinante.Suggerivo qualche rigo più su, l’uso di una finestra ampia e luminosa, ma potrebbe non bastare. Se dalla finestra passa una luce del sole diretta e tagliente meglio starne alla larga, o coprire con una tenda. Sempre meglio una luce morbida da dietro il soggetto con qualche schiarita leggera sulla parte anteriore, anziché una luce diretta, forte, tipo flash, che appiattisce e rende il tutto freddo e poco appetitoso. L’ideale è tenere tutto sullo stesso asse: luce, soggetto, macchina fotografica, con schiarite a destra o sinistra a 45°.
  5. Capire che non basta mettere un piatto di pasta sotto la finestra e scattare per ottenere una buona foto. La composizione — come dicevo — è determinante. E riguarda le geometrie, la disposizione degli oggetti, il loro stile e i colori, l’uso di accessori e oggetti secondari che amplificano le possibilità di narrazione, che evocano ricordi e arricchiscono il contesto del racconto visivo. Il tutto va “inquadrato” nel mirino attraverso l’obiettivo.
La fotografia è un rettangolo (o un quadrato), verticale o orizzontale e la disposizione degli oggetti al suo interno è decisiva per la buona riuscita dello scatto. Si può seguire la regola dei terzi, o la triangolazione tra gli oggetti, stabilire una simmetria o al contrario una asimmetria; in ogni caso mai disporre il soggetto in maniera casuale, cercare sempre una coerenza tra il “rettangolo” e gli oggetti e gli spazi al suo interno.
  6. Capire che oltre all’opzione “automatico” esiste la possibilità di scatto manuale. Se non state fotografando con un cellulare, sappiate che tutte le reflex digitali hanno l’opzione M, manuale, che ci permette di regolare apertura del diaframma e tempi di esposizione. Un minimo di tecnica va capita e va capito che nella fotografia di food più si tiene aperto il diaframma e più è probabile che lo scatto risulti piacevole. Ma anche questa non è una regola fissa. Se il punto di vista — ad esempio — è dall’alto è proprio vero il contrario: chiudere il più possibile per ottenere una messa a fuoco più ampia e precisa.

Infine bisogna prendere coscienza del fatto che — almeno all’inizio — è molto utile guardarsi intorno, fare leva sull’esperienza altrui e sperimentare tantissimo con quello che si ha a disposizione. Magari i primi risultati non saranno soddisfacenti, ma rappresenteranno comunque il primo passo verso una narrazione del cibo personale e appagante.

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Domenico Catapano
Food Designer; docente incaricato di Disegno Industriale — Università Federico II di Napoli, facoltà di Architettura; docente di Basic Design e Strategic Design presso l’Istituto Superiore di Design; direttore del marketing e della comunicazione per OFF, Ottaviano Food Festival, evento enogastronomico con protagonisti i migliori chef stellati italiani per la valorizzazione delle eccellenze enogastronomiche campane. World Gourmet Society Member e SlowFood member, da molti anni cura la comunicazione e il marketing di diverse aziende del settore food e della ristorazione. Dal 1990 ha scelto di vivere cruelty-free: vegano, attento alla sostenibilità del proprio stile di vita, trascorre il tempo libero tra i campi da tennis e i sentieri del Vesuvio. Fotografa e dipinge visioni complesse a partire dal colore rosso.
Domenico Catapano

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